Una giornata nell’Oltrepò Pavese. Fra ricordi, scoperte e anche qualche sorpresa: emozioni che sa regalare una grande terra da vino, che, quanto a suggestione del paesaggio e a vocazione per la viticoltura, ben poco ha da invidiare ai distretti enologici più celebrati, quali Chianti, Langhe o Valpolicella. Un territorio, l’Oltrepò, che tuttavia sconta ancora gli effetti di una visione e di una politica poco lungimiranti nel passato, rivolte più alla crescita dei volumi, che alla valorizzazione dei terroir.
La tendenza, peraltro, si è invertita da alcuni anni, e come spesso accade in questi casi l’impulso è partito da quei vignaioli appassionati e innamorati della loro terra e dei loro vigneti che difendono le identità storiche valorizzandole con le conoscenze e le tecniche moderne. Oggi in Oltrepò c’è un gruppo di produttori decisi a vincere questa sfida, produttori che fanno rete, convinti che il vicino che lavora bene non sia un competitore ma un alleato che contribuisce a far crescere il territorio.
Per me una giornata in Oltrepò è stata prima di tutto un ritorno al passato, in particolare alla famiglia di mio marito e a mio suocero era che un “uomo del vino”, al quale devo in parte l’attenzione per questo dono della natura e della fatica dell’uomo. Sulla tavola della famiglia Faravelli, nella casa di Stradella, erano presenti sempre, in successione, questi vini: due bianchi, un Riesling Italico, o un Pinot della cantina Giorgi di Vistarino, in bottiglie senza etichetta. Seguiva un rosato, questo sì con un’etichetta, molto semplice, della cantina Scuropasso. Poi si passava al rosso, un Buttafuoco oppure a un Barbacarlo. Quest’ultimo poteva essere opera di Lino Maga, oppure provenire dalla cantina Francesco Montagna di Broni, successivamente rilevata dalle famiglie Bertè e Cordini. Oggi il Barbacarlo è uno solo, perché al termine di un annoso e duro contenzioso giudiziario Lino Maga aveva ottenuto il riconoscimento dell’unicità del nome Barbacarlo, riferito a un determinato vigneto di sua proprietà.
E pensando a Maga, grande interprete dell’Oltrepò scomparso due anni fa, non posso non andare a trovare a Canneto, al limitare della Val Versa, Andrea Picchioni, vignaiolo di talento che dalla filosofia di Lino ha tratto ispirazione per creare grandi vini rossi che esaltano l’identità del territorio. Andrea, dalle vigne dell’impervio Bricco Riva Bianca dove la pendenza arriva a superare l’80%, produce un Buttafuoco, il Riva Bianca, premiato dalla critica, e autentica espressione del territorio. Ma il vino più affascinante, a mio giudizio, è il Rosso d’Asia, da vecchi vigneti recuperati in Val Solinga, un vino che valorizza al massimo il vitigno Croatina, varietà che nell’Oltrepò, ma anche sui Colli Tortonesi, genera vini di grande piacevolezza: quei vini che non ti stancano mai e che con l’invecchiamento, nelle annate giuste, si rivelano grandi.
Picchioni si definisce un “rossista”, e dal momento che l’Oltrepò è uno dei distretti del metodo classico italiano, produce “da par suo” anche un Profilo rosé pas dosé.
Ma non tutti forse sanno che fra fine anni ‘90 e inizio 2000, Andrea si è cimentato con una sfida personale creando un metodo classico brut nature bianco, la cui sboccatura avveniva dopo una permanenza di almeno dieci anni sui lieviti. Si chiamava Profilo: uno di quei vini di cui ci si ricorda per la vita quando dove e con chi lo si è assaggiato per la prima volta. Un vino di terroir, lo definirei un benchmark, un punto di riferimento per la spumantistica dell’Oltrepò. Ma per Andrea quello del Profilo bianco è un capitolo chiuso. <<Io – ribadisce – sono un produttore di vini rossi perché quella è la vocazione del mio vigneto>>.
Così, parlando di metodo classico, la prossima meta è la Valle Scuropasso, nella zona collinare che lasciata Broni alle spalle, sale verso l’Appennino. E subito, a Scorzoletta, frazione di Pietra de’ Giorgi, ecco la cantina Scuropasso, quella del vino rosato… Fabio Marazzi, terza generazione della famiglia che oggi può contare anche sull’impegno delle figlie, ha vivo il ricordo di quando, lui ancora ragazzino, <<il signor Rino veniva a parlare con lo zio Primo>>. All’epoca la cantina produceva soprattutto basi-spumante per grandi aziende del Piemonte e poi della Franciacorta. Con l’avvento di Fabio, alla fine degli anni ‘80 la filosofia aziendale è cambiata: la cantina ha iniziato a imbottigliare i vini fermi ottenuti da vigneti in zone vocate della Val Versa e a valorizzare con proprie etichette le basi-spumante da Pinot Nero coltivato a 600 metri a Ruino. I tre “metodo classico” della linea Roccapietra, rappresentano i best seller aziendali, ma meritano attenzione anche i vini fermi, a cominciare dal Buttafuoco nelle sue diverse etichette, fra le quali spicca un Buttafuoco storico, il Pianlong, rosso di grande potenza, intensità di aromi e possibilità di lungo invecchiamento. E poi c’è quel bianco, il Riesling Italico, che tanto mi aveva affascinata e che oggi anche Flavia, la figlia di Fabio ed Emanuela, laureata in Enologia, considera <<sottovalutato, ma che – aggiunge – se ben valorizzato, può rivelarsi molto interessante>>.
Lasciata Scorzoletta, la strada sale verso Pietra de’ Giorgi inoltrandosi in una zona boscosa fino a raggiungere la tenuta dei conti Vistarino. Qui l’impatto è sorprendente e richiama la scenografia di uno dei grandi chateaux di Bordeaux. Sul lato destro della strada l’enoteca introduce nell’edificio della nuova cantina, mentre a sinistra, dietro la cancellata, si intravvede la villa padronale immersa nel parco. La tenuta ha un’estensione di 830 ettari di cui circa 200 coltivati a vigneto con una forte prevalenza (140 ettari circa) di Pinot Nero, vitigno introdotto nella Valle Scuropasso nella seconda metà dell’800 dal conte Carlo. Non a caso un best seller della produzione è il Pinot Nero Brut Metodo classico 1865 perché in quell’anno vide la luce il primo metodo classico italiano a base di Pinot Noir, a opera di Carlo Gancia e Augusto Giorgi di Vistarino.
Oggi la responsabilità dell’azienda, una delle più vaste imprese agricole italiane, è di una giovane donna, appassionata e instancabile, la contessa Ottavia Giorgi di Vistarino, impegnata nell’immane opera di riorganizzazione di un complesso che annovera attività agricole diverse, ripartite su un’ampia estensione di terreni inframmezzati da boschi e casali.
E’ già una realtà la nuova, tecnologica cantina a cui fa da contraltare il museo, in via di allestimento, dove viene raccolto l’archivio storico della famiglia e dell’azienda, con i documenti che ne segnano la storia economica e le fotografie degli illustri personaggi ospitati nella tenuta così come delle maestranze che vi hanno lavorato nel tempo. È ormai una realtà anche l’impianto di 70 ettari di cloni di Pinot Nero destinati alla produzione di rosso fermo, una tipologia di vino in cui la cantina ha mostrato di poter raggiungere performances di eccellenza (come nel caso dell’OP Pinot Nero Pernice 2013, a mio giudizio il miglior Pinot Nero italiano di quel millesimo).
Fra i progetti c’è anche quello di valorizzare il Riesling italico, al quale finora è stato preferito il Riesling Renano.
Dopo una sosta a Stradella, per acquistare i salumi, in particolare salame, pancetta, coppa e cotechino, della Salumeria Virginio e dopo un piatto di ravioli della tradizione al Ristorante Colombi di Montù Beccaria, il viaggio si conclude a Rovescala, nella parte di Oltrepò più vicina al confine con la provincia di Piacenza. La cantina è quella dei Fratelli Agnes e il focus è sulla Bonarda, altro grande protagonista del territorio. La sala di degustazione, con le vetrate che si aprono sulla valle, il calore degli arredi, la presenza dei libri, anticipa la passione culturale e la disponibilità di Sergio e Cristiano Agnes a soddisfare la curiosità del visitatore, a raccontare il territorio e la sua storia, a spiegare la filosofia di una cantina che ne privilegia la risorsa più preziosa, quel vitigno Croatina che qui chiamano Bonarda, così come un antico e raro clone autoctono di Rovescala, la Bonarda Pignolo.
Da Agnes la Bonarda regna sovrana: ferma o frizzante, affinata in botte grande o in barrique, da vigne vecchie, anche molto vecchie, oppure più giovani. Sempre nel rispetto dei terreni e della vocazione che esprimono, e dell’ambiente. Con lavorazioni naturali in cantina e fermentazioni spontanee.
Alle spalle di queste bottiglie c’è una cultura millenaria. Sergio e Cristiano citano reperti di epoca romana che testimoniano la produzione enoica e, soprattutto, un documento notarile del 1192 che attesta come tre feudatari lombardi, creditori del conte Anselmo di Rovescala, avessero convertito il loro credito in una fornitura di 20 ettolitri di vino proveniente da una certa vigna del paese di cui ero noto l’indiscusso pregio. Testimonianza importante di come già allora, nella giungla delle labrusche, il borgo potesse vantare un vigneto di qualità. E non è un caso che dal catasto vinicolo di Rovescala, risalente al 1546, risulti che già allora si preferiva coltivare la vite in collina.
La Croatina è ricca di tannino di qualità e di polifenoli e nel disciplinare della Bonarda figura da un minimo dell’85% (in questo caso si possono aggiungere Barbera, Ughetta e Uva Rara) fino al 100%. Ma nelle Bonarde dei fratelli Agnes la Croatina è totalitaria, al 100% dal momento che l’eventuale unica variante è la Bonarda Pignolo, cioè un suo antico clone.
Croatina, dunque, declinata in tutte le sue accezioni. Accade così che la Bonarda Frizzante “Cresta dei Ghiffi” sia stato il primo vino frizzante a conquistare gli ambiti “tre bicchieri” e che, all’estremo opposto, il Loghetto Ammandorlato da vigne del 1906 (75% Croatina, il resto varietà antiche) e dalle mille sfumature sensoriali, sia considerato ormai un vino di culto.

