Le vigne oltre la siepe

Geometrie verdi impreziosite da piante secolari, essenze esotiche, statue marmoree, giochi d’acqua, labirinti. L’Italia custodisce un vasto patrimonio di giardini storici a cui si sta appassionando un turismo colto e silenzioso in costante crescita. Merito di istituzioni pubbliche e di privati che hanno impegnato energia e risorse per tenere in vita preziosi, e costosi, gioielli dell’arte paesaggistica. Merito anche, va riconosciuto, delle intuizioni e del lavoro appassionato di una signora innamorata dell’Italia, Judith Wade, che trent’anni fa creò un network, Grandi Giardini Italiani, allo scopo di promuovere l’apertura al pubblico di ville e giardini che in passato non erano accessibili ai visitatori.

In questo periodo, mentre esplodono le fioriture e le mille sfumature di verde si ricompongono in una sinfonia che sorprende e incanta, i giardini, da un capo all’altro della penisola, aprono i cancelli e si animano offrendo mostre, aperture straordinarie degli edifici, giochi e spettacoli. Ma non solo. In alcuni casi a buongustai e gourmet sono riservate piacevolissime sorprese, perché alcune ville ospitano anche attività di ristorazione, mentre ad altre si affiancano aziende agricole specializzate nella produzione di vino.

Il vigneto che si svela oltre la siepe è testimone di una storia centenaria e protagonista a sua volta del fascino di un paesaggio che non è soltanto un regalo della natura ma è soprattutto opera dell’uomo, frutto di ingegno, arte e di saperi antichi.

Così, a margine di otto fra i giardini che aderiscono a Grandi Giardini Italiani, gli appassionati hanno oggi la possibilità di degustare vini fra i più rappresentativi del territorio. In Trentino, per esempio, lasciata l’A22 del Brennero al casello di Ala Avio, possono raggiungere la tenuta dei marchesi Guerrieri Gonzaga e scoprire dove nasce il San Leonardo, per molti critici il miglior “taglio bordolese” prodotto in Italia. E all’estremo opposto della penisola, in Sicilia, hanno l’opportunità di raggiungere Regaleali, la vasta e affascinante tenuta dei conti Tasca d’Almerita, dove, con il Rosso del Conte, prese slancio quell’ondata di rinnovamento che ha rivoluzionato l’enologia siciliana. 

Tornando al nord, in Veneto, fra la Valpolicella e le colline moreniche del lago di Garda, gli spettacolari giardini delle dimore della famiglia Guerrieri Rizzardi rappresentano l’occasione per esplorare diverse denominazioni, dal Bardolino al Chiaretto, dal Lugana al Valpolicella, dall’Amarone al Recioto. Un’esplorazione, quella dei giardini del Triveneto, che porta poi più a est verso Vicenza, alla Villa di Montruglio Pigafetta Camerini, la cui azienda agricola vanta il Tai rosso (già Tocai rosso, una Granaccia) e il Tai bianco, oltre agli internazionali, e ancora a est, in Friuli, a Vistorta, nella zona delle Grave, dove la famiglia Brandolini d’Adda produce numerose tipologie di vino, fra cui il Friulano (già Tocai), un bianco di successo.

Una panoramica dei vini del Basso Piemonte si accompagnerà invece alla visita dei giardini del millenario Castello di Malingri a Bagnolo e del complesso di Villa Ottolenghi Wedekind, nell’Acquese, dove il paesaggista Piero Porcinai nel 1955 volle collocare accanto al parco futurista un vigneto di 8 ettari pensato in armonia con il giardino. Sulla collina di Bologna, infine, la cantina del Palazzo di Varignana propone le denominazioni tipiche della zona, da varietà come Sangiovese, Albana, Pignoletto, mentre più a sud, in Toscana, a Montepulciano, Villa Trecci produce il Nobile, ottenuto dai tradizionali vitigni toscani: opportunità, la visita di queste due cantine, per vedere come il Sangiovese in Emilia abbia caratteristiche differenti rispetto al Sangiovese coltivato nelle terre di Siena.

Il fiore dell’orto

E’ il principe degli ortaggi invernali. “Sua maestà” il carciofo non è soltanto una fonte ricchissima di vitamine, sali minerali e principi preziosi per la salute e l’equilibrio dell’organismo umano. E’ un prodotto gustosissimo sia cotto che crudo, elemento prezioso in cucina dove è protagonista di innumerevoli piatti della tradizione, così come di suggestivi accostamenti creativi. Da una fragrante frittata a un pesce “San Pietro al forno con patate e carciofi,” da un “baccalà scottato con carciofi e liquerizia” a un “carciofo fritto farcito di paté di fegatini”, da una “pasqualina” di carciofi a un piatto di bresaola con carciofi crudi condito con olio aromatizzato allo scalogno, il successo in tavola è assicurato. Il problema è semmai il vino da abbinare. Nei casi più disperati la mia esperienza suggerisce un Sagrantino di Montefalco, meglio se invecchiato, che con la sua esuberanza tannica è in grado di domare anche i sapori più aggressivi.

Le coltivazioni più estese si trovano in Liguria, Toscana, Lazio, Puglia, Sardegna e Sicilia. Due varietà di carciofi “il Tondo di Paestum” e la “Mammola romanesca” hanno ottenuto l’indicazione Geografica Protetta (Igp) mentre al carciofo “Spinoso di Sardegna” è stata riconosciuta la Denominazione di Origine Protetta (Dop). Slow Food, inoltre, protegge con i Presidi Slow Food  varietà locali di carciofo: il Carciofo Astigiano del sorì, il Carciofo di Pietrelcina, il Bianco di Pertosa e il Violetto di Castellamare in Campania, il Carciofo di Perinaldo in Liguria, il Carciofo  spinoso di Melfi in Sicilia, il Violetto di Sant’Erasmo in Veneto.

Le varietà che si coltivano in Italia possono essere classificate in due grandi gruppi: le varietà autunnali e quelle primaverili. Le autunnali sono prodotte a partire da ottobre-novembre e, dopo un periodo di stasi in inverno, riprendono in primavera fino a maggio. Queste varietà presentano un capolino medio-piccolo e quella che appare dopo l’inverno viene destinata all’industria conserviera per la surgelazione e l’inscatolamento. Le varietà primaverili, da febbraio-marzo fino a maggio-giugno, sono coltivate nelle aree costiere dell’Italia centro-settentrionale con la produzione più pregiata, caratterizzata da capolini più sviluppati.
Un’ulteriore distinzione è fra  varietà spinose e varietà inermi (senza spine). Fra gli spinosi, quello sardo Dop, il ligure di Albenga, lo spinoso di Palermo, carciofi che hanno una forma ovoidale.  Fra gli inermi, di cui si conoscono più varietà, la mammola romanesca dai grossi capolini sferici, il violetto di Toscana primaverile, il precoce di Chioggia, il violetto di Catania e il violetto di Provenza. Ecco comunque le varietà più caratteristiche:

Carciofo spinoso sardo. Si riconosce per la forma vagamente conica, le foglie (brattee) sono serrate e gli aculei molto aguzzi. Il suo periodo va da ottobre a maggio. Molto versatile in cucina, è ottimo se consumato crudo in carpaccio con olio, sale e limone.

Carciofo violetto di Toscana. Caratterizzato da dimensioni piuttosto piccole, ha una forma a tronco di cono. Le brattee sono poco spinose e risultano ondulate verso l’esterno. Lo si trova in primavera. Si consiglia di  cuocerlo dorato e fritto o, in alternativa, brasato. Perfetto sott’olio.


Carciofo spinoso di Palermo. Si presenta con un capolino dalla forma ovale e oblunga e un rivestimento di brattee esterne molto fibrose che avvolgono quelle spinose, più tenere e carnose, che crescono nella parte interna. Si trova in inverno, fino a primavera. Si presta a tutte le ricette ed è ottimo in agrodolce.

Carciofo romanesco. Detto anche mammola. È la varietà di carciofo di dimensioni maggiori ed è caratterizzato dall’assenza di spine. E’un prodotto tipicamente estivo. Quelli che crescono al centro della pianta, detti cimaroli, sono considerati i migliori da cuocere alla giudìa ovvero prima stufati nell’olio e poi fritti oppure alla romana.

Carciofo precoce di Chioggia. Varietà di carciofo che presenta un cupolino bombato e dal colore particolare. Tipico della primavera, È ottimo fritto, lesso o saltato in padella.


Castraure della laguna veneta. Di piccola dimensione, tenerissime, si ottengono dai getti laterali. “Castraure”, infatti, significa letteralmente “potatura” e in effetti sono i carciofini di prima fioritura prelevati dalla parte che ne ha prodotti troppi. Tipici nel periodo primaverile. Ottimi sott’olio e sott’aceto.



Carciofo catanese. Caratterizzato delle sfumature violette delle sue brattee, senza spine, hanno una forma vagamente cilindrica. E’ la varietà più coltivata nel sud Italia ed è reperibile nel periodo autunno-inverno. Ottimi lessati, fritti in pastella o stufati. Anche se conservati sott’olio. 

Biancone di Castelvetrano. Varietà molto particolare, caratterizzata dal colore più chiaro rispetto agli altri. Si presta molto bene per essere gustato crudo.
 

Carciofo di Perinaldo. E’ coltivato solo in questo borgo della Liguria di Ponente e in Provenza, tra i 400 e i 600 metri sul livello del mare. E’ un violetto senza spine, tenero, che non ha barbe all’interno. Necessita di un buon drenaggio e non a caso lo si trova spesso ai bordi dei muri a secco. Si consuma crudo, in insalata oppure cotto in accompagnamento a carni o selvaggina. Le ricette tradizionali lo vedono protagonista di frittatine o di semplici frittelle con aglio e prezzemolo. I Carciofi di Perinaldo si raccolgono tra maggio e giugno, ma conservati sott’olio possono essere consumati durante tutto l’anno.

Una giornata in Oltrepò

Una giornata nell’Oltrepò Pavese. Fra ricordi, scoperte e anche qualche sorpresa: emozioni che sa regalare una grande terra da vino, che, quanto a suggestione del paesaggio e a vocazione per la viticoltura, ben poco ha da invidiare ai distretti enologici più celebrati, quali Chianti, Langhe o Valpolicella. Un territorio, l’Oltrepò, che tuttavia sconta ancora gli effetti di una visione e di una politica poco lungimiranti nel passato, rivolte più alla crescita dei volumi, che alla valorizzazione dei terroir.
La tendenza, peraltro, si è invertita da alcuni anni, e come spesso accade in questi casi l’impulso è partito da quei vignaioli appassionati e innamorati della loro terra e dei loro vigneti che difendono le identità storiche valorizzandole con le conoscenze e le tecniche moderne. Oggi in Oltrepò c’è un gruppo di produttori decisi a vincere questa sfida, produttori che fanno rete, convinti che il vicino che lavora bene non sia un competitore ma un alleato che contribuisce a far crescere il territorio.
Per me una giornata in Oltrepò è stata prima di tutto un ritorno al passato, in particolare alla famiglia di mio marito e a mio suocero era che un “uomo del vino”, al quale devo in parte l’attenzione per questo dono della natura e della fatica dell’uomo. Sulla tavola della famiglia Faravelli, nella casa di Stradella, erano presenti sempre, in successione, questi vini: due bianchi, un Riesling Italico, o un Pinot della cantina Giorgi di Vistarino, in bottiglie senza etichetta. Seguiva un rosato, questo sì con un’etichetta, molto semplice, della cantina Scuropasso. Poi si passava al rosso, un Buttafuoco oppure a un Barbacarlo. Quest’ultimo poteva essere opera di Lino Maga, oppure provenire dalla cantina Francesco Montagna di Broni, successivamente rilevata dalle famiglie Bertè e Cordini. Oggi il Barbacarlo è uno solo, perché al termine di un annoso e duro contenzioso giudiziario Lino Maga aveva ottenuto il riconoscimento dell’unicità del nome Barbacarlo, riferito a un determinato vigneto di sua proprietà.
E pensando a Maga, grande interprete dell’Oltrepò scomparso due anni fa, non posso non andare a trovare a Canneto, al limitare della Val Versa, Andrea Picchioni, vignaiolo di talento che dalla filosofia di Lino ha tratto ispirazione per creare grandi vini rossi che esaltano l’identità del territorio. Andrea, dalle vigne dell’impervio Bricco Riva Bianca dove la pendenza arriva a superare l’80%, produce un Buttafuoco, il Riva Bianca, premiato dalla critica, e autentica espressione del territorio. Ma il vino più affascinante, a mio giudizio, è il Rosso d’Asia, da vecchi vigneti recuperati in Val Solinga, un vino che valorizza al massimo il vitigno Croatina, varietà che nell’Oltrepò, ma anche sui Colli Tortonesi, genera vini di grande piacevolezza: quei vini che non ti stancano mai e che con l’invecchiamento, nelle annate giuste, si rivelano grandi.

Picchioni si definisce un “rossista”, e dal momento che l’Oltrepò è uno dei distretti del metodo classico italiano, produce “da par suo” anche un Profilo rosé pas dosé.

Ma non tutti forse sanno che fra fine anni ‘90 e inizio 2000, Andrea si è cimentato con una sfida personale creando un metodo classico brut nature bianco, la cui sboccatura avveniva dopo una permanenza di almeno dieci anni sui lieviti. Si chiamava Profilo: uno di quei vini di cui ci si ricorda per la vita quando dove e con chi lo si è assaggiato per la prima volta. Un vino di terroir, lo definirei un benchmark, un punto di riferimento per la spumantistica dell’Oltrepò. Ma per Andrea quello del Profilo bianco è un capitolo chiuso. <<Io – ribadisce – sono un produttore di vini rossi perché quella è la vocazione del mio vigneto>>. 

Così, parlando di metodo classico, la prossima meta è la Valle Scuropasso, nella zona collinare che lasciata Broni alle spalle, sale verso l’Appennino. E subito, a Scorzoletta, frazione di Pietra de’ Giorgi, ecco la cantina Scuropasso, quella del vino rosato… Fabio Marazzi, terza generazione della famiglia che oggi può contare anche sull’impegno delle figlie, ha vivo il ricordo di quando, lui ancora ragazzino, <<il signor Rino veniva a parlare con lo zio Primo>>. All’epoca la cantina produceva soprattutto basi-spumante per grandi aziende del Piemonte e poi della Franciacorta. Con l’avvento di Fabio, alla fine degli anni ‘80 la filosofia aziendale è cambiata: la cantina ha iniziato a imbottigliare i vini fermi ottenuti da vigneti in zone vocate della Val Versa e a valorizzare con proprie etichette le basi-spumante da Pinot Nero coltivato a 600 metri a Ruino. I tre “metodo classico” della linea Roccapietra, rappresentano i best seller aziendali, ma meritano attenzione anche i vini fermi, a cominciare dal Buttafuoco nelle sue diverse etichette, fra le quali spicca un Buttafuoco storico, il Pianlong, rosso di grande potenza, intensità di aromi e possibilità di lungo invecchiamento. E poi c’è quel bianco, il Riesling Italico, che tanto mi aveva affascinata e che oggi anche Flavia, la figlia di Fabio ed Emanuela, laureata in Enologia, considera <<sottovalutato, ma che – aggiunge – se ben valorizzato, può rivelarsi molto interessante>>.

Lasciata Scorzoletta, la strada sale verso Pietra de’ Giorgi inoltrandosi in una zona boscosa fino a raggiungere la tenuta dei conti Vistarino. Qui l’impatto è sorprendente e richiama la scenografia di uno dei grandi chateaux di Bordeaux. Sul lato destro della strada l’enoteca introduce nell’edificio della nuova cantina, mentre a sinistra, dietro la cancellata, si intravvede la villa padronale immersa nel parco. La tenuta ha un’estensione di 830 ettari di cui circa 200 coltivati a vigneto con una forte prevalenza (140 ettari circa) di Pinot Nero, vitigno introdotto nella Valle Scuropasso nella seconda metà dell’800 dal conte Carlo. Non a caso un best seller della produzione è il Pinot Nero Brut Metodo classico 1865 perché in quell’anno vide la luce il primo metodo classico italiano a base di Pinot Noir, a opera di Carlo Gancia e Augusto Giorgi di Vistarino.

Oggi la responsabilità dell’azienda, una delle più vaste imprese agricole italiane, è di una giovane donna, appassionata e instancabile, la contessa Ottavia Giorgi di Vistarino, impegnata nell’immane opera di riorganizzazione di un complesso che annovera attività agricole diverse, ripartite su un’ampia estensione di terreni inframmezzati da boschi e casali.

E’ già una realtà la nuova, tecnologica cantina a cui fa da contraltare il museo, in via di allestimento, dove viene raccolto l’archivio storico della famiglia e dell’azienda, con i documenti che ne segnano la storia economica e le fotografie degli illustri personaggi ospitati nella tenuta così come delle maestranze che vi hanno lavorato nel tempo. È ormai una realtà anche l’impianto di 70 ettari di cloni di Pinot Nero destinati alla produzione di rosso fermo, una tipologia di vino in cui la cantina ha mostrato di poter raggiungere performances di eccellenza (come nel caso dell’OP Pinot Nero Pernice 2013, a mio giudizio il miglior Pinot Nero italiano di quel millesimo).

Fra i progetti c’è anche quello di valorizzare il Riesling italico, al quale finora è stato preferito il Riesling Renano.

Dopo una sosta a Stradella, per acquistare i salumi, in particolare salame, pancetta, coppa e cotechino, della Salumeria Virginio e dopo un piatto di ravioli della tradizione al Ristorante Colombi di Montù Beccaria, il viaggio si conclude a Rovescala, nella parte di Oltrepò più vicina al confine con la provincia di Piacenza. La cantina è quella dei Fratelli Agnes e il focus è sulla Bonarda, altro grande protagonista del territorio. La sala di degustazione, con le vetrate che si aprono sulla valle, il calore degli arredi, la presenza dei libri, anticipa la passione culturale e la disponibilità di Sergio e Cristiano Agnes a soddisfare la curiosità del visitatore, a raccontare il territorio e la sua storia, a spiegare la filosofia di una cantina che ne privilegia la risorsa più preziosa, quel vitigno Croatina che qui chiamano Bonarda, così come un antico e raro clone autoctono di Rovescala, la Bonarda Pignolo.

Da Agnes la Bonarda regna sovrana: ferma o frizzante, affinata in botte grande o in barrique, da vigne vecchie, anche molto vecchie, oppure più giovani. Sempre nel rispetto dei terreni e della vocazione che esprimono, e dell’ambiente. Con lavorazioni naturali in cantina e fermentazioni spontanee.

Alle spalle di queste bottiglie c’è una cultura millenaria. Sergio e Cristiano citano reperti di epoca romana che testimoniano la produzione enoica e, soprattutto, un documento notarile del 1192 che attesta come tre feudatari lombardi, creditori del conte Anselmo di Rovescala, avessero convertito il loro credito  in una fornitura di 20 ettolitri di vino proveniente da una certa vigna del paese di cui ero noto l’indiscusso pregio. Testimonianza importante di come già allora, nella giungla delle labrusche, il borgo potesse vantare un vigneto di qualità. E non è un caso che dal catasto vinicolo di Rovescala, risalente al 1546, risulti che già allora si preferiva coltivare la vite in collina.

La Croatina è ricca di tannino di qualità e di polifenoli e nel disciplinare della Bonarda figura da un minimo dell’85% (in questo caso si possono aggiungere Barbera, Ughetta e Uva Rara) fino al 100%. Ma nelle Bonarde dei fratelli Agnes la Croatina è totalitaria, al 100% dal momento che l’eventuale unica variante è la Bonarda Pignolo, cioè un suo antico clone.

Croatina, dunque, declinata in tutte le sue accezioni. Accade così che la Bonarda Frizzante “Cresta dei Ghiffi” sia stato il primo vino frizzante a conquistare gli ambiti “tre bicchieri” e che, all’estremo opposto, il Loghetto Ammandorlato da vigne del 1906 (75% Croatina, il resto varietà antiche) e dalle mille sfumature sensoriali, sia considerato ormai un vino di culto.

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Quei ragazzi di “Saperi e Sapori”…

Immaginate un simposio, nel senso classico del termine, dove sono giovani talenti della cucina a confrontarsi e a sfidarsi ai fornelli, ansiosi di scambiarsi esperienze, pronti a stupire, a suggerire, a discutere. E anche a vivere tutti insieme il piacere del convivio.

Questo era “Saperi e Sapori”. Ogni anno dal 1991 al 1997 i giovani cuochi che stavano rivoluzionando l’alta ristorazione italiana, e non solo, si ritrovavano nel Delta del Po, al  ristorante “Il Trigabolo” di Argenta, e successivamente alla “Locanda della Tamerice” a Ostellato, per dar vita a un evento inedito, e unico per l’importanza che avrebbe avuto nella storia della gastronomia. 

Se fondatore della nuova cucina italiana è considerato Gualtiero Marchesi con il suo ristorante aperto alla fine degli anni ‘70 a Milano, in via Bonvesin de la Riva, e se a lui deve molto una generazione di chef di successo formatisi alla sua scuola, da Carlo Cracco a Enrico Crippa, da Ernst Knam a Davide Oldani, è anche vero che grazie a quei ragazzi che avevano fatto del “Trigabolo” l’epicentro di un’avventura rivoluzionaria, la nuova cucina d’autore ha potuto affermarsi e consolidarsi. Non a caso, quando il locale creato da un geniale ex fornaio, Giacinto Rossetti, cessò l’attività nel 1995, la Guida Michelin, all’epoca molto selettiva, gli attribuì, caso unico, la terza “stella” ad honorem visto che il ristorante aveva ormai chiuso i battenti.

In seguito lo chef, Igles Corelli, che era l’anima e il regista di “Saperi e Sapori” e che aveva avuto come collaboratore un giovanissimo Bruno Barbieri, oggi molto conosciuto come star televisiva, aprì un proprio ristorante a Ostellato, dove continuò per alcuni anni a organizzare la manifestazione.

Di quella stagione straordinaria Salvatore Marchese, scrittore e critico gastronomico (collabora da molti anni alla Guida dell’Espresso e alla rivista Barolo&Co), ha raccolto i ricordi personali e le testimonianze in un volume, Andavamo a cena a “Saperi e Sapori” nel Delta del Po ovvero “cuochi e ricette che hanno cambiato la cucina italiana” (Tarka editore), che rappresenta un documento prezioso per la storia della gastronomia italiana. Nel libro Marchese ha puntigliosamente ricostruito i menu con cui grandi chef italiani, e anche francesi, spagnoli e americani, deliziarono i partecipanti alle cene. E ha riprodotto buona parte delle ricette elaborate dai cuochi per l’occasione. Ma ha anche tratteggiato con rapidi flash il lato umano degli artisti all’opera, personaggi che avrebbero collezionato “stelle” ovunque, da Alfonso Iaccarino a Gianfranco Vissani, da Fulvio Pierangelini a Valentino Mercattillii (San Domenico), da Italo Bassi (Pinchiorri) a Raffaele e Massimiliano Alajmo (Le Calandre), da Enrico Cerea (Da Vittorio) a Iginio Massari, da Lydia Alciati (Da Guido) a Mary Barale (Il Rododendro), dal romagnolo Paolo Teverini ai liguri Paolo Masieri e e Melly  Bianco (Ca’Peo), da Alain Senderens (Lucas Carton) a Toni May e a un giovanissimo Ferran Adrià (El Bulli). Ma anche Gualtiero Marchesi e Roger Vergé (Le Moulin de Mougins) e Georges Cogny, un grande chef parigino emigrato in Val Nure (PC) per amore. E altri ancora. Portatori e interpreti di tendenze diverse, dalla tradizione alla creatività esasperata, dal culto della materia prima alla priorità dell’estetica. Ma, soprattutto, Marchese è riuscito a far immergere il lettore in quell’atmosfera di creatività, di entusiasmo e di amicizia che di quell’evento fece un terreno straordinariamente fertile per un cambiamento epocale. Un cambiamento che alla fine, pur innovando, ha saldamente ancorato la nuova cucina d’autore italiana al patrimonio gastronomico e culturale delle diverse regioni del nostro Paese.

Vinitaly 2023, affari e… suggestioni

Sarà un Vinitaly sempre più orientato all’export e agli affari, come richiede del resto il mondo vitivinicolo, quello in programma alla Fiera di Verona da domenica 2 a mercoledì 5 aprile. Per gli appassionati, soprattutto per i wine lover più giovani, sarà invece il centro di Verona, con alcuni fra i suoi luoghi più suggestivi, a offrire un’ospitalità ricca di eventi, esibizioni e degustazioni. Ma per i gourmet più curiosi e preparati la meta obbligata sarà sempre e comunque la Fiera, non tanto per degustare le etichette delle griffes, sempre più blindate e poco ospitali nei confronti di chi non sia un operatore di peso, quanto per esplorare la vastissima area degli emergenti: territori, vitigni, produttori, che possono riservare molte sorprese ed emozioni.

La 55ma edizione della più esauriente vetrina del vino (e anche dell’olio) italiano, una delle voci più importanti nella bilancia commerciale del Paese, si apre con numeri da record. Soprattutto per la presenza di operatori provenienti dai principali mercati mondiali, fra cui oltre mille top buyer, di 68 Paesi, selezionati e ospitati da Veronafiere.

<<I dati export negli ultimi 10 anni – spiega Maurizio Danese, amministratore delegato di Veronafiere – vedono il vino tra i comparti del made in Italy a maggior tasso di crescita e una bilancia commerciale sempre più determinante per il sistema Italia. Per questo Vinitaly 2023 accelera il percorso di rinnovamento del format che, a tendere, sarà sempre più smart e funzionale alle esigenze delle aziende e del settore stesso>>.

Al centro del salone sarà quindi soprattutto il business, per un settore che annovera 530 mila imprese e 870 mila addetti, e vale 31,3 miliardi di fatturato, per oltre 8 milioni destinato all’export. Ma non meno importante sarà per Vinitaly la promozione di quello che sta dietro la bottiglia, cioè i territori con la loro storia, i paesaggi, la gastronomia, l’arte e la cultura. E in quest’ottica si colloca la decisione del Governo italiano di esporre a Verona il Bacco del Caravaggio e il Bacco fanciullo di Guido Reni conservati agli Uffizi, emblematici della valenza culturale del vino: due tele che per l’occasione saranno ospitate nello stand del ministero dell’Agricoltura.

Ai wine lover sarà dedicato invece Vinitaly and the City, un fuorisalone che si snoderà nel centro di Verona, fra la scenografica Piazza dei Signori, il Cortile del Mercato Vecchio e il Cortile del Tribunale, con un ricco programma consultabile on line, dove è anche possibile acquistare dei carnet di degustazione a prezzi scontati.

Il biglietto di ingresso alla Fiera, il cui accesso è riservato agli addetti ai lavori e vietato ai minori di 18 anni, è acquistabile solo on line e costa 120 euro, più 6 euro di commissione. L’abbonamento costa 260 euro.

La vigilia dell’inaugurazione, il 1 aprile, si terrà invece Opera Wine, degustazione (solo su invito) di 110 etichette italiane selezionate dalla rivista americana Wine Spectator. 

Colori d’autunno

Un incanto che si rinnova ogni anno. E’ lo spettacolo che in autunno ci regalano le foglie prima di staccarsi dai rami degli alberi e dei cespugli. E’ la magìa del foliage, il caleidoscopio di colori, dal verde al bruno, dal giallo al rosso e all’arancio, che infiamma i paesaggi collinari e montani.
A ottobre il bosco diventa protagonista con i suoi colori, e con i suoi frutti, doni preziosi che la natura ci riserva prima di abbandonarsi al grande sonno. Funghi e castagne soprattutto, ma anche cachi e nocciole, che insieme ai prodotti dell’orto tipici della stagione autunnale, come uva, zucche, cavoli, carciofi, legumi, diventano protagonisti di una cucina che ha radici antiche e offre oggi tantissimi spunti per la creatività dei cuochi.
Accanto ai prodotti, come le castagne e i legumi che, grazie alla versatilità del loro impiego e alla possibilità di essere conservati a lungo, già nel Medio Evo rappresentavano un prezioso antidoto alla grande fame delle popolazioni montane e rurali, la natura in questo periodo regala il suo tesoro più nascosto, il tartufo, il prezioso fungo ipogeo che nelle diverse varietà – bianco d’Alba o di Acqualagna soprattutto, e nero pregiato – si trova nei boschi del Basso Piemonte, dalle Langhe al Monferrato ai Colli Tortonesi, ma anche nel Montefeltro.

La grande festa della Borgogna

Ogni anno, nel terzo fine-settimana di novembre, la cittadina di Beaune, capitale vitivinicola della Borgogna, accoglie appassionati e operatori provenienti da tutti i continenti per partecipare, magari anche solo per condividerne l’atmosfera, alla più grande asta di beneficienza del mondo, la vendita dei vini prodotti nelle proprietà dell’Hotel-Dieu.

E’ un rito, quello dell’asta, che si perpetua da 162 anni. La vendita delle preziose botti, che qui chiamano pièces (per favore non chiamatele barriques, non siamo a Bordeaux), infatti, non è solo un momento di festa molto sentito dalla comunità locale, ma rappresenta anche, da secoli, il cardine di un’economia profondamente legata alla terra e alla coltivazione della vite, e al tempo stesso un potente strumento di politica sociale.

Le 800 botti messe all’incanto dal Domaine des Hospices di Beaune sono state battute da Sotheby’s per la cifra record complessiva di 31 milioni di euro, la più alta mai raccolta da un’asta di vini: una somma che se da un lato assicura un robusto sostegno agli ospedali di Beaune e di Nuits-Saint-Georges, dall’altro determina una netta tendenza al rialzo nelle quotazioni dei bianchi e dei rossi di Borgogna, vini i cui prezzi sono enormemente cresciuti negli ultimi anni sia per effetto di alcune annate scarse (il 2021 per esempio) sia per l’aumento della domanda da parte dei nuovi mercati, asiatici in prima linea.

In una viticoltura sapientemente regolata in base a una scala di valori che, saldamente ancorata alle caratteristiche pedoclimatiche dei terreni, sale dalla generica denominazione Borgogna, al Village, quindi al Premier Cru per culminare nel Grand Cru, l‘istituzione dell’Hospice ha un ruolo centrale. Quella dell’Hotel-Dieu di Beaune resta, attraverso cinque secoli, una storia straordinaria di carità, ma anche di imprenditoria e di bellezza, come sottolinea Stefano Zamagni nella prefazione a bel volume dedicato a “L’Hotel-Dieu di Beaune” edito da Marietti 1820.

Una storia cominciata intorno alla metà del 1400, quando Nicolas Rollin, ricchissimo cancelliere del duca di Borgogna Filippo il Buono, sentendo ormai prossimo il viale del tramonto, decise di creare qualcosa che desse un significato più duraturo alla sua esistenza. La guerra dei Cento Anni si era appena conclusa con costi sociali pesantissimi e sulle strade non si incontravano che mendicanti, malati e invalidi. D’accordo con la moglie, Guigone de Salins, Rollin decise così di costruire un ospedale per i poveri.

Già nel 1452 l’Hotel-Dieu potè accogliere i primi malati. Ma i lavori proseguirono con massicci investimenti perché l’edificio, nelle intenzioni dei committenti, doveva essere un grande complesso costruito con i migliori materiali e le decorazioni più preziose, a cominciare dalle coloratissime tegole in legno. Ma per poter sopravvivere ai due mecenati, l’Hospice aveva bisogno di flussi finanziari costanti nel tempo. E qui Rollin ebbe l’intuizione felice: costruire delle camere destinate ad accogliere ospiti più fortunati e facoltosi che potevano pagare il loro soggiorno col denaro oppure cedendo o lasciando in eredità terreni e vigne di loro proprietà. I primi doni datano dal 1457 e da allora non si sono mai interrotti. Oggi il Domaine des Hospices si estende da Chablis a Macon e annovera fra i suoi cru mote fra le più prestigiose denominazioni della Borgogna, da Alexe Corton a Montrachet, da Pommard a Meursault, da Gevrey-Chambertin a Volnay.

Oggi l’edificio quattrocententesco è diventato un museo, fra i più visitati di Francia, mentre moderni edifici sono dedicati all’attività ospedaliera. Ma l’opera pia è più viva che mai e l’asta dei vini rappresenta un contributo importante per il finanziamento degli ospedali di Beaune e di Nuits-Saint-Georges.

All’asta vengono battute le botti di vino dell’ultima vendemmia che, una volta aggiudicate, resteranno comunque per due anni nelle cantine, per essere poi imbottigliate e consegnate ai compratori.
L’annata 2022, considerata molto buona e decisamente più abbondante del 2021, ha fruttato ricavi record al termine di un’asta, che si è protratta fino a notte. Lo scorso anno, con una vendemmia scarsa, i prezzi erano schizzati alle stelle. Ma anche il 2022, nonostante la maggiore quantità, ha fatto registrare prezzi molto elevati.

La “Pièce des Presidents”, una botte da 228 litri di Corton Grand Cru dedicata allo scomparso Louis-Fabrice Latour è stata aggiudicata a 800 mila euro, mentre cinque botti di Batard Montrachet hanno fatto registrare il prezzo di 300 mila euro, a cui vanno aggiunti Iva e diritti, per un costo medio a bottiglia intorno ai 1.350 euro.

La rincorsa dei prezzi, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, non entusiasma i produttori. <<Speriamo che le quotazioni non salgano ancora>>, confidava la vigilia dell’asta Marie-Edith Camus, la cui famiglia possiede a Gevrey-Chambertin 18 ettari di vigneto di cui 12 di Gran Cru. In <<prezzi abbordabili>> sperava anche Julien Cauvard, intenzionato a far acquisti all’asta.

Quotazioni che risentono anche del particolare richiamo dell’asta: aggiudicarsi le migliori pièces dell’Hospice è motivo di orgoglio e di prestigio per i grandi commercianti che controllano il mercato e che spesso si associano per aggiudicarsi le botti più costose, come è accaduto quest’anno per la “Pièce des presidents”. Mentre fra i vignerons che sono l’anima e la storia della Borgogna l’esplosione dei prezzi è vista con preoccupazione per l’inevitabile contraccolpo sulle quotazioni del vigneto che rende le acquisizioni proibitive, senza contare gli effetti sulla mappa di una viticultura fatta di piccole cantine che già le pesanti tasse di successione vigenti in Francia rischiano di sconvolgere.

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