Dopo 80 anni in chiaroscuro la Repubblica ha bisogno di essere profondamente rinnovata. L’unico modo per farlo seriamente è convocare un’assemblea costituente

Giusto festeggiare gli 80 anni della Repubblica. Inevitabile che forti dosi di retorica punteggino celebrazioni spesso ridondanti. Utile se si coglie l’occasione per riflettere su alcuni passaggi della nostra storia e per fare un bilancio di questi 8 decenni di vita repubblicana. Ma soprattutto è indispensabile guardare avanti, uscendo dalla doppia trappola, quella del passato come nostalgia unificante e quella del passato come permanente fattore di polarizzazione divisiva.

Questi 80 anni di storia italiana sono stati pieni di luci, ma non sono certo mancate le ombre. Rispetto al 2 giugno del 1946 il Paese è certamente più ricco, più moderno, più evoluto. Ma allo stesso tempo più depresso, più disincantato, più disamorato della cosa pubblica, sempre meno convinto della concreta capacità della politica di incidere e migliorare la propria condizione di vita, come dimostra il crescente astensionismo elettorale. Ha attraversato momenti di straordinaria vitalità – politica, economica, sociale, culturale – e periodi di drammatica oscurità, dagli anni di piombo alle stragi mafiose, dalle crisi economiche alla degenerazione del rapporto tra magistratura e politica, fino ai tanti nodi irrisolti del sistema politico e istituzionale.

Ma non è questa la sede per approfondire il chiaroscuro di questi 80 anni della nostra Repubblica, che peraltro è mirabilmente descritto da Giuliano Amato e Giovanni Tarli Barbieri nel saggio “Le stagioni della Repubblica” edito dal Mulino (oggetto della War Room di giovedì 4 giugno, qui il link), in cui è stata analizzata l’evoluzione del nostro sistema istituzionale senza occultare i tanti passi falsi, ma al contempo illustrando la capacità del modello repubblicano di superare conflitti, estremismi e tensioni storiche attraverso un processo democratico capace di evolvere se stesso difendendo la Costituzione. Per esempio, uno dei grandi meriti del sistema repubblicano fu quello di riassorbire presto la spaccatura palesata proprio nel referendum del 2-3 giugno 1946, nel quale la Monarchia perse per poco più di due milioni di voti, mettendo in evidenza un paese diviso a metà, tra un Nord repubblicano e un Sud da Roma in giù a larga prevalenza monarchico. Mentre lo stesso non si può dire dell’altra enorme crepa del dopoguerra, quella tra fascisti e antifascisti, ancora presente nell’Italia di oggi, divisa tra nostalgici più o meno palesi e figli della resistenza più o meno massimalisti. Un conflitto che oggi ha preso le sembianze di uno scontro permanente sul passato tra opposti, ma accomunati dal medesimo immobilismo nel presente e da una totale assenza di visione del futuro. Un male che nuoce alla salute della nostra democrazia e rivela l’innegabile difficoltà della Repubblica di rigenerare le proprie istituzioni, con il Quirinale rimasto l’ultimo vero perno su cui si poggia tutto il sistema istituzionale, unico ancora capace di pacificare e unire il Paese.

La politica italiana è profondamente malata. Lo è la sua capacità di rappresentanza, lo sono i suoi meccanismi di (non) funzionamento. Il sistema istituzionale è arrugginito, quando non disfunzionante. La produzione legislativa è lenta e pletorica, spesso inessenziale. Il processo decisionale è rallentato, involuto, ma soprattutto incapace di produrre effetti reali e incisivi. Pur schematico, questo referto è più che sufficiente per trarre la conclusione che intervenire sul sistema politico-istituzionale, anche attraverso modifiche costituzionali, non solo è legittimo, ma indispensabile. Ma per riuscire a realizzarle, le riforme istituzionali, e farle bene, c’è una precondizione, senza la quale nulla è possibile: riformare la politica e il sistema politico. Non che in questi anni siano mancati i tentativi, solo che ci si è sempre affidati a chimere, facili illusioni o, peggio, disastrose forzature. Nella galleria degli errori (e orrori) vanno iscritti a pieno titolo la fine dei partiti tradizionali, il maggioritario, il bipolarismo, la personalizzazione della politica, il leaderismo esasperato, il progressivo deprezzamento e depauperamento del Parlamento, il federalismo verso il basso, il sovranismo come antitesi all’integrazione europea, l’accettazione del ruolo improprio assunto dalla magistratura, i cambiamenti costituzionali non condivisi tra maggioranze e opposizioni.

Ed è proprio da qui che vorrei partire per provare a dare a noi stessi una prospettiva che drammaticamente oggi ci manca. Ormai da molto tempo sostengo che l’Italia abbia bisogno di un ri(costituente), gioco di parole per dire che credo opportuna e necessaria una ripartenza basata su un momento formale straordinario: una nuova Assemblea Costituente. Eletta per compiere, senza furie iconoclaste ma anche senza alcun tabù, una revisione organica dell’architettura istituzionale dello Stato, a cominciare dalla imprescindibile semplificazione delle troppe ed elefantiache strutture del decentramento amministrativo, e per portare il Paese – finalmente – ad una vera “Terza Repubblica”. Sono anni, infatti, che un numero crescente di italiani – ormai la grande maggioranza – manda con i mezzi che ha, quindi anche e soprattutto con l’astensione dal voto, messaggi alla classe politica dicendole che è ora di chiudere l’infinita stagione del bipolarismo muscolare e della transizione verso non si sa bene che cosa, che impropriamente abbiamo chiamato Seconda Repubblica. La politica finora è rimasta sorda di fronte a questi appelli, preferendo parlare con il linguaggio della reciproca delegittimazione alle sempre più esigue tifoserie, aiutata in questo da un sistema mediatico complice.

Ora, però, il punto di rottura è vicino. Sia perché il declino strutturale del Paese è tale da rendere inevitabile la presentazione del conto, sia perché il quadro geopolitico planetario, con la rottura del patto di solidarietà euro-atlantico voluta dagli Stati Uniti di Trump proprio mentre a nord-est e a sud dell’Europa bussano guerre rovinose, già in atto e potenziali, produrrà conseguenze devastanti, sia per le economie (crisi energetica) e per i sistemi finanziari (rischi di crack come nel 2008 e seguenti), sia per la tenuta delle opinioni pubbliche (il riarmo) e dei sistemi politici. Sta dunque per chiudersi la lunga stagione che Giuseppe De Rita ha chiamato “il ciclo della politica-pop”, dominato dai “leader singolari”, cioè figure sorprendenti, fuori dagli schemi, ma meteore, perché quando la politica è soltanto costruzione comunicativa, le leadership sono destinate ad esaurirsi rapidamente. Insomma, il mix pernicioso tra populismo, radicalismo, leaderismo e nuovismo è – sperabilmente – al trapasso. E paradossalmente potrebbe essere il suo interprete più rappresentativo, Donald Trump, a posarci sopra una bella pietra tombale, proprio in virtù del suo fallimentare estremismo. Di conseguenza potrebbe (dovrebbe) aprirsi una nuova fase della politica che De Rita definisce “ritorno alla normalità” e stima si manifesti “da qui al 2032”.

E di cosa c’è più bisogno per favorire l’avvio e il consolidamento di questa nuova epoca se non di riscrivere le comuni regole del gioco e ridisegnare l’architettura dello Stato, centrale e periferico, e di farlo nella sede più alta e appropriata di un’assemblea appositamente convocata? La quale, grazie al mandato popolare e l’alto valore anche simbolico che avrebbe la sua convocazione 78 anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana (1 gennaio 1948), disporrebbe dell’autorevolezza e della coesione necessarie a modernizzare seriamente un assetto istituzionale che non risponde più alle attese ed alle esigenze di un Paese che deve riacquisire fiducia e tornare a investire sul futuro. L’Italia ha bisogno di una “grande svolta” per rifondare su nuove basi il sistema politico, per riscrivere in modo condiviso le regole comuni, per rinnovare profondamente la classe dirigente, per ritrovare la strada dello sviluppo economico, per riscoprire lo spirito fondativo della Repubblica.

Certo, l’Assemblea Costituente è quello più impegnativo dell’intera gamma di strumenti utilizzabili. Ma, da un lato, veniamo dal fallimento delle Bicamerali per non uscire dal recinto di Camera e Senato, e dall’altro gli esiti di diversi referendum sconsigliano le forzature a colpi di maggioranza, perché gli italiani – giustamente – non si fidano e puniscono la modalità prima ancora che il merito delle riforme costituzionali. Nello stesso tempo, è assurdo contestare l’intenzione – bollandola come sovversiva, reazionaria e fascista – di mettere mano alla Costituzione, in nome della sua presunta intangibilità. Dunque, l’Assemblea Costituente è senza dubbio lo strumento più efficace, più adeguato e il più evocativo della necessità del cambiamento, perché solo un luogo extra-parlamentare, cioè la cui composizione e i cui lavori siano sganciati dal Parlamento vigente e dall’iter dei suoi lavori, e che quindi non costringa nessuno all’abiura della propria militanza e che prescinda dalla distinzione tra maggioranza e opposizione, può funzionare. L’Assemblea dovrà essere dotata di poteri sia redigenti che deliberativi, i suoi componenti (un centinaio è il numero giusto) saranno eletti dai cittadini con una procedura elettorale proporzionale pura a collegio unico nazionale (vanno esclusi i parlamentari in carica e va lasciata una quota di saggi scelti dal Capo dello Stato), e le sarà assegnato un anno di tempo per concludere i lavori. Infine, lo spirito costituente indurrà l’esaurirsi della contrapposizione permanente come unica ragione del fare politica, premessa per mandare in pensione il bipolarismo armato e favorire la convergenza su basi post ideologiche dei partiti, inevitabilmente rinnovati nelle loro classi dirigenti.

Dopo le elezioni del 2022, Giorgia Meloni ha avuto la possibilità di alzare l’asticella rispetto ai suoi predecessori, promuovendo una legge costituzionale che convocasse un’Assemblea Costituente (o anche, volendo, che istituisse una Commissione Costituente, secondo le indicazioni di Marcello Pera, che pure la stessa Meloni aveva fatto eleggere nelle liste di FdI). E in quella sede decidere se è il presidenzialismo, e di quale tipo, che può assicurare al Paese una politica che sappia fare le riforme, o seppure, come io penso, lo sia un premierato alla tedesca, che non prevede elezione diretta del primo ministro, ma si affida alla sfiducia costruttiva e ad altre regole di sana governabilità. Invece, nell’illusione di avere ricevuto dagli italiani un mandato forte – cosa che non è, visto che il destra-centro rappresenta un quarto degli aventi diritto al voto, ed è peraltro fortemente diviso al suo interno – Meloni ha scelto la via parlamentare, abborracciando una proposta, il premierato, politicamente sbagliata e tecnicamente piena di lacune e contraddizioni. Tant’è che è stata abbandonata per strada, ripiegando su una legge elettorale nominalmente proporzionale ma in effetti iper-maggioritaria per via dell’assegnazione di un premio (sono in discussione la quantità di seggi e la soglia sopra la quale se ne avrebbe diritto, per evitare la probabile bocciatura della Corte Costituzionale) che assicuri la vittoria certa ad una delle coalizioni in gara. Ora, se è vero che l’Italia ha un disperato bisogno, insieme, di stabilità politica e di governabilità, è altrettanto vero che mentre la seconda assicura anche la prima, non è così viceversa. E la stabilità non si può imporre per legge, discende dalla qualità dei partiti e delle loro classi dirigenti, dal sistema politico che si adotta e dal buon funzionamento dell’attività legislativa. Mentre per rafforzare l’esecutivo basterebbero tre piccole modifiche costituzionali: trasformare il presidente del Consiglio in Cancelliere attribuendogli il potere di nomina e revoca dei ministri; introdurre la “sfiducia costruttiva” in modo che le Camere possano mandare a casa un governo solo quando ce n’è già un altro pronto; fissare un tempo di durata dei governi, fermo restando la scadenza anticipata (che però sarebbe mitigata dalla “sfiducia costruttiva”).

Ma non è difficile comprendere che si tratta di questioni su cui è bene evitare la contrapposizione, e cercare invece la convergenza. Condizione che in questo sistema politico non è possibile realizzare in Parlamento. Meloni, che ha il problema di come riempire di contenuti l’anno abbondante che ci separa dalla fine della legislatura per evitare che sia solo una infinta e sanguinosa campagna elettorale, avrebbe tutto l’interesse ad adottare l’idea della Costituente. Lo farà? Ne dubito fortemente. Così come non mi pare proprio che il campo largo, tra una Schlein landinizzata e un Conte impegnato a praticare un pacifismo funzionale a Putin, abbia non dico l’intelligenza politica, ma almeno l’astuzia per farne l’oggetto del suo programma (che non c’è). Non resta dunque che sperare che l’idea dell’Assemblea Costituente come “ricostituente” per guarire l’Italia malata, nasca dal basso, dalla società civile, dai corpi sociali intermedi, dagli intellettuali e da qualche media che si voglia sottrarre alla mediocrità dilagante. Io la lanciai, con tanto di proposta formalizzata, nel 2006, e la rilancio oggi, sperando di avere migliore fortuna. Chi vuole davvero bene alla Repubblica si attivi. Agli altri lasciamo volentieri la celebrazione dei suoi 80 anni, che fa fino e non impegna. Viva la Repubblica! (6 Giugno 2026)

Enrico Cisnetto 

Le correnti ovvero il sistema di potere che governa le toghe

Se si vuole comprendere perché la riforma Nordio si proponeva di scardinare il sistema delle correnti che condiziona, come un’erba infestante, il Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), è utile leggere almeno uno dei tre libri, una sorta di trilogia, che il giornalista Alessandro Sallusti, già direttore di Libero e poi de’ Il Giornale, ha scritto nella forma di un’intervista all’ex magistrato Luca Palamara, già presidente, dal 2008 al 2012, dell’Associazione Nazionale Magistrati (Amn), il sindacato delle toghe, e successivamente, dal 2014 al 2018, membro togato del Csm. 

Palamara, dopo essere stato al centro del “sistema”, nell’ottobre 2020 fu radiato dall’ordine giudiziario in seguito a un’indagine sul suo ruolo di mediatore fra le correnti, decisione contro cui ha fatto ricorso. Nelle interviste rilasciate a Sallusti, l’ex presidente dell’Amn ha fatto una serie impressionante di rivelazioni sconvolgenti che gettano ombre sulle carriere di importanti magistrati, evidenziano il potere di alcune procure, descrivono i legami privilegiati con ambienti politici e giornalistici, tratteggiano, in un paio di casi almeno, scenari inquietanti per chi ha a cuore il rispetto dell’ordine democratico.

E.P.

Referendum, le illusioni ingannevoli del sì e del no e il rischio che deflagri la guerra magistratura-politica

Tra una settimana c’è il referendum sulla riforma dell’ordinamento della magistratura, e molti lettori di TerzaRepubblica mi sollecitano a dire la mia. Avrei dovuto e voluto farlo già da tempo, ma confesso di essere stato colto da una nausea fortissima. Trattasi di reazione allergica a quel fenomeno che Alessandro De Angelis con mirabile sintesi sulla Stampa ha definito “gafferendum”, cioè una campagna referendaria in cui tanto il fronte del Sì quanto quello del No non solo hanno dato fondo alle riserve di stupidità umana di cui dispongono – e, come si è visto, ne dispongono in grande quantità – ma si sono persino scambiati i ruoli, visto che le argomentazioni a conforto delle due tesi hanno tratto spunto quasi esclusivamente dalle corbellerie altrui. I casi Nordio-Bartolozzi, da una parte, e Gratteri, dall’altra, sono i più eclatanti, ma l’elenco sarebbe lungo. Si è così dato vita, more solito, ad un confronto (si fa per dire) basato solo sulle reciproche accuse.

D’altra parte, era inevitabile, considerato che la separazione delle carriere, che è il frutto della migliore cultura giuridica della sinistra democratica, l’ha realizzata la destra panpenalista senza crederci e con altri scopi – non penso ad un disegno sovversivo, ma più semplicemente alla possibilità di attribuire ai magistrati la colpa dei limiti del governo (“ci impediscono di governare”, dice Meloni, reinterpretando il Berlusconi del “non mi fanno lavorare”) – mentre la sinistra la avversa in obbedienza (cieca) alla logica della contrapposizione, l’unica che i due fronti del bipolarismo muscolare conoscano. Infatti, una cosa deve esservi chiara: la gran parte delle forze di governo hanno votato una riforma che separando le carriere dei magistrati inquirenti da quelle dei magistrati giudicanti opta per il sistema processuale di tipo accusatorio, ma sono culturalmente legate al sistema opposto, quello inquisitorio (che prevede le carriere unite). Al pari delle forze di opposizione non liberali che previlegiano l’interesse dello Stato (sistema inquisitorio) a quello dell’individuo (sistema accusatorio).

Una confusione accentuata dalla clamorosa usurpazione del garantismo da parte degli eredi dei cappi e delle monetine di Tangentopoli, dallo spettacolo di giustizialisti incalliti che vestono candidamente panni garantisti (il caso Di Pietro è il più eclatante). E viceversaIl quadro si aggrava se poi si ragiona sul fatto che non siamo di fronte alla tanto sbandierata – e agognata, almeno per quanto mi riguarda – riforma della giustizia, ma un pezzo di essa, non irrilevante certo, ma pur sempre una sola tessera di un mosaico molto più ampio. Si dirà che la cosa non è nuova, perché è dai tempi della discesa in campo di Berlusconi – parliamo di oltre trent’anni fa – che si evoca una riforma complessiva e strutturale della giustizia, suscitando nella politica e nel paese una tensione infinita, per poi non farne mai nulla. Una guerra intorno alle intenzioni, ma zero fatti. Con le elezioni del 2022 l’arrivo al governo di un magistrato della storia e del profilo culturale di Carlo Nordio aveva fatto sperare che fosse la volta buona. E invece la montagna ha partorito il topolino. Con l’aggravante che per sparare questo “colpetto” ci sono voluti tre anni di legislatura, più modifiche della Costituzione e ora un referendum. Intorno al quale è partito un conflitto che avrebbe meritato un oggetto del contendere di ben altra consistenza. Voglio dire che era perfettamente prevedibile che si sarebbero alzate le barricate e che il paese sarebbe stato trascinato in una battaglia senza esclusione di colpi, tanto valeva allora apparecchiare la riforma vera, almeno il gioco sarebbe valso la candela. E invece abbiamo riportato gli orologi indietro, e siamo ricascati nella guerra politica-magistratura, facendola riesplodere con la stessa forza deflagrante dei tempi di Tangentopoli. Un sanguinario regolamento di conti da cui non può venire niente di buono.

Detto questo, ora siamo chiamati a decidere se confermare o meno la separazione delle carriere dei magistrati e di conseguenza se confermare o meno lo sdoppiamento del Csm, uno per i magistrati requirenti (i pm) e uno per quelli giudicanti (i giudici). E ci sono due modi per fare le proprie valutazioni: uno di merito, l’altro politico. Dico subito che entrambi hanno piena dignità e diritto di cittadinanza, perché se è vero che il quesito referendario è specifico, e dunque meriterebbe di essere vagliato nel merito, è altrettanto vero e normale che abbia anche un sostanziale valore politico. E che tanto chi ha proposto la riforma quanto chi l’ha avversata possano essere giudicati sul piano politico, sia per come si sono comportati nello specifico sia per un giudizio più generale e di prospettiva. Anzi, direi che la scelta più lungimirante la farà il cittadino capace di tenere insieme i due piani, soppesando i pro e i contro di ciascuno dei due punti di vista, e facendo la somma algebrica di entrambi. Può sembrare un’astrazione metodologica, ma non è così. Non fosse altro perché sulla dicotomia “giudizio di merito-giudizio politico” si è costruita una parte rilevante della guerra referendaria in corso, sulla base della reciproca delegittimazione: “lasciamo perdere i tecnicismi, qui la questione è solo politica”, dicono gli uni, “la buttate sempre e solo in politica, invece siamo chiamati a dire Sì o No ad una riforma nel merito”, ribattono gli altri. Pessima maniera di affrontare la questione.

Dunque, per prima cosa vediamo il merito della riforma. Io non ho dubbi che le carriere dei magistrati vadano separate, e separatamente regolamentate. È così in larga parte d’Europa e del mondo occidentale. E la cosa risponde alla differenza genetica delle due funzioni: il giudice deve essere strutturalmente distinto e distante rispetto al pubblico ministero, in modo da poter valutare in una condizione di piena ed assoluta terzietà le tesi accusatorie di quest’ultimo. Specie nella fase delle indagini e delle udienze preliminari, perché è soprattutto in queste che si annidano forzature e abusi e si misura l’appiattimento del gip nei confronti delle procure per un malinteso “spirito di colleganza”. In coerenza con il modello accusatorio a suo tempo accolto nel nostro codice di procedura penale, e dando piena esecuzione all’articolo 111 della Costituzione. Un meccanismo che offre il massimo delle garanzie al cittadino, non alla politica. Anzi, se c’è un argomento che mi preoccupa, è quello esposto in qualche intervista dal mio vecchio amico Cirino Pomicino: voterà No perché teme che la riforma dia ai pm più potere di quanto già non abbiano, visto che le garanzie di autonomia e indipendenza dei pubblici ministeri vengono elevate a livello costituzionale (art. 104) e si teme che si formi una sorta di “casta di superpoliziotti”. Una preoccupazione che è l’esatto opposto della tesi più gettonata dal fronte del No, e in particolare dall’Anm, e cioè che la riforma consentirà di sottomettere i magistrati inquirenti al potere esecutivo, mettendoli in una condizione di minorità e subordinazione. Naturalmente in entrambi i casi non si tratterebbe di un effetto diretto della riforma, ma indiretto, cioè la riforma come premessa per.

Comunque, delle due l’una, e vi dirò che ove mai ci fosse una motivazione fondata per votare No ragionando nel merito, questa è la prima (tesi Pomicino) e non la seconda (tesi Anm).Quanto ai due Csm e al sorteggio come meccanismo di selezione dei magistrati chiamati a farne parte, mi pare evidente che il legislatore abbia voluto reprimere il fenomeno corporativo – assolutamente degenerativo, come dimostra il caso Palamara – delle “correnti”. Probabilmente sarebbe stato meglio optare per una forma di “sorteggio temperato”, peraltro sempre attuabile in caso di vittoria del Sì in sede di decreti attuativi, ma l’obiettivo è giusto e fa premio sulle obiezioni. Nell’interesse dei tanti magistrati non politicizzati (i più).Detto questo, è corretto coltivare la speranza che con la riforma si faccia un passo nella direzione del “giusto processo”? Cioè che i pm siano indotti a impegnarsi maggiormente nella costruzione di ipotesi accusatorie solide perché basate su inoppugnabili riscontri indiziari – si consideri che nel 2024 il 59,1% dei giudizi ordinari di primo grado si è chiuso con un’assoluzione – e che i giudici si attengano più convintamente alla regola aurea per cui si condanna solo se si raggiunge la prova dei fatti e delle responsabilità “al di là di ogni ragionevole dubbio”? Teoricamente sì, ma è ragionevole pensare che ci vorrà tempo e che le leve azionate non siano sufficienti.

Ci vuole altro, ed è più che fondato il timore che nel nostro sistema politico non circoli a sufficienza il sangue del garantismo – quello vero, mentre abbonda quello auto-tutelante, che è tarocco – sia per usare nel modo giusto questa riforma sia per andare oltre.E qui veniamo al contesto politico. Dal quale resta davvero difficile tenere separato il merito giuridico quando si vedono interventi a gamba tesa in vicende di cronaca, con tanto di critiche a sentenze (che si possono appellare ma non rendere oggetto di dibattito, tantomeno di propaganda). O quando si è al cospetto di un doppio madornale errore politico, di merito e di metodo, come aver fatto coincidere la campagna referendaria con la presentazione da parte delle forze di governo di una (pessima) legge elettorale che prevede un super-premio di maggioranza tale da alimentare il sospetto che si voglia puntare ai “pieni poteri”. Anche perché viene da chi ha in testa il premierato.Vedete, se le parti in campo fossero quelle giuste, legittimate dalla loro storia a sostenere il Sì e il No, e se la campagna referendaria avesse avuto un minimo di decenza, avrebbero ragione coloro che considerano un farsi strumentalizzare dalla politica votare (o astenersi) per ragioni diverse da quelle di merito. Ma così non è, e allora diventa legittimo usare il No come voto contro la Meloni e il centro-destra – per punirne gli eccessi passati e presenti e per prevenirne quelli futuri – e il Sì come voto contro il campo largo di Schlein, Conte e compagni, sapendo che con loro al governo avremmo, specularmente, gli stessi errori ed orrori di chi c’è ora a Palazzo Chigi. Così come diventa legittimo astenersi – si sta formando un gruppo ben frequentato di “garantisti per l’astensione consapevole” – avendo chiaro in mente che meno voti espressi ci saranno più saranno alte le possibilità del No di prevalere.

Nessuna di queste tre ipotesi è una prospettiva consolante, ma sarebbe anche stupido farsi illusioni per poi piombare nell’ennesima devastante disillusione. Anche perché ribadisco una previsione di cui vi ho già parlato la settimana scorsa: non solo questa riforma affronta soltanto uno dei tanti nodi da sciogliere della giustizia italiana, ma essa e il referendum che la deve o meno legittimare indurranno la componente più corporativa e autoreferenziale della magistratura a combattere fino in fondo la guerra con la politica, sia che vinca il Sì (per ritorsione) sia che vinca il No (per investitura popolare). E a perderci sarà, ancora una volta, l’Italia. Proprio nel momento in cui ci incombono sulla testa nientemeno che la rottura della solidarietà euroatlantica per mano di Trump, la guerra ibrida di Putin e le conseguenze non o mal calcolate della guerra israelo-americana in Iran. E il nostro bipolarismo ci offre l’inverecondo spettacolo di non sapersi neppure sedere a un tavolo per ragionare sul da farsi.(14 Marzo 2026)

Enrico Cisnetto

L’Opa di MPS su Mediobanca, il rischio di mani improprie sul risparmio degli italiani e il ruolo di una Meloni inebriata 

Premessa di carattere strettamente personale. Da sempre ho tenuto lo sguardo di TerzaRepubblica rivolto alla politica e alla macro economia, evitando di occuparmi delle singole vicende della finanza e del nostro capitalismo, non fosse altro perché in molte di esse ero coinvolto professionalmente. Per questa edizione mi ero dunque mentalmente predisposto a scrivere del muscoloso ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca, della sua contrapposizione all’Europa e dell’azzardato tentativo di Giorgia Meloni di mettere Roma in mezzo tra Washington e Bruxelles con il rischio di rimanere stritolata nella morsa che segnerà la fine della solidarietà atlantica. Ma poi è sopraggiunta la notizia dell’opa lanciata dal Monte dei Paschi su Mediobanca, e il vecchio giornalista finanziario che alberga in me ha cominciato a scalpitare. Era capitato altre volte, ma avevo sempre tenuto a bada le mie pulsioni. Questa volta no. E ho deciso di capitolare perché, a ben pensarci, non c’è nulla di più politico della “guerra del risparmio” che è in corso. E ha persino a che fare con Trump, seppure in modo indiretto. Per cui sulle grandi e decisive dinamiche geopolitiche che l’America neo-imperiale sta mettendo in moto, sulle faticose ma indispensabili risposte europee e sulle ambizioni italiane di lucrare un ruolo da mezzano tra Usa e Ue, vi rimando alla newsletter dell’11 gennaio (qui il link) e alla bella puntata di War Room di martedì 21 gennaio con Garimberti, Fabbrini e Mastrolilli (qui il link). E qui cerchiamo di capire genesi e conseguenze del terremoto che scuote il nostro mondo finanziario. 

Partiamo da una premessa. Nel corso della sua quasi ottantennale storia, Mediobanca ha sempre avuto e tuttora ha una forma di controllo societario di tipo autoreferenziale facente capo al management, sia quando gli azionisti erano istituzionali (le “tre bin”, le banche d’interesse nazionale che ora non esistono più) sia quando sono subentrati i soci privati. Lo stesso dicasi per Generali, da sempre sotto stretto controllo di Mediobanca (per un periodo insieme con Lazard, poi da sola) pur con il solo 13% del capitale. Così è stato nella lunga stagione del mitologico Enrico Cuccia, così ha continuato pervicacemente ad essere con i suoi successori, Vincenzo Maranghi e ora Alberto Nagel, due che dal maestro hanno preteso di ereditare il potere assoluto senza saperne eguagliare l’autorevolezza. Anche a Trieste, di conseguenza, è valsa la regola di Cuccia per cui “le azioni si pesano e non si contano”, favorita dal fatto che al vertice della compagnia assicurativa si sono succeduti uomini di grande valore, da Cesare Merzagora ad Antoine Bernheim passando per Enrico Randone, Alfonso Desiata e Sergio Balbinot. Nel frattempo, però, sono accadute due cose fondamentali: il mondo finanziario è strutturalmente cambiato, condizionato nel bene e nel male da regole stringenti che hanno reso anacronistiche le vecchie prassi, e dall’avvento di capitali immensi che hanno cancellato i perimetri degli interessi nazionali; le nuove generazioni di capitalisti e manager che via via si sono succedute hanno segnato un progressivo scadimento delle qualità professionali e umane, facendo rimpiangere persino i difetti dei vecchi protagonisti e rendendo ancor più stridenti di quanto già non fosse l’arroganza della pretesa autoreferenzialità. Sia chiaro, questi fenomeni hanno riguardato l’intero sistema, ma in Mediobanca e in Generali sono apparsi più evidenti che altrove proprio perché in quei mondi così intrecciati fino a esserne di fatto uno solo, la contendibilità non aveva mai varcato la soglia d’ingresso. E perché il “peso” degli uomini di prima rendeva impari il confronto con i successori.  
Va inoltre premesso che la fine del “sistema Mediobanca” ha reso l’istituto fondato nel 1946 da Raffele Mattioli una banca d’affari come tante altre, anzi meno delle altre vista la potenza di fuoco di quelle di size globale e dei grandi fondi internazionali, salvo quel pacchetto di azioni Generali in portafoglio, così strategico perché tale ha continuato ad essere il gruppo assicurativo triestino, unico attore della striminzita finanza italiana capace di avere (ancora, nonostante l’impegno di qualcuno a ridimensionarlo) un ruolo continentale e mondiale. Di conseguenza strategico anche dal punto di vista sistemico, non fosse altro perché ha in gestione qualcosa come 850 miliardi di risorse e custodisce nei propri portafogli l’1,25% del totale del debito pubblico tricolore, 37 miliardi su 3mila.  

Tutto questo spiega il grande interesse che da tempo c’è intorno a Generali, e a Mediobanca quale veicolo per arrivare a mettere le mani sul Leone alato. In particolare, già anni fa ci avevano messo gli occhi sopra due gruppi italiani, quelli facenti capo a Francesco Gaetano Caltagirone e a Leonardo Del Vecchio (ora, dopo la sua morte avvenuta nel giugno del 2022, agli eredi e a due manager, Francesco Milleri che è al vertice di EssilorLuxottica, e Romolo Bardin che gestisce la holding Delfin), tanto diversi tra loro quanto accomunati dal medesimo obiettivo. La loro scalata a Mediobanca e a Generali era però stata stoppata in sede di vigilanza europea, con la motivazione di un dna troppo diversificato e lontano dall’attività bancario-assicurativa per poter ambire ad avere un ruolo di dominio. Con il risultato che anche i tentativi di giocarsi la partita in sede di assemblea di Generali, sperando di conquistare il consenso del capitale diffuso e degli investitori internazionali, sono stati vanificati. E come succede in questi casi, errori di strategia e di comunicazione degli attaccanti che hanno finito con oscurare le loro buone ragioni, si sono aggiunti alle spericolate forzature difensive dei detentori del potere, producendo un gioco a somma negativa sia per gli oggetti del contendere sia per la credibilità del sistema finanziario italiano nel suo insieme.   

E arriviamo alle ultime battute di questa fiction finanziaria. A novembre Banco Bpm insieme alla sua consociata Anima (che nel risparmio gestito amministra un patrimonio di circa 190 miliardi) e al duo Caltagirone-Del Vecchio mette insieme un pacchetto del 15% di Mps, che il Tesoro controlla ma ha interesse a dismettere almeno in parte (per far cassa) e che ora fa gola dopo che la gestione Lovaglio ne ha completato il salvataggio a suo tempo realizzato da quella Profumo-Viola. Ma che bisogno hanno i due gruppi impegnati sul fronte Mediobanca-Generali di aiutare la Popolare di Milano a conquistare Siena? L’unica risposta plausibile è di avere a fianco, nell’unica partita che a loro interessa, un soggetto bancario che costringa la Bce a far cadere i veti posti in precedenza. Immediatamente dopo arriva l’opa di Unicredit su Bpm, che interrompe questo disegno. Non perché l’offerta riesca – è palesemente bassa – ma perché impone per legge la passivity rule, la regola che vieta a chi è oggetto di un’offerta pubblica di mercato di fare qualsiasi operazione di natura straordinaria. Ergo Bpm non può aiutare Caltagirone-Del Vecchio. Era solo o anche questa l’intenzione dell’amministratore delegato di Unicredit, Andrea Orcel? Ovviamente non è dato sapere, e solo vedendo prossimamente se l’offerta su Bpm verrà o meno reiterata si capirà. Ma l’effetto bloccante su Mediobanca-Generali intanto c’è.  

Naturalmente a Trieste più ancora che dalle parti di piazzetta Cuccia a Milano (mi fa strano questa versione della toponomastica, sono rimasto affezionato a quando quello slargo dietro la Scala che ospita la sede di Mediobanca era via Filodrammatici 1) è forte la preoccupazione per le mosse di quei soci che vengono apertamente considerati “nemici”. Così nei giorni scorsi l’amministratore delegato di Generali, il francese (non solo per nascita) Philippe Donnet imbastisce in fretta e furia un’operazione che ha insieme il sapore della sfida e della via di fuga protetta in caso le cose si mettano male per lui: la creazione di una nuova società comune con il gruppo francese (toh, guarda) Natixis che avrà 1.900 miliardi di risparmio da gestire, le cui regole d’ingaggio appaiono penalizzanti per Generali anche agli occhi di chi non abbia alcuna preclusione verso chi la realizza: dalla differenza degli asset apportati (Generali ne conferisce meno ma sono redditizi, Natixis molti di più ma di scarso valore) ai gap nella governance a favore dei francesi. Nel cda della compagnia il piano passa a maggioranza, la forzatura è evidente e sospetta, e induce gli oppositori alla contromossa: far lanciare dalla banca di Siena, d’intesa con il Tesoro (che con l’11,7% è ancora il primo azionista di Mps) e palazzo Chigi, l’opa su Mediobanca che ieri mattina ha svegliato l’Italia che conta facendola cadere dal letto. Se l’adesione all’offerta di scambio fosse integrale, gli scalatori (Mef compreso) si troverebbero ad avere poco meno del 30% di Mps-Mediobanca, e quindi metterebbero le mani sul 13,13% di Generali, che sommato al 9,77% posseduto dal gruppo Del Vecchio e al 6,23% dal gruppo Caltagirone, darebbero loro il controllo del Leone alato, anche in questo caso con una quota complessiva all’intorno del 30%. 

È lo strumento giusto per fermare l’operazione “franco-francese” di Donnet e mettere fine a quella satrapia? In teoria sì. Ma l’offerta il mercato l’ha subito giudicata troppo bassa (tanto che in Borsa i titoli Mediobanca sono saliti e quelli Mps scesi), la comunicazione che ha sorretto il lancio dell’opa e le sue vere finalità è parsa debole e opaca e, soprattutto, è la marchiatura politica ad essere fin troppo evidente e generare imbarazzi. Anche perché s’inquadra in un clima politico non solo già deteriorato di suo per la contrapposizione permanente che caratterizza il nostro sistema politico – è paradossale, più l’opposizione è evanescente e più la maggioranza si divide e il governo lamenta di essere oggetto di ostilità – ma anche avvelenato, in questi ultimi tempi, dagli effetti del dilagante decisionismo trumpista e dal patetico desiderio di imitarlo che sta contagiando molti. Ho osservato per troppo tempo e da vicino il potere per non conoscere quel senso di inebriante onnipotenza che pervade chi lo conquista, o gli sembra di averlo conquistato, specie se ne è stato sempre digiuno. Ora le circostanze hanno messo l’underdog Meloni, in un colpo solo, al cospetto del duo formato dall’uomo più potente e da quello più ricco del mondo, e per di più entrambi dotati di una dose massiccia di tracotanza e spregiudicatezza. È probabile – ma è solo una speculazione deduttiva – che l’aver respirato quest’aria, abbia indotto la presidente del Consiglio a dare il via libera all’operazione su Mediobanca-Generali.  

Sia chiaro, di certo non mancano i motivi per cui un governo, quale che esso sia, debba seguire con grande attenzione ciò che riguarda la più grande e strategica materia prima di cui il Paese dispone, il risparmio. Ci sono 2.500 miliardi degli italiani nei portafogli delle società di gestione del risparmio. Una cifra monstre, peraltro destinata ad aumentare, che consentirebbe di azzerare o quasi l’intero ammontare del debito pubblico. E che se messa al servizio degli investimenti produttivi e quindi della crescita, rappresenterebbe uno strumento decisivo per ribaltare le sorti del Paese. Dunque, cercare di evitare che scoppi la “guerra del risparmio”, di cui proprio non si sente l’esigenza, e preoccuparsi di sapere di quale nazionalità e qualità siano le mani che gestiscono questa straordinaria risorsa, non solo è lecito, è assolutamente doveroso. E siccome le cose camminano sulle gambe degli uomini, per evitare di evocare le buone intenzioni e poi lasciare le cose come stanno, nello specifico guardare dentro Generali – e non da ora – è altrettanto lecito e doveroso, per chi ha una responsabilità istituzionale e quindi sistemica. Ma siamo sicuri che questa operazione, con questi protagonisti, sia il modo giusto per svolgere questo compito? È stato preparato il terreno? Sono state predisposte le necessarie alleanze? E nel caso che chi è (legittimamente) avverso all’operazione, a cominciare dai soci di Mediobanca, sia in grado di sbarrare la strada, è stato predisposto un “piano B”?  

In attesa di avere risposte a queste pragmatiche domande, personalmente comincio a credere di dover dare ascolto alle tante amichevoli sollecitazioni che in queste ore mi stanno giungendo, suggerendomi di tornare a scrivere un nuovo “Gioco dell’opa” dopo quello che nel 2000 (mamma mia, è passato un quarto di secolo!) spiegò, con grande successo, il contraddittorio passaggio dal vecchio capitalismo relazionale di cui Cuccia era il vate, con tutti i suoi limiti, a quello più moderno ma non meno difettoso dei “capitani coraggiosi” inaugurato con la scalata alla Telecom lanciata da Roberto Colaninno e soci con la benedizione dell’underdog della politica di allora, Massimo D’Alema. La storia si ripete? (25 Gennaio 2024)

Enrico Cisnetto

Consiglio (ardito) non richiesto: von der Leyen cancelliera dopo le elezioni tedesche e Draghi alla guida dell’Europa che deve affrontare Trump

Non tutto il male vien per nuocere. La crisi di governo in Germania, che porterà ad elezioni anticipate il prossimo 23 febbraio, e l’impasse nel varo della Commissione Europea, che potrebbe persino far saltare l’accordo tra le forze di maggioranza e quindi la stessa presidente Ursula von der Leyen, sono due passaggi politici tra loro interconnessi estremamente delicati e altamente pericolosi per l’intero Vecchio Continente, ma un vecchio proverbio ci può aiutare a scorgerne anche le potenzialità positive. Cerchiamo di capire il perché.

Quella tedesca è una crisi strutturale. Come è emerso nella War Room di martedì 12 novembre (qui il link), si tratta di un mix tra forte deficit di leadership che comporta instabilità politica, inusuale per un paese tradizionalmente solido, la consunzione del vecchio modello di sviluppo, che prevedeva acquisto di energia a basso costo dalla Russia ed esportazione di beni in Cina, la debolezza del sistema finanziario (vedi le difficoltà di Commerzbank e la paura di aprirsi persino a capitale europeo, come quello di Unicredit). Da qui lo choc provocato dalla crisi dell’automotive, con Volkswagen per la prima volta nella sua storia chiude stabilimenti in patria facendo venir meno una storica certezza, punta dell’iceberg di un più vasto processo di declino industriale. E da qui lo sfaldarsi della coalizione cosiddetta “semaforo”, andata in frantumi sull’invio di nuovi aiuti all’Ucraina, con i Liberali che, in contrasto con Socialisti e Verdi, hanno votato no, predisponendosi a fare i trumpiani tedeschi. Così il cancelliere Olaf Scholz affronterà il voto di fiducia al Bundestag il 16 dicembre, sapendo già che cadrà, tanto che tra i partiti c’è già l’accordo sulla data delle elezioni. Ma i tedeschi non sono abituati come noi italiani alla turbolenza politica, e questo passaggio accentuerà le loro crescenti inquietudini – il 47% teme di non poter mantenere il proprio tenore di vita – ripercuotendosi inevitabilmente nelle urne. Con quasi un tedesco su tre che ha già votato per l’ultradestra – si veda la impetuosa avanzata di Afd in Sassonia, Turingia e Brandeburgo – quale assetto politico si potrà formare dopo le elezioni? I liberali ma soprattutto i cristianodemocratici arriveranno al punto di allearsi con i neonazisti?

La mia impressione coincide con quella di un germanista doc come Angelo Bolaffi: l’unico sbocco dopo il voto sarà una riedizione della Große Koalitionbasata sull’asse tra Cdu-Csu e Spd, con i Verdi e i liberali se non faranno follie. È stato un grave errore aver abbandonato questo schema di gioco, tanto più che lo si è fatto solo due mesi e mezzo prima dell’invasione russa in Ucraina (il governo Scholz entra in carica l’8 dicembre 2021, Putin muove contro Kiev il 24 febbraio 2022), ma lo sarebbe decuplicato se socialdemocratici e cristianodemocratici lo ripetessero in una contingenza così difficile come questa. Ora, il candidato cancelliere è, inevitabilmente, Friedrich Merz, diventato leader della Cdu dopo l’uscita di scena di Angela Merkel, sua storica nemica dentro il partito. Ma sarebbe, appunto, un cancelliere inevitabile, non ideale nella situazione data. Intanto perché ha sempre tenuto una linea di destra, temperata solo di recente da una timida apertura verso la possibilità che l’Europa faccia debito comune. Poi perché l’anno prossimo compirà 70 anni, un’età in cui non è bene affrontare per la prima volta la consumante esperienza di guidare un governo. Ma soprattutto, perché Merz ha un profilo che pare inadeguato rispetto alla immane dimensione dei problemi che la Germania deve affrontare. E con essa tutta l’Europa, visto che quello tedesco è un rischio che scuote le fondamenta stesse della Ue, tanto più in una fase di revisione della storica alleanza euro-atlantica.

Ma qui la “questione tedesca” s’interseca con quella che si deve affrontare a Bruxelles (sulla quale vi invito a vedere la War Room di mercoledì 13 novembre, qui il link). Intanto, il punto di contatto tra le due vicende è la comune origine: il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Così come solo 48 ore dopo, la scossa americana ha fatto cadere il governo Scholz, così ha messo in discussione i patti di luglio che, dopo le elezioni europee, avevano portato alla riedizione della “maggioranza Ursula”. Il nostro provincialismo e la deformazione mentale che ci costringe a ragionare esclusivamente in termini di “amici-nemici”, ci induce a credere che il nocciolo della questione si chiami Raffaele Fitto, che i socialisti europei si rifiutano di votare come uno dei sei vicepresidenti esecutivi della riconfermata presidente. Ma non è così. Prima di tutto perché il vero nodo è la commissaria spagnola Teresa Ribera, come Fitto candidata ad una vicepresidenza esecutiva. Socialista, Ribera è accusata dai Popolari iberici di essere la principale responsabile delle tragiche conseguenze dell’alluvione di Valencia, in quanto ministro della Transizione ecologica. All’interno del Ppe, la componente spagnola vuol far saltare la nomina di Ribera, mentre il capogruppo Manfred Weber si mostra tollerante verso Fitto. Ecco perché, per tutta risposta, il gruppo socialista europeo difende Ribera e attacca Fitto. Ma non è solo un batti e ribatti, peraltro giocato non su contenuti europei ma su questioni di posizionamento politico e per di più nazionali. Dietro tutto questo si staglia la questione Trump, e cioè l’idea che le ragioni che avevano portato a riconfermare von der Leyen e la sua vecchia maggioranza siano venute meno, cioè che siano cambiati i parametri politici continentali. Così la virata di Giorgia Meloni, che dopo aver negato per ben due volte il voto favorevole della sua componente (Ecr) alla presidente della Commissione ora con il solo obiettivo di favorire la nomina di Fitto preannuncia di voler fare il contrario, diventa un casus belli, l’occasione per accusare von der Leyen di voler “virare a destra” e rimettere tutto in discussione: per ora con un rinvio del voto sulla Commissione, ma domani fino al punto di far saltare l’accordo di luglio. Come fa pensare la scelta del Ppe di votare con le destre il rinvio della norma sulla deforestazione, voluta da verdi e socialisti, che ha fatto dire a questi ultimi che la maggioranza tra Ppe, Pse e Renew, cui a luglio si erano aggiunti i Verdi, “non esiste più”.

Ma qui casca due volte l’asino. Primo, perché l’unica alternativa alla alleanza Ursula è sommare tutte le destre con il Ppe, e considerando che sarebbe una maggioranza risicata, anche almeno una parte dei liberaldemocratici di Renew Europe. Operazione politica che, ammesso che passi dentro il Ppe e c’è da ritenere che una componente consistente (per esempio Forza Italia) la rifiuterebbe, consegnerebbe l’Europa a Trump, con tutto quel che ne conseguirebbe. Ma c’è una seconda ragione per credere che non sia praticabile un rovesciamento delle alleanze, ed è proprio la situazione della Germania. Perché il Ppe è prima di tutto a trazione tedesca, e questo significherebbe che quel che stiamo immaginando (temendo) per Bruxelles valga anche per Berlino, e viceversa. Insomma, i popolari europei non possono stare con le destre se i loro colleghi tedeschi vanno verso la grande alleanza con i socialisti in Germania. E se invece scegliessero di allearsi con Afd – cosa altamente improbabile e comunque al prezzo di una sanguinosa spaccatura – sarebbe impossibile mantenere l’asse popolari-socialisti in Europa.

Come si vede, siamo ben oltre Fitto e il camaleontismo meloniano. Se fosse solo questo, l’arte del compromesso ben conosciuta a Bruxelles avrebbe già sistemato tutto. Non è detto che non riesca comunque, ma è bene sapere che se anche si riuscisse a metterci una pezza, la solidità degli assetti comunitari sarebbe davvero precaria. Per questo occorrerebbe un deciso colpo di reni, uno scatto di fantasia. In questo senso, mi permetto di fornire un consiglio non richiesto. Partiamo dalla Germania. È evidente che Merz non è la Merkel, e non solo perché la pensavano molto diversamente e si detestavano cordialmente. E non c’è dubbio che la personalità tedesca di maggior spessore politico e di maggiore esperienza istituzionale, in assoluto e a maggior ragione dentro il perimetro Cdu-Csu, sia Ursula von der Leyen. Dunque, premesso che ciò che è bene per la Germania è bene per l’intera Europa, non sarebbe più utile che si mettesse al servizio del suo paese candidandosi alle elezioni di febbraio indicata dal sua partito come la futura cancelliera alla guida di un esecutivo sorretto dalla stessa maggioranza che ha costruito a Bruxelles? E se così facesse – con uno slancio di generosità ma anche di furbizia politica, perché non conviene avere le redini dell’Unione europea sapendo che quelle della principale cancelleria continentale non sono nelle mani giuste – non sarebbe logico e opportuno che alla testa di una rinnovata Commissione Ue vada la personalità che in questo frangente ha messo in campo l’unico progetto per l’Europa del futuro, e cioè Mario Draghi?

Se ciò che aspetta all’Europa è un duro confronto con la nuova amministrazione americana – la cui composizione, tra l’altro, si sta prospettando di rottura più di quanto già non sia il rieletto presidente – e la capacità di far fronte ad un radicale cambiamento di scenario che ci vedrà costretti, per evitare di soccombere miseramente, a renderci indipendenti nella capacità di difesa militare, ad arginare l’impatto dei dazi e a non finire schiacciati nella morsa della competizione commerciale Usa-Cina, a realizzare una società e un’economia digitalizzata cercando di recuperare il gap tecnologico che abbiamo accumulato, a perseguire il più alto tasso possibile di autonomia nell’approvvigionamento energetico e di decarbonizzazione. Tutte sfide epocali, per far fronte alle quali l’ex presidente della Bce stima ci vogliano qualcosa come 800 miliardi l’anno di investimenti aggiuntivi, il doppio del Piano Marshall. Cosa che richiede, propedeuticamente, l’eliminazione del diritto di veto, e quindi una governance europea non più basata sull’unanimità. “Vaste programme”, direbbe il Generale de Gaulle. Ma ineludibile, perché si tratta, come ha chiarito Draghi, di “una sfida esistenziale”. “Se l’Europa non può diventare più produttiva saremo costretti a scegliere. Non saremo in grado di diventare, allo stesso tempo, un leader nelle nuove tecnologie, un faro di responsabilità climatica e un attore indipendente sulla scena mondiale. Non saremo in grado di finanziare il nostro modello sociale. Dovremo ridimensionare alcune, se non tutte, le nostre ambizioni”, è stata la sua dura ma assai realistica profezia.

Certo, Draghi è italiano, è stato presidente del Consiglio, e sarebbe bello se a proporre il suo nome fosse l’Italia, con un’espressione corale capace di superare le barriere, peraltro fasulle, che dividono destra e sinistra, maggioranza e opposizioni. Difficile? In effetti, con la classe politica che in un momento topico come questo è impegnata a riesumare gli opposti estremismi degli anni Settanta, a insultarsi a suon di “zecche rosse” e “camicie nere”, a discettare se la gauche sia caviar o una bersaniana pasta al ragù, a inseguire o a demonizzare l’uomo più ricco del mondo, che in un anno e mezzo non è stata capace di nominare con il vasto consenso che è necessario (e opportuno) un membro della Corte Costituzionale, ci vuole una gigantesca dose di ottimismo per credere che possa essere capace di un simile gesto. Eppure, non sarebbe così difficile. Persino Berlusconi, padre del nostro miserabile bipolarismo, fu capace di mandare in Europa figure come Emma Bonino e Mario Monti… (16 Novembre 2024)

Enrico Cisnetto

Se Grillo perde le stelle…

È molto probabile che Giuseppe Conte, che ha eccellenti doti di arrampicatore, raggiunga l’obiettivo di conquistare il potere assoluto al vertice dei Cinque Stelle estromettendo il fondatore, Beppe Grillo, dal ruolo di garante e privandolo dei benefici, anche economici, che tale incarico comporta. 
Ma l’uomo che, cavalcando i malumori e le pulsioni qualunquiste di una parte del Paese, ha rivoluzionato con la violenza di un terremoto la società politica in Italia, avrà almeno un motivo, e non di poco conto, per consolarsi.  Non di Giuseppe Conte infatti, ma di Grillo, attore comico sul viale del tramonto rinato grazie al web, e di Gianroberto Casaleggio, imprenditore intelligente e visionario, cofondatore del movimento,  parleranno i libri di storia e di sociologia politica. Perché, piaccia o no, che si consideri l’avvento dei Cinque Stelle sulla scena politica italiana come uno scossone salutare o lo si ritenga una iattura di cui gli italiani pagheranno a lungo il conto, Grillo e Casaleggio hanno conquistato un primato assoluto: sono stati i primi a capire che Internet poteva diventare uno straordinario strumento di manipolazione di massa, intuizione che hanno saputo trasformare in realtà in tempi velocissimi, impensabili, anche se oggi ci appaiono normali di fronte all’accelerazione con cui evolvono le tecnologie del web.
Fra il settembre 2009, quando dal palco del Teatro Smeraldo di Milano Grillo e Casaleggio annunciarono la costituzione del Movimento Cinque Stelle con ambizioni politiche di portata nazionale, e il febbraio 2013, quando alle elezioni politiche il nuovo partito ha sorpreso tutti assicurandosi il 25% dei voti, sono passati meno di quattro anni. E da quel momento ne sono bastati cinque ai Cinque Stelle per  conquistare il 32% dei consensi alle politiche del 2018: una maggioranza relativa ma pesante, che ha consentito a Giuseppe Conte, avvocato e docente universitario la cui notorietà non andava al di là di un ristretto giro di addetti ai lavori, di essere reclutato in extremis e diventare presidente del Consiglio dei Ministri.
La rottura nei rapporti fra il fondatore-garante e l’ambizioso leader del partito diventa ora il momento cruciale nella parabola ormai discente di questa sorprendente avventura politica. E rischia di segnare una sorta di nemesi storica per Beppe Grillo: quella formula di democrazia diretta, concentrata nello slogan “uno vale uno“ e coltivata con le frequenti consultazioni via Internet della base, è lo strumento, in un certo senso la trappola, che consente oggi a Conte di silurare il padre-fondatore grazie al voto degli iscritti. (19 Novembre 2024)

E. P.

Cannavacciuolo, quando lo chef diventa un marchio

Cannavacciuolo Group, il gruppo che fa capo alla famiglia di Antonino Cannavacciuolo, ha fatto registrare nel 2023 ricavi per 25 milioni di euro, in
crescita sui 23 milioni dell’anno precedente, e con un margine operativo lordo
17,9%, in linea con il 2022. Lo riferisce il sito Pambianco, che in occasione del 4° Wine & Food summit Pambianco PwC, ha intervistato sui progetti del gruppo Cinzia Primatesta, fondatrice e azionista di controllo, nonché moglie di Cannavacciuolo. Riguardo alla chiusura dell’anno in corso, ha dichiarato Primatesta, “abbiamo raggiunto gli obiettivi che ci eravamo prefissati, per cui non possiamo che ritenerci soddisfatti e sicuramente speranzosi per un 2025 ancora più carico di nuove sfide”.
Nel settore food il gruppo è presente con il ristorante “tre Stelle Michelin” Villa Crespi di Orta San Marco, che ha appena festeggiato i 25 anni di attività, il Bistrot di Torino, “una stella” Michelin (a cui si aggiungeva anche il Bistrot di Novara, chiuso nel maggio scorso), il Laboratorio Artigianale di alta pasticceria di Suno e i quattro punti vendita di Antonino il Banco di Cannavacciuolo
(a Vicolungo The Style Outlet, nel centro storico di Orta, nell’area partenze dell’aeroporto di Milano Malpensa e di Napoli Capodichino). Ed è proprio quest’ultimo format ad essere attualmente al centro delle attenzioni del gruppo. “E’ la formula che tra le nostre attività meglio si presta ad essere scalabile, con una prospettiva di crescita importante”, ha spiegato Cinzia Primatesta, rivelando: “Finora abbiamo operato da soli nello sviluppo di questo format, ma sicuramente stiamo valutando dei partner in vista di una futura ulteriore espansione”.
Il gruppo Cannavacciuolo, comunque, non si limita al food. Negli anni, infatti, si è diversificato anche nel settore alberghiero creando una catena di hotel di lusso, Laqua Collection, che nel gennaio scorso ha inaugurato il suo quinto asset, il “cinque stelle lusso” Le Cattedrali Relais by Laqua Collection. Del ramo alberghiero fa parte anche Villa Crespi, che, oltre al celebre ristorante, comprende un hotel 5 stelle lusso.
“Oggi puntiamo moltissimo sull’hotellerie – ha affermato Primatesta – perché questo progetto crea il perfetto connubio tra ristorazione e senso di ospitalità che abbiamo nel nostro Dna. Negli anni abbiamo aperto diverse strutture partendo da Villa Crespi 25 anni fa e vogliamo continuare ad espanderci. Possiamo dire che a breve ci sarà qualche novità a riguardo”.

Non si tratta così la democrazia. Sulla Corte costituzionale scritta una pagina nera (bipartisan) della politica

Il governo e la maggioranza si muovono per forzature. Le opposizioni preferiscono gridare allo scandalo piuttosto che fare proposte. Dopodiché tutti si rifugiano sull’Aventino, per evitare di palesare nel segreto dell’urna le loro divisioni interne. Così la Corte Costituzionale resta ancora una volta senza uno dei suoi 15 membri, o meglio uno dei 5 che spetta alle Camere eleggere (gli altri sono 5 ciascuno nominati dal Presidente della Repubblica e dalle magistrature), dopo 31 tentativi in ben 11 mesi. E così il Parlamento è ancora una volta mortificato, ridotto a ring dove va in scena la contrapposizione permanente tra forze che si sforzano di apparire incompatibili ma che in realtà sono accomunate da un uguale (e intollerabile) tasso di incultura istituzionale e di becero populismo. Il tentato, e mancato, blitz parlamentare per eleggere alla Consulta il consigliere giuridico di Giorgia Meloni, Francesco Saverio Marini, scelto perché estensore materiale del testo sul premierato più che per i suoi titoli giuridici, che pure ci sono e legittimerebbero la sua candidatura, ci restituisce un quadro avvilente prima ancora che preoccupante della condizione della nostra democrazia rappresentativa. Non è tollerabile che un organo dell’importanza, pratica e simbolica, come quella che ha la Consulta, resti per un anno senza un suo membro e il Parlamento non trovi il modo, nonostante i richiami del Capo dello Stato, di costruire un’intesa su un nome condiviso, sapendo, peraltro, che quell’uno non potrà spostare più di tanto gli equilibri decisionali dei giudici supremi.

Sia chiaro, è ipocrita chi dice che la Corte deve essere apolitica, perché chi ha l’incarico di sovraintendere alla costituzionalità delle leggi fa parte integrante del sistema politico-istituzionale del Paese. Ma, come ha ottimamente spiegato Stefano Folli, la nostra Consulta non è la Corte Suprema federale degli Stati Uniti, dove i nove giudici (a vita) sono nominati dal Presidente, e poi passati al vaglio del Congresso, e si divide tra giudici conservatori e progressisti come si è visto nel caso del processo a Trump per aver cercato di rovesciare l’esito delle presidenziali del 2020 estendendo a suo favore (6 a 3 il voto) l’immunità penale dei presidenti statunitensi; una decisione che Biden ha definito un “pericoloso precedente”. No, la nostra Corte è stata pensata dai padri costituenti come un organo di equilibrio istituzionale, difficilmente conquistabile e dunque non piegabile al volere partitico. Ed è per questo che per i 5 membri di nomina parlamentare (Camere in seduta congiunta) è richiesta la maggioranza dei due terzi nei primi tre scrutini (dopo il taglio dei parlamentari 403 voti su 605) e dei tre quinti (363 voti) dal quarto scrutinio in poi. Numeri di cui la presidente del Consiglio non dispone. Per questo la sua decisione di fare “prove tecniche di premierato” (copyright Linkiesta) forzando la mano su un candidato così targato come Marini – autore di una pessima legge, sul piano tecnico, al di là di quello che si pensi sul premierato – invece di aprire un dialogo con le opposizioni, o almeno una parte di esse, è stata un errore politico, oltre che un atto di arroganza istituzionale. E non si parli di atto precluso per ragioni ideologiche, perché il padre di Francesco Saverio Marini, Annibale, a suo tempo divenne presidente della Consulta nonostante fosse un giurista di esplicito orientamento missino. Tra l’altro Meloni ha ripetuto lo stesso errore di calcolo politico commesso per la Rai: era convinta di aver messo il piede in mezzo alla porta che collega 5stelle e Pd, visto che i grillini e il duo Verdi-Sinistra avevano votato ed eletto i propri rappresentanti nel cda al contrario del Pd, ma Conte al momento buono si è dimostrato inaffidabile (c’era bisogno della controprova?) e la candidata alla presidenza, Simona Agnes, è rimasta fregata. Una forzatura, quella studiata a palazzo Chigi, che spiega l’irritazione di Meloni quando l’indicazione di scuderia fatta girare nella chat di FdI per mobilitare le truppe al voto è finita sui giornali, dando la stura all’ennesima evocazione di complotti ai danni suoi, della sua famiglia e del suo disegno politico. Confondendo la fisiologia – la politica è fatta di trame e popolata anche di talpe e spie – con la patologia. Il fatto che il governo abbia fatto sapere che andrà avanti ad oltranza con un voto a settimana sulla sua proposta, ci dice che la vicenda non ha insegnato niente. E quanto sia scarsa la consapevolezza dell’opportunità di cambiare registro.

Purtroppo, sulla vicenda della Consulta, non meno riprovevole è stato il comportamento delle opposizioni, che si sono mostrate incapaci di proporre in alternativa un nome autorevole che potesse mettere in imbarazzo almeno una parte (per esempio Forza Italia) della maggioranza. E si sono rifugiate sull’Aventino, unico modo per evitare che qualcuno, specie dalle parti di 5stelle e Azione, si facesse venire la voglia di approfittare del voto segreto, come era stato nel caso dell’elezione di La Russa alla presidenza del Senato. Lo stesso motivo per cui la maggioranza ha optato per la scheda bianca: sottrarsi al voto “cifrato” (nome e cognome, solo cognome, iniziali dei nomi di battesimo, ecc.) e quindi riconoscibile. E questo perché tanto dalle parti della coalizione di governo (vedi la fronda di Salvini, i distinguo di Tajani, i mal di pancia dentro FdI) quanto da quelle delle opposizioni (nelle ultime settimane sono volati ripetuti schiaffi da Conte a Schlein) il livello di scontro è fortissimo, molto di più di quanto non sia tra i due fronti.

Ma non è detto che il peggio sia passato. Per due ordini di motivi. Primo, perché prossimamente la Corte dovrà occuparsi della costituzionalità della legge Calderoli sull’autonomia regionale e sulla ammissibilità del referendum che intende bloccarla. Questione scottante, perché dietro l’apparente unità della maggioranza, si nascondono le diffidenze (a dir poco) di Meloni e Tajani. Per cui nei desiderata di palazzo Chigi c’è lo stop tanto alla consultazione popolare, per tener buona la Lega, quanto alla normativa medesima, rinviabile sine die con la scusa della mancata approvazione dei Lep, i livelli essenziali delle prestazioni e dei servizi che devono essere garantiti in modo uniforme sull’intero territorio nazionale (è dal 2001 che la Costituzione ne prevede la creazione, ma in 23 anni nessun governo ha provveduto). E, ingenuamente, si spera che il giudice subentrante possa fare la differenza. E così altrettanto quando la Consulta si dovrà occupare della separazione delle carriere dei magistrati e del referendum promosso da +Europa sullo ius soli. In attesa che poi giunga il turno del premierato.

Il secondo motivo per temere il peggio è dato dal fatto che a dicembre scadranno altri tre giudici della Corte di nomina parlamentare, tra cui il presidente Augusto Barbera. E c’è chi pensa che si debba attendere quel momento per eleggerne quattro secondo una logica di spartizione, e mentre uno non è spartibile, quattro sì. Ma attenzione: la “spartizione” non ha propriamente lo stesso significato della “condivisione”. E poco importa se nel passato (più prossimo che remoto) si è praticata la prima e non la seconda, perché perseverare è diabolico. E perché, se non ricordo male, la destra ha conquistato il governo asserendo che avrebbe tolto di mezzo tutte le worst practices della sinistra. Mentre lettera e spirito della Costituzione vogliono che i candidati alla Corte vengano scelti con metodo bipartisan, proprio per assicurare loro il massimo di autonomia e autorevolezza. Come capite bene, un conto è spartirsi i posti e ciascuno si sceglie i suoi, assicurandosi reciprocamente il quorum, e un altro è condividere le scelte, evitando attribuzioni e marchiature.

Non c’è bisogno di aver studiato per sapere che, da un lato, la sovranità del Parlamento, l’autonomia di deputati e senatori, non a caso privi di vincolo di mandato, e la terzietà di un organo come la Consulta, siano principi sacri, e dall’altro che il dialogo, la mediazione, persino il compromesso, siano il sale della dinamica democratica. Peccato che proprio a tutto questo sia stata resa violenza. Dall’intero sistema politico. Offrendo uno spettacolo indecoroso, avvilente, deprimente. Ma la spiegazione non sta solo nell’infima qualità della classe politica, dotata di un senso delle istituzioni pari a zero. Alla base c’è soprattutto un sistema politico, il cosiddetto bipolarismo, che non solo non funziona – come è ormai evidente da troppi anni per tollerarne un’ulteriore prosecuzione – ma che, nella versione italica, ha nel dna un maledetto malinteso: l’idea che chi vince prende tutto e a chi perde non rimanga altro che attendere la prossima occasione. Senza che alcuna relazione politica possa mettere in contatto i due poli, visto che la cultura dell’antipolitica ci ha fatto credere che, nel caso, saremmo di fronte a quella mercimoniosa pratica dell’inciucio o, nel migliore dei casi, a quella deplorevole del consociativismo. Si tratta di una concezione malata della democrazia rappresentativa, resa ancora peggiore nei suoi effetti deleteri dal fatto che ormai storicamente le nostre coalizioni si formano solo per vincere le elezioni e non per governare. E, prive come sono di un minimo di omogeneità programmatica, o vivono in una perenne conflittualità che impedisce di prendere decisioni (il centro-destra) o sono destinate a sfaldarsi (il centro-sinistra). Aggravante, questa, che richiederebbe a maggior ragione la creazione di canali di dialogo tra i due fronti, la cui mancanza – certificata dalle ripetute scelte aventiniane – finisce per paralizzare il sistema.

Dunque, non basta deprecare e auspicare. Serve la consapevolezza che a dover essere cambiato, radicalmente, è il sistema politico nel suo insieme. Premessa indispensabile per invertire la tendenza orientata al dilettantismo del personale politico. Chi di questa consapevolezza è dotato alzi la mano e faccia un passo avanti. (Terza Repubblica 12/10/2024)
Enrico Cisnetto

Se non basta l’Ucraina, ora Navalny fa della “questione Putin” una discriminante per tutti. a cominciare dal Governo di cui Salvini è vice presidente

La morte di Alexey Navalny, quali ne siano state le cause materiali ma essendoci la certezza che sia avvenuta dopo una carcerazione portata oltre ai limiti della sopportazione umana, e sapendo qual è il destino riservato a chi si oppone alla tirannia di Putin, da Anna Politkovskaja in poi, potrebbe (dovrebbe) tracciare una linea di demarcazione nelle coscienze e nelle politiche occidentali paradossalmente più profonda della guerra scatenata dal Cremlino in Ucraina. Oggi sono passati due anni esatti da quel 24 febbraio del 2022 quando Kiev si svegliò sotto le bombe russe. E noi europei, con la guerra alle porte di casa, fummo costretti a fare finalmente i conti con noi stessi per i rapporti che negli anni avevamo instaurato – per necessità (il gas), per interesse (il business) ma molto spesso anche per ammirazione (l’uomo forte) – con quella figura di dittatore imperialista e sanguinario, che nel migliore dei casi ci eravamo ipocritamente limitati a chiamare “democrate”, rispondente al nome di Vladimir Putin. Ha ragione il professor Manlio Graziano a sostenere, nel suo bel libro “Il disordine mondiale” (Mondadori) e nella mia War Room del 14 febbraio (qui il link), che Putin la guerra l’ha persa subito, già nel giro di poche settimane, perché una grande potenza come la Russia, una volta scelto di invadere la piccola Ucraina, doveva essere in grado di assestare velocemente il colpo del ko. Mentre non poteva permettersi, per ragioni militari, economiche e politiche, di affrontare un conflitto lungo e incerto, come poi si è rivelato essere.

Tuttavia, è altrettanto vero che neppure gli Stati Uniti e l’Europa, una volta reagito con gli aiuti a Zelensky e le sanzioni a Mosca, avrebbero dovuto permettere il protrarsi della guerra. Prima di tutto per ragioni umanitarie: pur non esistendo dati ufficiali, si stima che in questi due anni complessivamente siano morti almeno 100mila soldati e altri 400 mila siano rimasti feriti, mentre le vittime civili ucraine sarebbero 30mila, cui vanno aggiunti i 6 milioni che si sono rifugiati in altri paesi. E poi per ragioni geopolitiche, essendo stato chiaro fin dall’inizio che il vero obiettivo di Putin non era tanto la presa dell’Ucraina quanto la destabilizzazione dell’Occidente, e dell’Europa in particolare, affamandola di gas e minacciandone i confini (vedi la reazione della Polonia e l’immediata adesione di Svezia e Finlandia alla Nato). La guerra energetica l’abbiamo sostanzialmente vinta, ma quella militare per nulla: è fallita la cosiddetta “controffensiva”, eccessivamente strombazzata da Zelensky, e il livello della resistenza ucraina si è andata riducendo via via che si affievoliva il sostegno occidentale, dei governi e delle opinioni pubbliche, cui si è aggiunto il calo di popolarità di Zelensky e i problemi che il presidente ucraino ha avuto nella gestione del governo e dei vertici militari.

Inoltre, aprendo da protagonista o da interessata comparsa altri fronti, geograficamente lontani ma ugualmente coerenti con il suo disegno destabilizzatore, Putin ha dimostrato di saper giocare sullo scacchiere mondiale. Oltre alle già sperimentate attività in Africa con la Wagner e alla guerra cibernetica, che sa fare, in Medioriente si è schierato dalla parte di Hamas, pur senza dimenticare il girarsi dall’altra parte di Israele quando la Russia ha invaso l’Ucraina (uno degli errori di Netanyahu) ma soprattutto sta spalleggiando il suo alleato Iran nel supporto alle milizie Houthi e al loro tentativo di bloccare i commerci internazionali che passano dal Mar Rosso. Una mossa per provocare aumenti dei prezzi di materie prime e beni energetici, gettando benzina sul fuoco dell’inflazione, nella speranza di mettere in difficoltà l’economia occidentale. Ma il fronte di cui c’è da essere più preoccupati è quello Baltico. Nei giorni scorsi Mosca ha detto chiaro e tondo che i Paesi Baltici minacciano la sicurezza della Russia e che sono russofobici. Il che sembra preparare il terreno ad un’offensiva militare, peraltro descritta come probabile da diverse intelligence europee.

Ecco perché, pur non essendolo, almeno non pienamente, negli ultimi tempi Putin è apparso un vincente. Fino alla morte di Navalny, però, che potrebbe rilevarsi un clamoroso boomerang. E non solo per lo Zar, ma anche per gli amici più o meno nascosti che il dittatore russo ha in giro per il mondo, Italia compresa. Perché più il Cremlino sfida l’opinione pubblica russa e internazionale – avendo la faccia tosta di parlare di “sindrome da morte improvvisa” e nascondendo la salma dell’oppositore per una settimana, salvo poi ricattare la madre Lyudmila Navalnaya facendole vedere il figlio per firmare il certificato di morte senza restituirle il corpo per imporle una sepoltura in gran segreto – più il moto di indignazione sale. Anche perché, mentre sui media russi si parla di banane e gamberetti che tornano nei negozi dopo una lunga assenza, in Spagna viene assassinato un russo dissidente e alla vedova di Navalny, Yulia, viene sospeso l’account Twitter, seppur momentaneamente, perché esorta alla ribellione. E dunque in tutta Europa manifestazioni, fiaccolate, prese di posizione. Mentre Ue e Usa varano nuove sanzioni alla Russia.

In questo coro a stonare – e stonare di brutto – c’è Matteo Salvini, che se ne è uscito invitando ad aspettare il giudizio dei medici e dei giudici russi, come se il regime potesse consentire loro di esprimersi in libertà. Viceversa, non una parola è stata spesa per i 400 russi arrestati per aver manifestato, o anche soltanto deposto un fiore. Si dice: quelli del capo della Lega sono giudizi personali, da leader di partito. Ma è lecito che un ministro e vicepresidente del Consiglio si esprima così? Si può far finta di piangere Navalny e poi ammiccare a Putin? Ma qui il problema non è tanto Salvini, cui se non altro va riconosciuta una certa coerenza nel suo “putinismo”, quanto chi nella Lega lo ha accettato e lo continua ad accettare come segretario e chi nel governo evita un chiarimento aperto che avrebbe dovuto esserci già da tempo e su molte questioni. Di fronte alle tante prese di posizione a favore di Putin che lo hanno visto protagonista – dalle felpe inneggianti e gli stretti legami intessuti con Mosca dal suo amico e sodale Savoini, anche con la sponda di gruppi di estrema destra – ma soprattutto visti i patti di solidarietà (anche economica, come nel caso della Le Pen?) della Lega con il partito dello Zar, Russia Unita, si dovevano pretendere delle pubbliche spiegazioni.

Non lo si è fatto con la guerra in corso, coprendosi dietro la foglia di fico dei voti favorevoli dati dai parlamentari leghisti sia alle sanzioni alla Russia che agli aiuti all’Ucraina (dopo aver messo in dubbio quelli di natura militare). Lo si faccia ora di fronte al caso Navalny. Si eviti di credere, o far finta di credere, che la manifestazione “unitaria” che si è svolta a Roma sulla piazza del Campidoglio – ma ci voleva Calenda a convocarla – sia stata sufficiente a darci la patente morale di “indignati”. Intanto perché quella fiaccolata è apparsa di un’insopportabile algida freddezza e carica di una bella dose di ambiguità, visto che la dichiarazione più usata è stata “vogliamo sia fatta chiarezza” come se per un dissidente condannato per reati di opinione e fatto morire in carcere in Siberia ci fosse bisogno di altre spiegazioni. E questo non solo perché non c’era nessun esponente di prima fila del centrodestra o perché mancavano Fratoianni e Conte – un altro che tra gli ammiccamenti a Putin, furbescamente esercitati sventolando la bandiera del pacifismo, e la speranza che Trump torni alla Casa Bianca coltivata insieme ai bei ricordi di quando lo chiamava “Giuseppi”, dovrebbe dare spiegazioni politiche – ma perché di certo si è visto più sdegno nelle marce pro-Palestina (in realtà pro-Hamas) e anti-Israele, o in quelle contro l’Occidente da parte degli odiatori seriali della democrazia liberale, così ostinatamente impegnati nella loro campagna ideologica da perdere di vista, oltre ad Hamas, l’Iran che impicca donne e omosessuali, i militanti terroristi di Hezbollah che lanciano razzi, i “pirati” Houthi del Mar Rosso che attaccano le navi commerciali, la Cina che minaccia Taiwan, il pazzoide coreano che manda armi a Mosca e preannuncia l’uso di testate nucleari un giorno sì e l’altro pure.

Nella War Room di mercoledì 21 febbraio (qui), Paolo Garimberti, Davide Giacalone e Francesco Verderami hanno sottolineato come la simpatia verso il regime di Mosca sia passata in tutta Europa da sinistra a destra, pur nella continuità imperialista che Putin ha dato perseguendo il vecchio sogno sovietico. Lo dimostrano le posizioni del Rassemblement National di Marine Le Pen e dei neo-nazisti tedeschi di Afd, per dire di quelle più esplicite e pesanti. In Italia è avvenuto lo stesso fenomeno, con Salvini (ma non il grosso della Lega, che sono sicuro abbia letto con le lacrime agli occhi l’accorata intervista del vecchio Bossi al Corriere della Sera), con i gruppi di estrema destra e con Conte (che è politicamente indefinibile, in quanto tutto e il suo contrario, ma nel quale per quanto mi sforzi non riesco a vedere alcun tratto di sinistra). Mentre va dato atto a Giorgia Meloni di non essere caduta in questo tranello, facendosi sorreggere nel suo cammino euro-atlantista da un lato da Ursula von der Leyen e dall’altro da Joe Biden. Cosa assai positiva che, però, è compensata dal fatto che nella nostra gauche intellettuale (basti vedere la scaletta e gli ospiti di certi “talk show”) e politica (anche in molti dirigenti del Pd, secondo Verderami) non mancano le simpatie per Putin, magari sottoforma di assordanti silenzi per i dissidenti imprigionati e uccisi o i dimostranti che nelle piazze sono allontanati a suon di manganellate dalla polizia. Che sia per nostalgia del tempo che fu, perché in fondo Urss e Russia pari sono, o che sia per i mai sopiti sentimenti antiamericani e più in generale per il desiderio covato nei lunghi anni della Guerra Fredda e a maggior ragione in questa fase storica di disordine planetario, che prima o poi qualcuno s’incarichi di ridisegnare la cartina geografica del mondo facendo finalmente prevalere l’Est sull’Ovest, sta di fatto che sono in tanti a concedere, nei fatti, l’indulgenza al dittatore russo.

Naturalmente, Putin uscirà trionfatore dalle elezioni presidenziali del 15-17 marzo, visto che i suoi tre avversari, espressione di partiti che non hanno mai fatto opposizione al Cremlino, non possono certo ostacolarlo, e considerato che quel voto di libero ha poco e niente. E sono sicuro che quando entrerà nel quarto di secolo di potere assoluto (come primo ministro e come presidente lo detiene ininterrottamente dal 9 agosto 1999), in Italia saranno in pochi a congratularsi apertamente e in molti a fregarsi le mani in gran segreto. Messi insieme sono comunque una minoranza. Per questo occorre che la maggioranza, cioè tutti gli altri, trovino il coraggio morale e la lucidità politica di reagire facendo proprio l’accorato appello del finanziere americano nemico giurato di Putin, Bill Browder, secondo cui “quello che accade in Russia è una minaccia anche alla nostra sicurezza”. Oggi come non mai. (24 Febbraio 2024)

Enrico Cisnetto

Il PD lanci una sua proposta di riforma costituzionale e non si accontenti del gioco di specchi Meloni-Schlein

In politica, come nella vita, la fortuna è un alleato fondamentale, basta saperla riconoscere. E Giorgia Meloni ultimamente è assai fortunata, ma forse poco attrezzata a sfruttare l’occasione. Per esempio, di un vantaggio è pienamente consapevole – avere un’opposizione non solo incapace di proporre alternative, ma ottusamente intignata a considerarla illegittima sul piano democratico – anche se temo ignori l’altra faccia della medaglia di questa opportunità: alla lunga stare al comando senza un’opposizione capace di incalzarti induce più alla gestione del potere che al buongoverno. Di un’altra fortuna, oggi allo stato nascente, la presidente del Consiglio pare invece totalmente inconsapevole, tanto da temerla anziché auspicarla e favorirla. Parlo della (folle) idea di Gianni Alemanno – un talento della politica rimasto vittima del suo passato – di costruire, con un gruppetto di nostalgici ma anche con un comunista à la carte come Marco Rizzo, un soggetto politico alla destra di Fratelli d’Italia. “Indipendenza”, questo il nome, si candiderebbe a raccogliere tutte le pulsioni anti-sistema e negazioniste: filo Putin, nemici degli Stati Uniti, a favore dell’uscita dell’Italia da Ue e euro, anti Israele e antisemita (ma non è lo stesso Alemanno che da sindaco di Roma flirtava con la comunità israelita e in particolare con il presidente Riccardo Pacifici?). Ora, è evidente che il primo degli intendimenti dei fondatori del nuovo partito sia attrarre coloro che considerano un tradimento la posizione saldamente atlantista e moderatamente dialogante con l’Europa di Meloni. Ed è possibile che una parte, forse anche una buona parte dei vecchi missini, specie quelli che non hanno avuto vantaggi dalla presa di palazzo Chigi, guardi con favore a questa iniziativa. Ma per la presidente del Consiglio perdere quei consensi – fosse anche qualche punto percentuale – non sarebbe una iattura, anzi. Perchè quel travaso di voti certificherebbe più di ogni altra cosa il suo traghettamento verso una posizione più centrale nello schieramento politico e le permetterebbe di guadagnare il (prezioso) consenso dei moderati. E le consentirebbe di acquisire la patente che le serve per provare a portare il gruppo dei conservatori europei dentro la rinnovata alleanza tra popolari e socialisti che verrà sancita dalle prossime elezioni per il parlamento di Bruxelles. Naturalmente, sempre che queste siano le (vere) ambizioni della leader di Fratelli d’Italia.

Stesso discorso vale, in modo speculare, per Elly Schlein. Il Pd ha bisogno più che mai di riscoprire la sua vocazione riformista e di governo, ma invece è ancora affetto dalla sindrome del “nessuno alla mia sinistra” e preda dell’idea che il movimento 5stelle sia di sinistra e che i Democrat possiedano il vaccino per neutralizzarne il populismo (come se fosse una malattia e non l’unico codice genetico del dna dei grillini). Così da un lato il vero leader appare Maurizio Landini, portatore di vecchi riflessi condizionati e parole d’ordine d’antan, e dall’altro si lascia largo spazio all’azzeccagarbuglismo di Giuseppe Conte, politicamente vuoto come un invaso in tempi di siccità. Ci sono tanti esempi, specie sulle questioni economiche, di questa quotidiana deriva piddina al populismo landinian-contiano, simboleggiata dal ritorno al ricorso alle manifestazioni di piazza come surrogato di una linea politica che non c’è. Ma tra i tanti esempi, quello più clamoroso è l’atteggiamento assunto sulla proposta del governo di riforma costituzionale, il cosiddetto premierato.

Ora, i lettori di questa newsletter sanno che ho espresso critiche e riserve, di merito e di metodo, a questo progetto che maldestramente è stato lanciato, salvo già dire che può e deve essere modificato. Ma non mi sono mai sognato di attribuirgli un carattere eversivo che non ha. Né tantomeno di alzare il vessillo dell’assoluta intangibilità della Carta costituzionale. Invece da sinistra si sono levate grida di allarme, preconcette e pretestuose, che certo non fanno un buon servizio né al Pd – perché la pura difesa dell’esistente è perdente – né al Paese, che invece ha assolutamente bisogno di rivedere la propria architettura istituzionale e di riscrivere le regole del gioco.

Peccato che l’unico ad accorgersi di questa sgrammaticatura politica, e segnalarla pubblicamente, sia stato Dario Franceschini (che come grande elettore decisivo nella nomina della Schlein, dovrebbe prima di tutto recitare il mea culpa). Peraltro, commettendo un errore, perché il tema non è “non dire solo dei no”, ma disporre di una proposta alternativa, originale e autonoma. Pensate quale impatto avrebbe avuto, e avrebbe, un Pd che smettesse di gridare al ritorno del fascismo e dicesse “sì, di una riforma costituzionale c’è bisogno, e va realizzata non in Parlamento ma all’interno di una nuova Assemblea Costituente”. E poi aggiungesse, facendo proprio il suggerimento della componente riformista che nei giorni scorsi Stefano Ceccanti e altri hanno convocato in un convegno a Orvieto: “siamo per il cancellierato alla tedesca e una legge elettorale proporzionale che assicura la semplificazione con lo sbarramento al 5% e non con il distorsivo premio di maggioranza, e concede alle minoranze il diritto di tribuna. Inoltre, il modello tedesco prevede il superamento del bicameralismo perfetto in direzione di un bicameralismo differenziato. Ha una legge sui partiti degna di questo nome, con disciplina pubblica della loro democrazia interna e il finanziamento pubblico. Infine con la sfiducia costruttiva si assicura la governabilità e la stabilità senza uscire dalla forma di governo parlamentare, come farebbe il criptopresidenzialismo previsto dal premierato”. E ancora: “siamo contro l’autonomia non perché la propone la Lega, ma perché crediamo che l’esperienza del decentramento fin qui sperimentata si sia rivelata un fallimento e vogliamo una semplificazione cancellando le Regioni, e il conseguente ritorno della sanità in capo allo Stato, introducendo le macro-Province e mettendo la soglia minima di 5 mila abitanti per i Comuni, che o si accorpano o vengono soppressi”.

Sono idee di sinistra, queste? Sì, nella misura in cui anestetizzano il populismo e il sovranismo dilaganti. No, se si è convinti che per esserlo occorre continuare a recitare il mantra della Costituzione più bella del mondo partorita dalla Resistenza. Ci vuole coraggio per farle proprie e lanciarle come nuovo programma politico? Sì, se ci si continua ad illudere che l’attuale 19% dei consensi (su una platea sempre più ristretta di votanti) sia sufficiente per riconquistare palazzo Chigi. No, se ci si rende conto che per tornare al governo occorre offrire agli italiani una prospettiva di vero cambiamento, e non le vecchie (e ormai bruciate) narrazioni. Il Paese rifugge dagli avventurismi, ma è stanco di dividersi su logori feticci. E sono sicuro che riserverebbe un grande apprezzamento ad una forza riformista che invece di arroccarsi sui no a prescindere e in una postura di allarmismo costituzionale nella campagna referendaria che seguirà la riforma varata dal parlamento, sfidi sia Meloni-Salvini (magari portando Forza Italia dalla propria parte) sia Conte e la sinistra radicale, sul terreno del cambiamento della Costituzione, proponendo un modello semplice e già sperimentato in Europa da decidersi in un’appropriata sede costituente.

Ma davvero i tanti che formano la classe dirigente del Pd, abituati a governare negli enti locali e negli organismi dello Stato e non solo a fare politica con i tweet e vellicando gli umori della piazza, pensano che si possa affrontare la complessità di una fase storica in cui il vecchio ordine mondiale baricentrato sull’Occidente libero e democratico, è messo in discussione da guerre che stringono l’Europa da nord e dal Mediterraneo in una morsa che può rivelarsi esiziale, e da una ridefinizione degli assetti economico-finanziari a favore di Cina, India e paesi terzi, rispolverando “bella ciao”, le bandiere rosse e gli scioperi generali contro il governo? È davvero con le pulsioni identitarie e l’antico “il complesso dei migliori”, secondo una definizione di Luca Ricolfi di molti anni fa, che si affronta la sfida della modernità ai tempi della rivoluzione digitale e dell’intelligenza artificiale? Che lo credano Schlein e Landini non mi stupisce e poco mi interessa, che ma che i tanti riformisti di cui è sempre stata ricca la sinistra consentano che lo si creda per il loro vile silenzio, questo è davvero inaccettabile.

La politica italiana malata, avviluppata per anni in un bipolarismo malato che è degenerato in bipopulismo, non guarirà certo grazie a quel gioco di specchi in cui alle torsioni decisioniste di Meloni corrisponde la riscoperta “girotondina” della piazza da parte di Schlein. Diverso, invece, sarebbe se la mutazione politica della presidente del Consiglio fosse tale da convincere lei stessa, in primis, e poi Bruxelles e le principali cancellerie continentali, che il suo futuro è definitivamente distinto e distante dal suo passato, fino al punto da entrare in una combinazione di governo della Commissione Ue dopo le europee. E se la segretaria del Pd abbandonasse il “campo largo”, inevitabilmente massimalista e populista, per fare una sinistra modernamente socialdemocratica. Succederà tutto questo nel 2024? 1 2 X. (1 Dicembre 2023)
Enrico Cisnetto

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