…del vigneto più alto d’Europa

Erano quattro amici al bar…L’idea era nata al tavolino di un bar di Cortina d’Ampezzo: perché non impiantare un vigneto in una radura della splendida conca dolomitica? Da una sfida che era anche una scommessa era nato così il progetto del Vigneto 1350, che con i suoi 1350 metri di altitudine avrebbe conquistato il record del vigneto più alto d’Europa. Una scommessa coltivata con entusiasmo, fatica, sacrifici, ma anche competenza e ambizioni scientifiche. Sì perché dei quattro amici due erano addetti ai lavori di grande esperienza: Fabrizio Zardini, ampezzano doc, enologo emigrato nel mondo come consulente di cantine italiane ed estere, e Francesco Anaclerio, già responsabile della ricerca di Rauscedo, primaria azienda nel campo della vivaistica.  

Tutti e quattro, insieme, riuscirono a compiere il primo fondamentale passo per far decollare il progetto: ottenere dalle Regole di Cortina, che hanno la proprietà dei pascoli e dei boschi della conca, un terreno in cui piantare le barbatelle. Un terreno, sassoso e poco ospitale in verità, però con una buona esposizione, situato alle falde del monte Pomagagnon. Lì, nel 2011, Zardini e Anaclerio decisero di impiatare quattro vitigni già sperimentati nella viticoltura di montagna, sia pure ad altitudini inferiori: Petit Rouge, Andrè (incrocio fra Pinot Noir e Franconia), Palava e Incrocio Manzoni. La forza dei raggi ultravioletti prometteva di scongiurare le principali malattie della vite, ma la sfida più difficile era quella di raggiungere la maturazione delle uve in tempo, prima della neve autunnale. La stessa sopravvivenza delle giovani piante alle intemperanze del clima si prospettava difficile. 

In effetti dopo un paio d’anni un’eccezionale nevicata distrusse buona parte del vigneto, rendendo necessario un reimpianto. Le nuove piante ebbero miglior sorte e quando, nel 2015, la direzione di “Civiltà del Bere” scelse il vigneto 1350 per l’inaugurazione di VinoVip 2015, l’aspetto dell’impianto appariva promettente.

Intanto la sperimentazione continuava. Le prime due varietà si rivelarono le meno adatte per questo ambiente estremo mentre dagli altri due vitigni, Franconia e Manzoni, Zardini riuscì a fare interessanti microvinificazioni. Ne presentò alcuni campioni in occasione di un Vinitaly a Verona e ricordo che in quella occasione, mentre degustavamo un calice di bianco, Franz Haas, il grande vignaiolo altoatesino, mi disse: <<E’ il miglior Incrocio Manzoni che ho assaggiato finora>>.

Successivamente, con l’avvento delle nuove varietà resistenti, i cosiddetti piwi, Zardini, d’intesa con il produttore Gianluca Bisol, che era subentrato agli altri fondatori, decise di piantare barbatelle di Solaris, vitigno a bacca bianca, con una componente aromatica e una struttura che lo rende adatto anche alla spumantizzazione. Ne ho assaggiato un campione della vendemmia 2022, pas dosé naturalmente, e, a dispetto del mio scarso entusiasmo per i piwi, l’ho trovato molto buono. 

Pur con volumi molto limitati, le “bollicine 1350” potevano essere il vino emblematico delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026. Invece no, il sogno di Fabrizio Zardini, ultimo rimasto a prendersi cura del vigneto, si è infranto contro il rigore della burocrazia, le piccole invidie di paese, le lacune culturali di una comunità che non esita a spendere cifre spropositate per cori e bande ma si rifiuta di aiutare un piccolo, innocuo vigneto. Zardini aveva costruito una piccola capanna di legno, ove mettere al riparo le macchine agricole e assicurare un momento di ristoro a chi lavorava nel vigneto. Non erano stati rispettati, però, regole e divieti amministrativi e le Regole, alla fine, sono state implacabili nell’imporre la demolizione con la ruspa della casetta, decretando così di fatto l’abbandono del vigneto più alto d’Europa. (luglio 2026)

E.P.

di magistratura e referendum

Conosco la Costituzione. Sono orgogliosa del 30 in Diritto Costituzionale conseguito all’università e conservo ancora il libro del professor Carlo Cereti con cui ho preparato l’esame. Ma, per carità, lasciamo da parte gli slogan retorici del tipo “la Costituzione non si tocca” oppure “abbiamo la più bella Costituzione del mondo”! Definiamola semmai un’opera di alta ingegneria giuridica, fatta di pesi e contrappesi accuratamente studiati per assicurare all’impalcatura dell’ordinamento giuridico solidità ed equilibrio. Un monumento, la nostra Carta fondamentale, che, come tutte le opere dell’uomo, come gli edifici in cemento armato o i tanti “ponte Morandi” che dopo cinquant’anni hanno bisogno di restauri, necessita anch’essa di aggiustamenti che riparino le falle e la rendano adeguata ai tempi.

Gli stessi padri costituenti, del resto, avevano immaginato che col tempo si sarebbero resi opportuni cambiamenti e all’articolo 138 avevano previsto un iter, ponderato e prudente, per la revisione costituzionale.

Entrando nel merito della riforma Nordio, come giustamente rilevano i fautori del “no” al referendum, non si può certo affermare che essa risolva, con un colpo di bacchetta magica, tutti i problemi di malfunzionamento della giustizia e di inefficienza dell’apparato giudiziario. Il cambiamento proposto dal Governo con tutta probabilità non è condizione sufficiente per avere una giustizia che funzioni perfettamente, ma ne è comunque condizione necessaria.

 La separazione fra le carriere dei magistrati inquirenti (i procuratori che esercitano l’accusa) e quelle dei magistrati giudicanti (a cui è affidato il giudizio), per cominciare, allineerebbe l’ordinamento italiano a quello dei paesi più evoluti, allontanando la prospettiva di commistioni e influenze inopportune o scorrette. Non solo, ma l’introduzione di un organismo terzo che accerti la responsabilità dei magistrati nel caso di errori e violazioni dei diritti del cittadino, dovrebbe avere l’effetto di disincentivare abusi e negligenze e, indirettamente di migliorare l’efficienza.

Fondamentali ai fini della separazione delle carriere sono poi lo sdoppiamento del Consiglio superiore della Magistratura in due consigli distinti, uno per i procuratori e uno per i giudici, e soprattutto il sorteggio dei rispettivi componenti. È questo uno dei punti cruciali della riforma, nella misura in cui si propone di smantellare il “mercato” degli incarichi e delle promozioni e di far venir meno lo strapotere delle correnti. 

Alcune di queste, caratterizzate da una forte carica ideologica, su temi delicati si arrogano il potere di disapplicare nei tribunali leggi che pure sono state approvate dal Parlamento, contravvenendo così a uno dei principi fondamentali sanciti dalla Costituzione, quello della separazione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario), dal momento che in democrazia spetta al Parlamento fare le leggi. Il motto latino dura lex, sed lex , piaccia o non piaccia, dovrebbe valere anche per il giudice, non solo per il cittadino.

Non voglio credere che in una parte, molto minoritaria ma “militante”, della magistratura si stia delineando un disegno eversivo, ma certamente un magistrato che si rifiuta di applicare la legge e pretende di riscriverla, si colloca in una prospettiva a dir poco inquietante. 

E.P.

Antinori sbarca in California

Il Marchese Piero Antinori con le figlie Albiera, Alessia e Allegra

Nel 1976 un importante commerciante di vini inglese, Steven Spurrier, organizzò a Parigi un’inedita degustazione che aveva lo scopo di far conoscere in Europa le migliori etichette del Nuovo Mondo. Di certo non si aspettava, l’ardito importatore, l’esito di quello che è stato ribattezzato “The Judgement of Paris” (“Il giudizio di Parigi”) e viene oggi considerato uno spartiacque fra due epoche e fra due modi di concepire la critica enologica.

Undici fra i maggiori esperti di vino francese si trovarono in quell’occasione a giudicare dieci Chardonnay e dieci “tagli bordolesi” a base di Cabernet Sauvignon, equamente divisi tra California e Francia. Ovviamente entrambe le squadre schieravano i campioni dei loro territori. I degustatori conoscevano le etichette, ma non sapevano in quale ordine i vini sarebbero stati serviti, dal momento che le bottiglie erano coperte e quindi non riconoscibili. 

Il risultato sconvolse tutti pronostici della vigilia. Fu una débacle per le grandi maisons francesi perché miglior vino bianco risultò lo Chardonnay Napa Valley di Chateau Montelena e miglior rosso un altro californiano, il Cabernet Sauvignon di Stag’s Leap Wine Cellar.

Oggi una di queste due prestigiose griffes parla italiano. Marchesi Antinori, una delle più antiche e prestigiose aziende vitivinicole italiane, ha rilevato dal gruppo Ste. Michelle Wine Estates, il più grande produttore nell’area Pacifica Nord-Occidentale, il controllo di Stag’s Leap Wine Cellars, dopo 16 anni di collaborazione con la prestigiosa cantina californiana. <<Ci sono poche opportunità come questa in una vita: il fatto di aver potuto acquisire una realtà importante e storica come Stag’s Leap ci riempie di orgoglio>>, ha dichiarato il marchese Piero Antinori, commentando un’operazione del valore finanziario di 300 milioni di euro condotta con la partnership di Intesa San Paolo e l’appoggio anche di altre istituzioni finanziarie, fra cui Cassa Depositi e Prestiti. Un’operazione per molti versi clamorosa per un settore, come quello del vino italiano, dove sono più facilmente gruppi e fondi esteri a conquistare blasonati marchi italiani, e non il contrario.

Stag’s Leap Wine Cellars, che è stata fondata nel 1970 da Warren Winiarski, è oggi conosciuta in tutto il mondo soprattutto per la produzione di Cabernet Sauvignon di eccellenza. Ne produce tre etichette, CASK 23, S.L.V. e FAY , tra i più ricercati Cabernet al mondo dai collezionisti. Lo stesso stile classico è espresso dai vini di tenuta come Artemis Cabernet Sauvignon, Karia Chardonnay e Aveta Sauvignon Blanc. 

L’azienda californiana crescerà ora sotto il controllo di una famiglia toscana, gli Antinori, che si dedica alla produzione vinicola da più di seicento anni: da quando, nel 1385, Giovanni di Piero Antinori entrò a far parte dell’Arte Fiorentina dei Vinattieri. In tutta la sua lunga storia, attraverso 26 generazioni, la famiglia ha sempre gestito direttamente questa attività, con scelte innovative e talvolta coraggiose, ma sempre mantenendo inalterato il rispetto per le tradizioni e per il territorio. Ne sono testimonianza etichette prestigiose, quali Tignanello e Solaia, nate dalla collaborazione con grande enologo Giacomo Tachis. Oggi la società è presieduta da Albiera Antinori, con il supporto delle due sorelle Allegra e Alessia, tutte coinvolte nelle attività aziendali, mentre il padre, il marchese Piero Antinori, è presidente onorario. 

<<E’ un’acquisizione che ci dà grande prospettiva – spiega l’amministratore delegato di Antinori, Renzo Cotarella – parliamo di una realtà da 70-80 milioni di dollari di fatturato, 100 ettari di vigneto con una redditività elevatissima, 20 volte la media delle cantine italiane, in un territorio dove il valore aggiunto è altissimo. Basti pensare che il prezzo medio dei vini di Stag’s Leap è di oltre 40 dollari a bottiglia e che l’acquisizione, consentendoci di creare una società diretta di importazione, ci rende finalmente padroni del nostro destino, in un mercato importantissimo come quello americano, dove è difficile che un importatore prima, e un distributore poi, diano priorità a tutti i prodotti che un’azienda come la nostra ha>>.

I Colli Tortonesi

Di assedio la città di Tortona, l’antica Derthona, storicamente ne ha conosciuto un altro, ben più cruento, da parte di Federico il Barbarossa. Questa volta l’offensiva arriva da ovest, dalle Langhe, e non è sicuramente così pericolosa, anzi. Ma di certo l’arrivo in forze dei produttori di Barolo, attratti dall’exploit e dalle potenzialità del vitigno Timorasso, sta rivoluzionando la mappa vitivinicola dei Colli Tortonesi.

La portata del cambiamento si è vista subito, fra i banchi di degustazione di Derthona Due.Zero, l’evento organizzato recentemente dal Consorzio di tutela dei Colli Tortonesi al Museo Orsi di Tortona per presentare le nuove annate del Derthona, il vino bianco ottenuto da uve Timorasso. Borgogno, La Spinetta, Viberti, Vietti, Voerzio Martini, sono i nuovi arrivati dalle Langhe, il 10% delle cantine presenti. A loro si aggiungeranno fra un paio d’anni i produttori che hanno acquisito terreni e impiantato le vigne più recentemente, Pio Cesare e Ratti per esempio.

L’obiettivo, spiegano, è quello di arricchire la gamma delle loro etichette, che sono soprattutto grandi vini rossi, con un bianco importante in grado di evolvere ed essere longevo. E il Timorasso queste caratteristiche ha dimostrato di averle, rendendosi protagonista di una storia di recupero straordinaria. 

Quasi estinto alla fine degli anni ’80, nel 2009 questo vitigno non facile da trattare e meno remunerativo del suo principale concorrente, il Cortese, aveva visto superficie vitata ridotta a soli 25 ettari. Grazie all’impegno e alla tenacia di un gruppo di giovani vignaioli locali però, a partire dai primi pionieri come Walter Massa da Monleale, Andrea Mutti da San Ruffino e Paolo Poggio da Brignano Frascata, oggi sono 330 gli ettaridedicati a questa varietà. La compagine sociale del Consorzio è cresciuta raggiungendo i 90 soci, uniti dal desiderio di valorizzare quello che ormai può essere definito il più importante vitigno a bacca bianca del Piemonte quanto a superficie dedicata e quantità prodotte.  

Come spesso accade quando un territorio emerge e conquista il successo, c’è un trascinatore, una personalità forte ed entusiasta che apre la strada. Per il Derthona Timorasso quest’uomo è Walter Massa, personaggio poliedrico, contadino e filosofo, enologo e affabulatore, sognatore e avveduto uomo di marketing. Ha saputo affinare le tecniche di vinificazione di quelle uve così scorbutiche, le ha imposte all’attenzione della critica coinvolgendo personalità come Franco M. Martinetti, ha difeso il legame con il territorio battendosi per la denominazione Derthona. Chi ha accompagnato Massa nella sua avventura oggi raccoglie il frutto di una scelta coraggiosa e produttori come Mariotto, Daglio, Elisa Semino (Colombera), Marina Coppi, i Boveri di Costa Vescovato e altri ricevono lusinghieri riconoscimenti dalla critica.

Della continua crescita di questo vino – sottolinea Gianpaolo Repetto, già industriale del settore engineering che ha deciso di dedicarsi alla viticoltura ed è stato eletto presidente del Consorzio di tutela – va dato merito a tutti i produttori, che in questi anni hanno investito molto per far emergere i tratti distintivi di un vino che mostra personalità e carattere, soprattutto con il passare del tempo. Tanto abbiamo fatto ma tanto c’è ancora da fare perché siamo convinti che il Derthona possa affermarsi tra i grandi vini bianchi d’Italia>>.

In realtà il Timorasso sta già dimostrando di essere un grande vino. Ha profumi, struttura, complessità e una mineralità che esplode con la maturazione negli anni. E’ il caso dell’annata 2016, che in questo momento nelle sue migliori espressioni, ha tutte le caratteristiche di un grande bianco europeo. Sono stati assaggiati anche ottimi 2015 e 2017. Qualche produttore sta, sperimentando l’affinamento in barrique, qualcuno l’anfora. Ma della barrique questo bianco, con la sua struttura e la sua mineralità, può davvero fare a meno. Semmai gli giova la freschezza.

Vinitaly 2023, affari e… suggestioni

Sarà un Vinitaly sempre più orientato all’export e agli affari, come richiede del resto il mondo vitivinicolo, quello in programma alla Fiera di Verona da domenica 2 a mercoledì 5 aprile. Per gli appassionati, soprattutto per i wine lover più giovani, sarà invece il centro di Verona, con alcuni fra i suoi luoghi più suggestivi, a offrire un’ospitalità ricca di eventi, esibizioni e degustazioni. Ma per i gourmet più curiosi e preparati la meta obbligata sarà sempre e comunque la Fiera, non tanto per degustare le etichette delle griffes, sempre più blindate e poco ospitali nei confronti di chi non sia un operatore di peso, quanto per esplorare la vastissima area degli emergenti: territori, vitigni, produttori, che possono riservare molte sorprese ed emozioni.

La 55ma edizione della più esauriente vetrina del vino (e anche dell’olio) italiano, una delle voci più importanti nella bilancia commerciale del Paese, si apre con numeri da record. Soprattutto per la presenza di operatori provenienti dai principali mercati mondiali, fra cui oltre mille top buyer, di 68 Paesi, selezionati e ospitati da Veronafiere.

<<I dati export negli ultimi 10 anni – spiega Maurizio Danese, amministratore delegato di Veronafiere – vedono il vino tra i comparti del made in Italy a maggior tasso di crescita e una bilancia commerciale sempre più determinante per il sistema Italia. Per questo Vinitaly 2023 accelera il percorso di rinnovamento del format che, a tendere, sarà sempre più smart e funzionale alle esigenze delle aziende e del settore stesso>>.

Al centro del salone sarà quindi soprattutto il business, per un settore che annovera 530 mila imprese e 870 mila addetti, e vale 31,3 miliardi di fatturato, per oltre 8 milioni destinato all’export. Ma non meno importante sarà per Vinitaly la promozione di quello che sta dietro la bottiglia, cioè i territori con la loro storia, i paesaggi, la gastronomia, l’arte e la cultura. E in quest’ottica si colloca la decisione del Governo italiano di esporre a Verona il Bacco del Caravaggio e il Bacco fanciullo di Guido Reni conservati agli Uffizi, emblematici della valenza culturale del vino: due tele che per l’occasione saranno ospitate nello stand del ministero dell’Agricoltura.

Ai wine lover sarà dedicato invece Vinitaly and the City, un fuorisalone che si snoderà nel centro di Verona, fra la scenografica Piazza dei Signori, il Cortile del Mercato Vecchio e il Cortile del Tribunale, con un ricco programma consultabile on line, dove è anche possibile acquistare dei carnet di degustazione a prezzi scontati.

Il biglietto di ingresso alla Fiera, il cui accesso è riservato agli addetti ai lavori e vietato ai minori di 18 anni, è acquistabile solo on line e costa 120 euro, più 6 euro di commissione. L’abbonamento costa 260 euro.

La vigilia dell’inaugurazione, il 1 aprile, si terrà invece Opera Wine, degustazione (solo su invito) di 110 etichette italiane selezionate dalla rivista americana Wine Spectator. 

The Wine Revolution

<<Siamo in Liguria o siamo nella valle della Mosella?>>, chiede il giovane visitatore mostrando, sorpreso, il calice di Senzatempo 2011. Sentori minerali con note di idrocarburi, sorprendenti per un Pigato, un bianco che è frutto di un vitigno coltivato esclusivamente in una zona della Liguria, a cavallo fra le province di Savona e Imperia. <<L’annata è evoluta così…>>, risponde Fausto De Andreis, titolare della Cantina Rocche del Gatto, vignaiolo controcorrente, da sempre.

Più avanti, in un’altra sala, un degustatore professionale approda al banchetto di Podere Trinci, cantina di Castagneto Carducci. Bolgheri, culla dei supertuscan, come Sassicaia, Ornellaia e altri che hanno proiettato la Toscana ai vertici del mercato internazionale: vini sempre perfetti, promossi dalla critica comunque sia l’annata. <<Vediamo come se la cava una cantina che limita i trattamenti a rame e zolfo, pratica l’inerbimento nelle vigne e riduce al minimo la solforosa>>, premette il critico Virgilio Pronzati. Il giudizio: <<E’ ancora giovane e crescerà bene. Ma ha già personalità: è un bel vino>>.

Dalla Toscana al Piemonte. Mettiamo alla prova il Timorasso, il bianco, recuperato e portato al successo da Valter Massa, che ha cambiato le sorti enoiche dei Colli Tortonesi. E’ un vitigno non facile da trattare e non a caso era stato abbandonato a favore del ben più produttivo Cortese. Adottare pratiche bio e affidarsi a fermentazioni spontanee, a lunghe macerazioni, senza controllo della temperatura, è un po’ un complicarsi la vita. Eppure Daniele Ricci con la sua Cascina San Leto a Costa Vescovato (AL) ha vinto la scommessa e convince con un Timorasso che emoziona e può sfidare il tempo. Niente di strano, in fondo, per un vitigno a cui i vecchi contadini del Tortonese ricorrevano a volte per rinforzare addirittura i vini rossi.

Sono comunque stati tanti i produttori che hanno affascinato e convinto durante la “due giorni” di The Wine Revolution, svoltasi recentemente a Sestri Levante. L’evento, giunto alla quinta edizione, ha presentato una selezione di 85 cantine che praticano una vitivinicoltura secondo natura e ha visto convergere nella Baia del Silenzio circa 2 mila visitatori.

<<Siamo molto soddisfatti per aver superato come numero di presenze le cifre dello scorso anno – osserva Paolo Cogorno, organizzatore con Nicoletta Zattone della manifestazione – soprattutto, abbiamo avuto grandi operatori del vino e un pubblico di qualità, con la voglia di assaggiare e degustare, e anche di incontrare e conoscere i produttori, per confrontarsi con il vino di filosofia naturale>>.

Ma The Wine Revolution è stato anche un test interessante per chi per anni ha seguito i vini biodinamici e “naturali”, ma ne ha poi preso in qualche misura le distanze, soprattutto da quando la tendenza è diventata moda o espediente di marketing affollando il mercato con vini spesso banali e senza personalità. La manifestazione di Sestri Levante ha offerto infatti diversi spunti per un rinnovato interesse, spaziando anche, solo per fare un paio di esempi, dalle performances delle vigne vecchie, di 50 e 80 anni, come nel caso dell’azienda sarda Antichi Vigneti Manca, alle interessanti sperimentazioni sui vitigni resistenti della lombarda Nove Lune.

Consistente fra le cantine la presenza ligure. Alcune conosciute e ormai consolidate, come Rocche del Gatto, Possa (ovvero Heydi Bonanini), Daniele Parma, La Felce, Casa del Diavolo. Altre più giovani, nate con un preciso orientamento bio, come Terra della Luna di Ortonovo, che ha visto la luce nel 2006 e pratica la sostenibilità a 360°, o Ilenia Spagnoli, che dopo la laurea in enologia ha puntato sul vino “naturale” in 4 ettari nel comune di Arcola /SP). E poi Terrazze Singhie creata nel 2017 con terrazzamenti sulle alture di Orco Feglino, Luna Mater, due ettari con vigne di oltre trent’anni a Castelnuovo Magra, e Giorgia Grande, piccola produttrice della Val di Vara. (Dicembre 2022)

error: Content is protected !!