Il fascino di un vino irripetibile

Ogni bottiglia di vino è un unico. Ma esistono vini davvero irripetibili. Edizioni limitate. Storie che finiscono. Vini che il produttore decide di non fare più, come ha voluto fare per esempio Josko Gravner rinunciando a vinificare il suo intrigante Pinot Grigio. Aprire una di queste bottiglie del cuore, conservate come un’opera d’arte in cantina, è un’emozione. E lo è stato anche questa volta, davanti a un calice di Profilo brut, Oltrepò Pavese metodo classico nature, vendemmia 1998, sboccatura 2009: un vino nato da una sfida personale e diventato un mito.
Andrea Picchioni, all’epoca giovane vignaiolo fra i più appassionati di una nouvelle vague decisa a far valere le potenzialità inespresse di un territorio vocato come pochi per la vitivinicoltura di qualità, aveva voluto cimentarsi con uno spumante che potesse reggere il confronto con i grandi Champagne. La sfida di queste poche bottiglie affinate per dieci anni sui lieviti e lasciate riposare senza preoccupazione per il tempo che passa, fu vinta e rese il Profilo bianco un vino di culto, in cui profumi, struttura e persistenza convivono in armonia conferendo al vino personalità ed eleganza.
Appagato dall’aver dimostrato a quali vette possa ambire un blanc de noir dell’Oltrepò, Andrea Picchioni, che rivendica per sé la qualifica di “rossista”, non ha replicato l’esperimento e ha preferito concentrarsi sui vini rossi e fermi, storici del territorio, come Buttafuoco, Bonarda e Pinot Nero, ottenuti dai suoi vigneti. Ha anche deciso, però, di accontentare gli estimatori delle sue bollicine con un altro metodo
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