<<Siamo in Liguria o siamo nella valle della Mosella?>>, chiede il giovane visitatore mostrando, sorpreso, il calice di Senzatempo 2011. Sentori minerali con note di idrocarburi, sorprendenti per un Pigato, un bianco che è frutto di un vitigno coltivato esclusivamente in una zona della Liguria, a cavallo fra le province di Savona e Imperia. <<L’annata è evoluta così…>>, risponde Fausto De Andreis, titolare della Cantina Rocche del Gatto, vignaiolo controcorrente, da sempre.
Più avanti, in un’altra sala, un degustatore professionale approda al banchetto di Podere Trinci, cantina di Castagneto Carducci. Bolgheri, culla dei supertuscan, come Sassicaia, Ornellaia e altri che hanno proiettato la Toscana ai vertici del mercato internazionale: vini sempre perfetti, promossi dalla critica comunque sia l’annata. <<Vediamo come se la cava una cantina che limita i trattamenti a rame e zolfo, pratica l’inerbimento nelle vigne e riduce al minimo la solforosa>>, premette il critico Virgilio Pronzati. Il giudizio: <<E’ ancora giovane e crescerà bene. Ma ha già personalità: è un bel vino>>.
Dalla Toscana al Piemonte. Mettiamo alla prova il Timorasso, il bianco, recuperato e portato al successo da Valter Massa, che ha cambiato le sorti enoiche dei Colli Tortonesi. E’ un vitigno non facile da trattare e non a caso era stato abbandonato a favore del ben più produttivo Cortese. Adottare pratiche bio e affidarsi a fermentazioni spontanee, a lunghe macerazioni, senza controllo della temperatura, è un po’ un complicarsi la vita. Eppure Daniele Ricci con la sua Cascina San Leto a Costa Vescovato (AL) ha vinto la scommessa e convince con un Timorasso che emoziona e può sfidare il tempo. Niente di strano, in fondo, per un vitigno a cui i vecchi contadini del Tortonese ricorrevano a volte per rinforzare addirittura i vini rossi.
Sono comunque stati tanti i produttori che hanno affascinato e convinto durante la “due giorni” di The Wine Revolution, svoltasi recentemente a Sestri Levante. L’evento, giunto alla quinta edizione, ha presentato una selezione di 85 cantine che praticano una vitivinicoltura secondo natura e ha visto convergere nella Baia del Silenzio circa 2 mila visitatori.
<<Siamo molto soddisfatti per aver superato come numero di presenze le cifre dello scorso anno – osserva Paolo Cogorno, organizzatore con Nicoletta Zattone della manifestazione – soprattutto, abbiamo avuto grandi operatori del vino e un pubblico di qualità, con la voglia di assaggiare e degustare, e anche di incontrare e conoscere i produttori, per confrontarsi con il vino di filosofia naturale>>.
Ma The Wine Revolution è stato anche un test interessante per chi per anni ha seguito i vini biodinamici e “naturali”, ma ne ha poi preso in qualche misura le distanze, soprattutto da quando la tendenza è diventata moda o espediente di marketing affollando il mercato con vini spesso banali e senza personalità. La manifestazione di Sestri Levante ha offerto infatti diversi spunti per un rinnovato interesse, spaziando anche, solo per fare un paio di esempi, dalle performances delle vigne vecchie, di 50 e 80 anni, come nel caso dell’azienda sarda Antichi Vigneti Manca, alle interessanti sperimentazioni sui vitigni resistenti della lombarda Nove Lune.
Consistente fra le cantine la presenza ligure. Alcune conosciute e ormai consolidate, come Rocche del Gatto, Possa (ovvero Heydi Bonanini), Daniele Parma, La Felce, Casa del Diavolo. Altre più giovani, nate con un preciso orientamento bio, come Terra della Luna di Ortonovo, che ha visto la luce nel 2006 e pratica la sostenibilità a 360°, o Ilenia Spagnoli, che dopo la laurea in enologia ha puntato sul vino “naturale” in 4 ettari nel comune di Arcola /SP). E poi Terrazze Singhie creata nel 2017 con terrazzamenti sulle alture di Orco Feglino, Luna Mater, due ettari con vigne di oltre trent’anni a Castelnuovo Magra, e Giorgia Grande, piccola produttrice della Val di Vara. (Dicembre 2022)

