La magia dei bianchi che sanno invecchiare

Un Pinot bianco Vorberg del 2009 e un Sauvignon Quarz 2011, Cantina di Terlano. E’ il momento di stappare? Possiamo parlarne. Sì, perché i bianchi di questa cantina sociale che ha sede a pochi chilometri dal casello di Bolzano Sud in un contesto paesaggistico dominato dalle rocce di porfido, sono incredibilmente longevi. Vini piacevolissimi anche in gioventù, ma capaci di maturare nel tempo fino a esprimere, con complessità ma anche grande equilibrio, la ricchezza minerale di un terroir molto particolare, trasmettendo emozioni che solo un grande vino sa regalare. Il Pinot Bianco Vorberg proviene da vigneti coltivati fino a circa 700 metri di altitudine, su una balconata alta sulla valle. Il Sauvignon Quarz da una selezione di uve prodotte nel comune di Terlano da vigneti impiantati su terreni ricchi di porfido e quarzo. Caratteristiche che consentono ai bianchi della cantina altoatesina, come anche il Terlaner e il Nova Domus (di quest’ultimo tuttora sorprendente il 2002, millesimo eccezionale per l’Alto Adige), di invecchiare alla grande, sviluppando un’intensa mineralità e mantenendo al contempo un’inaspettata freschezza. Come dimenticare, del resto, quella degustazione verticale di Vorberg che si tenne una quindicina d’anni fa a Gusto in Scena a Venezia, e si concluse con l’assaggio di un Pinot Bianco che il suo autore, il capo cantiniere Sebastian Stocker, aveva messo da parte e la cantina di Terlano aveva custodito per cinquant’anni?

E.P.

…del vigneto più alto d’Europa

Erano quattro amici al bar…L’idea era nata al tavolino di un bar di Cortina d’Ampezzo: perché non impiantare un vigneto in una radura della splendida conca dolomitica? Da una sfida che era anche una scommessa era nato così il progetto del Vigneto 1350, che con i suoi 1350 metri di altitudine avrebbe conquistato il record del vigneto più alto d’Europa. Una scommessa coltivata con entusiasmo, fatica, sacrifici, ma anche competenza e ambizioni scientifiche. Sì perché dei quattro amici due erano addetti ai lavori di grande esperienza: Fabrizio Zardini, ampezzano doc, enologo emigrato nel mondo come consulente di cantine italiane ed estere, e Francesco Anaclerio, già responsabile della ricerca di Rauscedo, primaria azienda nel campo della vivaistica.  

Tutti e quattro, insieme, riuscirono a compiere il primo fondamentale passo per far decollare il progetto: ottenere dalle Regole di Cortina, che hanno la proprietà dei pascoli e dei boschi della conca, un terreno in cui piantare le barbatelle. Un terreno, sassoso e poco ospitale in verità, però con una buona esposizione, situato alle falde del monte Pomagagnon. Lì, nel 2011, Zardini e Anaclerio decisero di impiatare quattro vitigni già sperimentati nella viticoltura di montagna, sia pure ad altitudini inferiori: Petit Rouge, Andrè (incrocio fra Pinot Noir e Franconia), Palava e Incrocio Manzoni. La forza dei raggi ultravioletti prometteva di scongiurare le principali malattie della vite, ma la sfida più difficile era quella di raggiungere la maturazione delle uve in tempo, prima della neve autunnale. La stessa sopravvivenza delle giovani piante alle intemperanze del clima si prospettava difficile. 

In effetti dopo un paio d’anni un’eccezionale nevicata distrusse buona parte del vigneto, rendendo necessario un reimpianto. Le nuove piante ebbero miglior sorte e quando, nel 2015, la direzione di “Civiltà del Bere” scelse il vigneto 1350 per l’inaugurazione di VinoVip 2015, l’aspetto dell’impianto appariva promettente.

Intanto la sperimentazione continuava. Le prime due varietà si rivelarono le meno adatte per questo ambiente estremo mentre dagli altri due vitigni, Franconia e Manzoni, Zardini riuscì a fare interessanti microvinificazioni. Ne presentò alcuni campioni in occasione di un Vinitaly a Verona e ricordo che in quella occasione, mentre degustavamo un calice di bianco, Franz Haas, il grande vignaiolo altoatesino, mi disse: <<E’ il miglior Incrocio Manzoni che ho assaggiato finora>>.

Successivamente, con l’avvento delle nuove varietà resistenti, i cosiddetti piwi, Zardini, d’intesa con il produttore Gianluca Bisol, che era subentrato agli altri fondatori, decise di piantare barbatelle di Solaris, vitigno a bacca bianca, con una componente aromatica e una struttura che lo rende adatto anche alla spumantizzazione. Ne ho assaggiato un campione della vendemmia 2022, pas dosé naturalmente, e, a dispetto del mio scarso entusiasmo per i piwi, l’ho trovato molto buono. 

Pur con volumi molto limitati, le “bollicine 1350” potevano essere il vino emblematico delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026. Invece no, il sogno di Fabrizio Zardini, ultimo rimasto a prendersi cura del vigneto, si è infranto contro il rigore della burocrazia, le piccole invidie di paese, le lacune culturali di una comunità che non esita a spendere cifre spropositate per cori e bande ma si rifiuta di aiutare un piccolo, innocuo vigneto. Zardini aveva costruito una piccola capanna di legno, ove mettere al riparo le macchine agricole e assicurare un momento di ristoro a chi lavorava nel vigneto. Non erano stati rispettati, però, regole e divieti amministrativi e le Regole, alla fine, sono state implacabili nell’imporre la demolizione con la ruspa della casetta, decretando così di fatto l’abbandono del vigneto più alto d’Europa. (luglio 2026)

E.P.

VinoVip 2026 il 12-13 luglio a Cortina d’Ampezzo

L’evento, organizzato con cadenza biennale dalla storica rivista “Civiltà del Bere”, è un appuntamento fisso per le griffes più conosciute dell’enologia italiana, che si ritrovano nel cuore delle Dolomiti per confrontarsi sui temi di attualità del settore. Ma VinoVip, giunto oggi alla 15ma edizione, offre anche agli appassionati e agli addetti ai lavori l’opportunità di assaggiare le novità di 54 fra le più prestigiose cantine italiane, rappresentative delle varie zone vitivinicole del paese.

Domenica 12 luglio all’Alexander Girardi Hall di Cortina, nel talk show “I tenori del vino”, Piero Antinori, Angelo Gaja, Sandro 

Boscaini (Masi) e Fausto Maculan discuteranno dei nuovi scenari del vino italiano. Seguirà la consegna, da parte di Alessandro Torcoli, direttore di “Civiltà del Bere”, del premio intitolato al fondatore  della rivista, Pino Khail (ingresso libero, gradita la registrazione sul sito).Lunedì 13, dalle 16 alle 20, il panoramico Chalet Tofane, in zona Lacedel,  ospiterà il “Grand Tasting”, banco d’assaggio con i vini delle 54 aziende ospiti, che faranno degustare al pubblico 150 etichette fra le più prestigiose del panorama enologico italiano (ticket di ingresso: 50 euro, prevendita sul sito di VinoVip)

Vini in vetta

Sono rare le occasioni per avere una panoramica delle migliori produzioni vitivinicole di un paese. Se, poi, alla selezione dei vini si aggiunge il panorama delle montagne più affascinanti del mondo, le Dolomiti, l’invito è di quelli da non perdere. Con questo intento, “Civiltà del Bere”, storica rivista fondata da Pino Khail e oggi diretta dal nipote, Alessandro Torcoli, organizza a Cortina d’Ampezzo “VinoVip Cortina”, in programma quest’anno il 12-13 luglio. Per i produttori è un’occasione di incontro e di confronto, qualcosa di simile ai forum che periodicamente riuniscono i protagonisti dell’economia e della finanza. Per gli appassionati è un’opportunità unica per degustare i vini di cantine blasonate o emergenti.

Alla 15ma edizione di VinoVip, che ha cadenza biennale, sono state invitate 54 fra le più prestigiose cantine italiane, rappresentative delle varie zone vitivinicole del paese. 

Il programma di domenica 12 luglio inizia alle 15 con il talk show “I tenori del vino” in cui Piero Antinori, Angelo Gaja, Sandro Boscaini (Masi) e Fausto Maculan discuteranno di scenari e prospettive del mercato: <<una riflessione sul passato per guardare al futuro>> con alcuni protagonisti del “rinascimento “del vino italiano. Durante il talk show sarà consegnato il Premio Khail 2026, riconoscimento intitolato al fondatore di “Civiltà del bere” e destinato a un personaggio che si è distinto nella valorizzazione del vino italiano nel mondo (ingresso libero, gradita la registrazione sul sito).

Lunedì 13 alle 9,30 nelle sale dell’Hotel de la Poste si svolgerà un seminario con successiva degustazione sul tema “I tre volti del Pinot” (ticket 40 euro, prevendita sul sito). Nel pomeriggio, dalle 16 alle 20, l’evento clou, presso il panoramico Chalet Tofane, in località Lacedel, dove si svolgerà il “Grand Tasting”, banco d’assaggio con i vini delle 54 aziende ospiti, che faranno degustare al pubblico 150 etichette fra le più prestigiose del panorama enologico italiano (ticket di ingresso: 50 euro, prevendita sul sito di VinoVip). Ecco l’elenco delle cantine presenti: Marilisa Allegrini, Andreola, Marchesi Antinori, Argiolas, Banfi, Bellavista, Berlucchi Franciacorta, Bortolomiol, Le Caniette, Castello di Querceto, Cesarini Sforza, Cleto Chiarli, Cantina dei Colli Ripani, Il Colombaio di Santa Chiara, Costa Arènte, Marco Felluga – Russiz Superiore, Fèlsina, Tenute Folonari, Fontanafredda, Fonzone, Nino Franco, Gabe Tenute, Isole e Olena, Kettmeir, Lamole di Lamole, Cantine Lvnae, Maculan, Le Manzane, Masciarelli, Masi Agricola, Mezzacorona, Monte Zovo, Pasqua Vini, Pio Cesare, Planeta, PuntoZero, Rottensteiner, Ruggeri, Tenuta San Guido, Tenuta Sant’Antonio, Sartori di Verona (Collis Heritage), Tedeschi, Cantina Terlano, Tinazzi, Tommasi, Cantina Tramin, Umani Ronchi, Varvaglione, Velenosi, Villa Bogdano, Villa Sandi, Vite Colte, Zorzettig e Castagner.

Dopo 80 anni in chiaroscuro la Repubblica ha bisogno di essere profondamente rinnovata. L’unico modo per farlo seriamente è convocare un’assemblea costituente

Giusto festeggiare gli 80 anni della Repubblica. Inevitabile che forti dosi di retorica punteggino celebrazioni spesso ridondanti. Utile se si coglie l’occasione per riflettere su alcuni passaggi della nostra storia e per fare un bilancio di questi 8 decenni di vita repubblicana. Ma soprattutto è indispensabile guardare avanti, uscendo dalla doppia trappola, quella del passato come nostalgia unificante e quella del passato come permanente fattore di polarizzazione divisiva.

Questi 80 anni di storia italiana sono stati pieni di luci, ma non sono certo mancate le ombre. Rispetto al 2 giugno del 1946 il Paese è certamente più ricco, più moderno, più evoluto. Ma allo stesso tempo più depresso, più disincantato, più disamorato della cosa pubblica, sempre meno convinto della concreta capacità della politica di incidere e migliorare la propria condizione di vita, come dimostra il crescente astensionismo elettorale. Ha attraversato momenti di straordinaria vitalità – politica, economica, sociale, culturale – e periodi di drammatica oscurità, dagli anni di piombo alle stragi mafiose, dalle crisi economiche alla degenerazione del rapporto tra magistratura e politica, fino ai tanti nodi irrisolti del sistema politico e istituzionale.

Ma non è questa la sede per approfondire il chiaroscuro di questi 80 anni della nostra Repubblica, che peraltro è mirabilmente descritto da Giuliano Amato e Giovanni Tarli Barbieri nel saggio “Le stagioni della Repubblica” edito dal Mulino (oggetto della War Room di giovedì 4 giugno, qui il link), in cui è stata analizzata l’evoluzione del nostro sistema istituzionale senza occultare i tanti passi falsi, ma al contempo illustrando la capacità del modello repubblicano di superare conflitti, estremismi e tensioni storiche attraverso un processo democratico capace di evolvere se stesso difendendo la Costituzione. Per esempio, uno dei grandi meriti del sistema repubblicano fu quello di riassorbire presto la spaccatura palesata proprio nel referendum del 2-3 giugno 1946, nel quale la Monarchia perse per poco più di due milioni di voti, mettendo in evidenza un paese diviso a metà, tra un Nord repubblicano e un Sud da Roma in giù a larga prevalenza monarchico. Mentre lo stesso non si può dire dell’altra enorme crepa del dopoguerra, quella tra fascisti e antifascisti, ancora presente nell’Italia di oggi, divisa tra nostalgici più o meno palesi e figli della resistenza più o meno massimalisti. Un conflitto che oggi ha preso le sembianze di uno scontro permanente sul passato tra opposti, ma accomunati dal medesimo immobilismo nel presente e da una totale assenza di visione del futuro. Un male che nuoce alla salute della nostra democrazia e rivela l’innegabile difficoltà della Repubblica di rigenerare le proprie istituzioni, con il Quirinale rimasto l’ultimo vero perno su cui si poggia tutto il sistema istituzionale, unico ancora capace di pacificare e unire il Paese.

La politica italiana è profondamente malata. Lo è la sua capacità di rappresentanza, lo sono i suoi meccanismi di (non) funzionamento. Il sistema istituzionale è arrugginito, quando non disfunzionante. La produzione legislativa è lenta e pletorica, spesso inessenziale. Il processo decisionale è rallentato, involuto, ma soprattutto incapace di produrre effetti reali e incisivi. Pur schematico, questo referto è più che sufficiente per trarre la conclusione che intervenire sul sistema politico-istituzionale, anche attraverso modifiche costituzionali, non solo è legittimo, ma indispensabile. Ma per riuscire a realizzarle, le riforme istituzionali, e farle bene, c’è una precondizione, senza la quale nulla è possibile: riformare la politica e il sistema politico. Non che in questi anni siano mancati i tentativi, solo che ci si è sempre affidati a chimere, facili illusioni o, peggio, disastrose forzature. Nella galleria degli errori (e orrori) vanno iscritti a pieno titolo la fine dei partiti tradizionali, il maggioritario, il bipolarismo, la personalizzazione della politica, il leaderismo esasperato, il progressivo deprezzamento e depauperamento del Parlamento, il federalismo verso il basso, il sovranismo come antitesi all’integrazione europea, l’accettazione del ruolo improprio assunto dalla magistratura, i cambiamenti costituzionali non condivisi tra maggioranze e opposizioni.

Ed è proprio da qui che vorrei partire per provare a dare a noi stessi una prospettiva che drammaticamente oggi ci manca. Ormai da molto tempo sostengo che l’Italia abbia bisogno di un ri(costituente), gioco di parole per dire che credo opportuna e necessaria una ripartenza basata su un momento formale straordinario: una nuova Assemblea Costituente. Eletta per compiere, senza furie iconoclaste ma anche senza alcun tabù, una revisione organica dell’architettura istituzionale dello Stato, a cominciare dalla imprescindibile semplificazione delle troppe ed elefantiache strutture del decentramento amministrativo, e per portare il Paese – finalmente – ad una vera “Terza Repubblica”. Sono anni, infatti, che un numero crescente di italiani – ormai la grande maggioranza – manda con i mezzi che ha, quindi anche e soprattutto con l’astensione dal voto, messaggi alla classe politica dicendole che è ora di chiudere l’infinita stagione del bipolarismo muscolare e della transizione verso non si sa bene che cosa, che impropriamente abbiamo chiamato Seconda Repubblica. La politica finora è rimasta sorda di fronte a questi appelli, preferendo parlare con il linguaggio della reciproca delegittimazione alle sempre più esigue tifoserie, aiutata in questo da un sistema mediatico complice.

Ora, però, il punto di rottura è vicino. Sia perché il declino strutturale del Paese è tale da rendere inevitabile la presentazione del conto, sia perché il quadro geopolitico planetario, con la rottura del patto di solidarietà euro-atlantico voluta dagli Stati Uniti di Trump proprio mentre a nord-est e a sud dell’Europa bussano guerre rovinose, già in atto e potenziali, produrrà conseguenze devastanti, sia per le economie (crisi energetica) e per i sistemi finanziari (rischi di crack come nel 2008 e seguenti), sia per la tenuta delle opinioni pubbliche (il riarmo) e dei sistemi politici. Sta dunque per chiudersi la lunga stagione che Giuseppe De Rita ha chiamato “il ciclo della politica-pop”, dominato dai “leader singolari”, cioè figure sorprendenti, fuori dagli schemi, ma meteore, perché quando la politica è soltanto costruzione comunicativa, le leadership sono destinate ad esaurirsi rapidamente. Insomma, il mix pernicioso tra populismo, radicalismo, leaderismo e nuovismo è – sperabilmente – al trapasso. E paradossalmente potrebbe essere il suo interprete più rappresentativo, Donald Trump, a posarci sopra una bella pietra tombale, proprio in virtù del suo fallimentare estremismo. Di conseguenza potrebbe (dovrebbe) aprirsi una nuova fase della politica che De Rita definisce “ritorno alla normalità” e stima si manifesti “da qui al 2032”.

E di cosa c’è più bisogno per favorire l’avvio e il consolidamento di questa nuova epoca se non di riscrivere le comuni regole del gioco e ridisegnare l’architettura dello Stato, centrale e periferico, e di farlo nella sede più alta e appropriata di un’assemblea appositamente convocata? La quale, grazie al mandato popolare e l’alto valore anche simbolico che avrebbe la sua convocazione 78 anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana (1 gennaio 1948), disporrebbe dell’autorevolezza e della coesione necessarie a modernizzare seriamente un assetto istituzionale che non risponde più alle attese ed alle esigenze di un Paese che deve riacquisire fiducia e tornare a investire sul futuro. L’Italia ha bisogno di una “grande svolta” per rifondare su nuove basi il sistema politico, per riscrivere in modo condiviso le regole comuni, per rinnovare profondamente la classe dirigente, per ritrovare la strada dello sviluppo economico, per riscoprire lo spirito fondativo della Repubblica.

Certo, l’Assemblea Costituente è quello più impegnativo dell’intera gamma di strumenti utilizzabili. Ma, da un lato, veniamo dal fallimento delle Bicamerali per non uscire dal recinto di Camera e Senato, e dall’altro gli esiti di diversi referendum sconsigliano le forzature a colpi di maggioranza, perché gli italiani – giustamente – non si fidano e puniscono la modalità prima ancora che il merito delle riforme costituzionali. Nello stesso tempo, è assurdo contestare l’intenzione – bollandola come sovversiva, reazionaria e fascista – di mettere mano alla Costituzione, in nome della sua presunta intangibilità. Dunque, l’Assemblea Costituente è senza dubbio lo strumento più efficace, più adeguato e il più evocativo della necessità del cambiamento, perché solo un luogo extra-parlamentare, cioè la cui composizione e i cui lavori siano sganciati dal Parlamento vigente e dall’iter dei suoi lavori, e che quindi non costringa nessuno all’abiura della propria militanza e che prescinda dalla distinzione tra maggioranza e opposizione, può funzionare. L’Assemblea dovrà essere dotata di poteri sia redigenti che deliberativi, i suoi componenti (un centinaio è il numero giusto) saranno eletti dai cittadini con una procedura elettorale proporzionale pura a collegio unico nazionale (vanno esclusi i parlamentari in carica e va lasciata una quota di saggi scelti dal Capo dello Stato), e le sarà assegnato un anno di tempo per concludere i lavori. Infine, lo spirito costituente indurrà l’esaurirsi della contrapposizione permanente come unica ragione del fare politica, premessa per mandare in pensione il bipolarismo armato e favorire la convergenza su basi post ideologiche dei partiti, inevitabilmente rinnovati nelle loro classi dirigenti.

Dopo le elezioni del 2022, Giorgia Meloni ha avuto la possibilità di alzare l’asticella rispetto ai suoi predecessori, promuovendo una legge costituzionale che convocasse un’Assemblea Costituente (o anche, volendo, che istituisse una Commissione Costituente, secondo le indicazioni di Marcello Pera, che pure la stessa Meloni aveva fatto eleggere nelle liste di FdI). E in quella sede decidere se è il presidenzialismo, e di quale tipo, che può assicurare al Paese una politica che sappia fare le riforme, o seppure, come io penso, lo sia un premierato alla tedesca, che non prevede elezione diretta del primo ministro, ma si affida alla sfiducia costruttiva e ad altre regole di sana governabilità. Invece, nell’illusione di avere ricevuto dagli italiani un mandato forte – cosa che non è, visto che il destra-centro rappresenta un quarto degli aventi diritto al voto, ed è peraltro fortemente diviso al suo interno – Meloni ha scelto la via parlamentare, abborracciando una proposta, il premierato, politicamente sbagliata e tecnicamente piena di lacune e contraddizioni. Tant’è che è stata abbandonata per strada, ripiegando su una legge elettorale nominalmente proporzionale ma in effetti iper-maggioritaria per via dell’assegnazione di un premio (sono in discussione la quantità di seggi e la soglia sopra la quale se ne avrebbe diritto, per evitare la probabile bocciatura della Corte Costituzionale) che assicuri la vittoria certa ad una delle coalizioni in gara. Ora, se è vero che l’Italia ha un disperato bisogno, insieme, di stabilità politica e di governabilità, è altrettanto vero che mentre la seconda assicura anche la prima, non è così viceversa. E la stabilità non si può imporre per legge, discende dalla qualità dei partiti e delle loro classi dirigenti, dal sistema politico che si adotta e dal buon funzionamento dell’attività legislativa. Mentre per rafforzare l’esecutivo basterebbero tre piccole modifiche costituzionali: trasformare il presidente del Consiglio in Cancelliere attribuendogli il potere di nomina e revoca dei ministri; introdurre la “sfiducia costruttiva” in modo che le Camere possano mandare a casa un governo solo quando ce n’è già un altro pronto; fissare un tempo di durata dei governi, fermo restando la scadenza anticipata (che però sarebbe mitigata dalla “sfiducia costruttiva”).

Ma non è difficile comprendere che si tratta di questioni su cui è bene evitare la contrapposizione, e cercare invece la convergenza. Condizione che in questo sistema politico non è possibile realizzare in Parlamento. Meloni, che ha il problema di come riempire di contenuti l’anno abbondante che ci separa dalla fine della legislatura per evitare che sia solo una infinta e sanguinosa campagna elettorale, avrebbe tutto l’interesse ad adottare l’idea della Costituente. Lo farà? Ne dubito fortemente. Così come non mi pare proprio che il campo largo, tra una Schlein landinizzata e un Conte impegnato a praticare un pacifismo funzionale a Putin, abbia non dico l’intelligenza politica, ma almeno l’astuzia per farne l’oggetto del suo programma (che non c’è). Non resta dunque che sperare che l’idea dell’Assemblea Costituente come “ricostituente” per guarire l’Italia malata, nasca dal basso, dalla società civile, dai corpi sociali intermedi, dagli intellettuali e da qualche media che si voglia sottrarre alla mediocrità dilagante. Io la lanciai, con tanto di proposta formalizzata, nel 2006, e la rilancio oggi, sperando di avere migliore fortuna. Chi vuole davvero bene alla Repubblica si attivi. Agli altri lasciamo volentieri la celebrazione dei suoi 80 anni, che fa fino e non impegna. Viva la Repubblica! (6 Giugno 2026)

Enrico Cisnetto 

Mare&Mosto a Genova

Domenica 7 e lunedì 8 giugno il Palazzo Ducale di Genova ospita Mare&Mosto – Le vigne sospese, evento da non perdere per chi desideri esplorare, cogliendone le ultime tendenze, una viticoltura di nicchia, difficile e davvero eroica, ma fortemente identitaria nel suo rapporto con un territorio che è al tempo stesso montagna e mare, che produce piccoli volumi, ma di elevata qualità e che da qualche tempo viene premiata da un export in costante crescita.

Mare&Mosto, evento ideato e organizzato da AIS Liguria – Associazione Italiana Sommelier, che in passato si svolgeva a Sestri Levante, ha contribuito a far conoscere i vini della regione italiana che forse più di tutte negli ultimi dieci anni è cresciuta in termini di qualità, a un pubblico esigente di critici, di addetti ai lavori e di appassionati. Ora, con il trasferimento in una location ampia e prestigiosa come il Palazzo Ducale di Genova, gli organizzatori si propongono di rafforzare questo progetto.

<<Dopo dieci edizioni nell’ex Convento dell’Annunziata di Sestri Levante che hanno consolidato l’evento come riferimento per la promozione del comparto vitivinicolo e oleario regionale – spiega Marco Rezzano, presidente di AIS Liguria – Mare&Mosto compie quest’anno un passo significativo: spostarsi nel capoluogo ligure, in uno dei suoi principali spazi culturali rappresenta una nuova fase nel percorso di crescita della manifestazione di cui siamo molto orgogliosi>>.

L’edizione 2026 sarà una due giorni dedicata ai vini e anche agli oli di Liguria, con oltre 80 produttori di vino e una significativa presenza di produttori di olio extravergine Dop della Riviera Ligure, opportunità quest’ultima per assaggiare interpretazioni autentiche della pregiata cultivar Taggiasca. Sarà presente poi, com’è consuetudine, una denominazione ospite: questo volta l’invito è stato rivolto al Consorzio  per la tutela dei Vini Etna Doc.

Il programma è molto ricco. Oltre al banco d’assaggio e ai seminari, workshop e laboratori previsti nelle due giornate di domenica e lunedì,è prevista, sabato 6 giugno, un’anteprima con iniziative che intrecciano vino, cultura e paesaggio. A Genova l’itinerario “Quello che i Rolli non dicono” organizzato in collaborazione con il Comune e la Camera di commercio aprirà le porte di alcuni fra i più affascinanti Palazzi dei Rolli patrimonio Unesco (tour dalle 10 alle 18, con partenza ogni 30 minuti, prenotazione sul sito del Comune di Genova).

Nella regione, con gli itinerari “Liguria nel calice: i Tour AIS tra vigne e territori”, sono previste visite ai vigneti, alle cantine e degustazioni guidate allo scopo di esplorare alcuni fra i più rappresentativi terroir alla scoperta di “Colli di Luni – La terra del Vermentino”, “Dalla Val Petronio alla Val Graveglia”, “Alla scoperta della Valle Arroscia”, “Tour di Dolceacqua”. Tutti tour partono sabato 6 giugno alle 9 da Piazza della Vittoria, nel centro di Genova (prenotazione obbligatoria su www.maremosto.it).

Domenica e lunedì il banco d’assaggio sarà ospitato nella Sala del Maggior Consiglio dalle 12 alle 19. La Sala del Minor Consiglio ospiterà  i seminari “Le nuove generazioni si raccontano” (domenica, 12,30) e “Oltre il pendio: droni e viticoltura estrema” (lunedì 10,30).

Nella Sala del Camino lezione su come degustare olio e olive, a cura di Luigi Caricato e Roberto De Andreis (domenica alle 13), quindi degustazione su “Spumenti e Rosati della Liguria di Ponente (domenica, 14,30), “Moscatello di Taggia: il vino dei Papi” (domenica, ore 16), “Le Sbarbatelle” ovvero storie di produttrici under 40 (domenica, ore 17). Si prosegue quindi con “Vini dell’Etna: i versanti e le contrade” (lunedì ore 13)  per finire con “Vini e formaggi liguri: un incontro di vallate” (lunedì ore 16).

Lunedì 8 alle 15, infine, finale  pubblica del concorso Miglior sommelier della Liguria 2026.

Ingresso a Palazzo Ducale: biglietto giornaliero di 25 euro per i soci AIS, 35 euro per i non soci. Per chi acquista online (entro le ore 20 del 5 giugno) il prezzo del giornaliero scende a 20 per i soci e a 30 per i non soci. In questo caso il biglietto per due giorni è rispettivamente di 30 euro per i soci e 50 per i non soci.

Il vino ligure in vetrina a Genova

Domenica 7 e lunedì 8 giugno il Palazzo Ducale di Genova ospita Mare&Mosto – Le vigne sospese, evento da non perdere per chi desideri esplorare, cogliendone le ultime tendenze, una viticoltura di nicchia, difficile e davvero eroica, ma fortemente identitaria nel suo rapporto con un territorio che è al tempo stesso montagna e mare, che produce piccoli volumi, ma di elevata qualità e che da qualche tempo viene premiata da un export in costante crescita.Mare&Mosto, evento ideato e organizzato da AIS Liguria – Associazione Italiana Sommelier, che in passato si svolgeva a Sestri Levante, ha contribuito a far conoscere i vini della regione italiana che forse più di tutte negli ultimi dieci anni è cresciuta in termini di qualità, a un pubblico esigente di critici, di addetti ai lavori e di appassionati. Ora, con il trasferimento in una location ampia e prestigiosa come il Palazzo Ducale di Genova, gli organizzatori si propongono di rafforzare questo progetto.<<Dopo dieci edizioni nell’ex Convento dell’Annunziata di Sestri Levante che hanno consolidato l’evento come riferimento per la promozione del comparto vitivinicolo e oleario regionale – spiega Marco Rezzano, presidente di AIS Liguria – Mare&Mosto compie quest’anno un passo significativo: spostarsi nel capoluogo ligure, in uno dei suoi principali spazi culturali rappresenta una nuova fase nel percorso di crescita della manifestazione di cui siamo molto orgogliosi>>.L’edizione 2026 sarà una due giorni dedicata ai vini e anche agli oli di Liguria, con oltre 80 produttori di vino e una significativa presenza di produttori di olio extravergine Dop della Riviera Ligure, opportunità quest’ultima per assaggiare interpretazioni autentiche della pregiata cultivar Taggiasca. Sarà presente poi, com’è consuetudine, una denominazione ospite: questo volta l’invito è stato rivolto al Consorzio  per la tutela dei Vini Etna Doc.Il programma è molto ricco. Oltre al banco d’assaggio e ai seminari, workshop e laboratori previsti nelle due giornate di domenica e lunedì,è prevista, sabato 6 giugno, un’anteprima con iniziative che intrecciano vino, cultura e paesaggio. A Genova l’itinerario “Quello che i Rolli non dicono” organizzato in collaborazione con il Comune e la Camera di commercio aprirà le porte di alcuni fra i più affascinanti Palazzi dei Rolli patrimonio Unesco (tour dalle 10 alle 18, con partenza ogni 30 minuti, prenotazione sul sito del Comune di Genova).Nella regione, con gli itinerari “Liguria nel calice: i Tour AIS tra vigne e territori”, sono previste visite ai vigneti, alle cantine e degustazioni guidate allo scopo di esplorare alcuni fra i più rappresentativi terroir alla scoperta di “Colli di Luni – La terra del Vermentino”, “Dalla Val Petronio alla Val Graveglia”, “Alla scoperta della Valle Arroscia”, “Tour di Dolceacqua”. Tutti tour partono sabato 6 giugno alle 9 da Piazza della Vittoria, nel centro di Genova (prenotazione obbligatoria su www.maremosto.it).Domenica e lunedì il banco d’assaggio sarà ospitato nella Sala del Maggior Consiglio dalle 12 alle 19. La Sala del Minor Consiglio ospiterà  i seminari “Le nuove generazioni si raccontano” (domenica, 12,30) e “Oltre il pendio: droni e viticoltura estrema” (lunedì 10,30).Nella Sala del Camino lezione su come degustare olio e olive, a cura di Luigi Caricato e Roberto De Andreis (domenica alle 13), quindi degustazione su “Spumenti e Rosati della Liguria di Ponente (domenica, 14,30), “Moscatello di Taggia: il vino dei Papi” (domenica, ore 16), “Le Sbarbatelle” ovvero storie di produttrici under 40 (domenica, ore 17). Si prosegue quindi con “Vini dell’Etna: i versanti e le contrade” (lunedì ore 13)  per finire con “Vini e formaggi liguri: un incontro di vallate” (lunedì ore 16).Lunedì 8 alle 15, infine, finale  pubblica del concorso Miglior sommelier della Liguria 2026.

Ingresso a Palazzo Ducale: biglietto giornaliero di 25 euro per i soci AIS, 35 euro per i non soci. Per chi acquista online (entro le ore 20 del 5 giugno) il prezzo del giornaliero scende a 20 per i soci e a 30 per i non soci. In questo caso il biglietto per due giorni è rispettivamente di 30 euro per i soci e 50 per i non soci.

Mare&Mosto – Le vigne sospese 2026  a Genova 7-8 giugno

E’ la più importante vetrina del vino ligure, l’occasione per esplorare una viticoltura fortemente identitaria nel suo rapporto con il territorio. Dopo dieci edizioni svoltesi a Sestri Levante, Mare&Mosto si sposta a Genova, dove, nei saloni del Palazzo Ducale che si affaccia sulla centrale Piazza De Ferrari, saranno ospitati i banchi d’assaggio, i laboratori di degustazione, i seminari e gli incontri con i produttori.

All’evento, ideato e organizzato dall’AIS Liguria – Associazione Italiana Sommelier della Liguria, con la collaborazione di Comune e Camera di Commercio di Genova e della Regione Liguria e con il patrocinio del Ministero dell’Agricoltura – parteciperanno 80 aziende vitivinicole, un gruppo di produttori di olio delle due Riviere e, in veste di ospite, il Consorzio di tutela dei Vini Etna Doc, che sarà presente con una rappresentativa pattuglia digriffes dell’enologia siciliana. 

Domenica 7 e lunedì 8 il banco d’assaggio sarà ospitato nella Sala del Maggior Consiglio dalle 12 alle 19. La Sala del Minor Consiglio e la Sala del Camino nel corso dei due giorni vedranno seminari, incontri e degustazioni.

Per sabato 6 è prevista un’anteprima, con iniziative che intrecciano vino, cultura e paesaggio. A Genova l’itinerario “Quello che i Rolli non dicono”, organizzato in collaborazione con il Comune di Genova e la Camera di commercio, aprirà le porte di alcuni fra i più affascinanti Palazzi dei Rolli patrimonio Unesco (tour dalle 10 alle 18, con partenza ogni 30 minuti, prenotazione sul sito del Comune di Genova). Ma ci sarà anche un’altra opportunità che coinvolgerà l’intera regione: si potrà scegliere fra quattro itinerari che porteranno i visitatori a esplorare altrettanti terroir del vino ligure, guidati nelle cantine e nei vigneti. Tutti i tour partono sabato 6 giugno alle 9 da Piazza della Vittoria, nel centro di Genova (prenotazione obbligatoria su www.maremosto.it).

Ingresso a Palazzo Ducale: biglietto giornaliero di 25 euro per i soci AIS, 35 euro per i non soci. Per chi acquista online (entro le ore 20 del 5 giugno) il prezzo del giornaliero scende a 20 per i soci e a 30 per i non soci. On line il biglietto per due giorni è rispettivamente di 30 euro per i soci e 50 per i non soci.

Le vigne oltre la siepe

Geometrie verdi impreziosite da piante secolari, essenze esotiche, statue marmoree, giochi d’acqua, labirinti. L’Italia custodisce un vasto patrimonio di giardini storici a cui si sta appassionando un turismo colto e silenzioso in costante crescita. Merito di istituzioni pubbliche e di privati che hanno impegnato energia e risorse per tenere in vita preziosi, e costosi, gioielli dell’arte paesaggistica. Merito anche, va riconosciuto, delle intuizioni e del lavoro appassionato di una signora innamorata dell’Italia, Judith Wade, che trent’anni fa creò un network, Grandi Giardini Italiani, allo scopo di promuovere l’apertura al pubblico di ville e giardini che in passato non erano accessibili ai visitatori.

In questo periodo, mentre esplodono le fioriture e le mille sfumature di verde si ricompongono in una sinfonia che sorprende e incanta, i giardini, da un capo all’altro della penisola, aprono i cancelli e si animano offrendo mostre, aperture straordinarie degli edifici, giochi e spettacoli. Ma non solo. In alcuni casi a buongustai e gourmet sono riservate piacevolissime sorprese, perché alcune ville ospitano anche attività di ristorazione, mentre ad altre si affiancano aziende agricole specializzate nella produzione di vino.

Il vigneto che si svela oltre la siepe è testimone di una storia centenaria e protagonista a sua volta del fascino di un paesaggio che non è soltanto un regalo della natura ma è soprattutto opera dell’uomo, frutto di ingegno, arte e di saperi antichi.

Così, a margine di otto fra i giardini che aderiscono a Grandi Giardini Italiani, gli appassionati hanno oggi la possibilità di degustare vini fra i più rappresentativi del territorio. In Trentino, per esempio, lasciata l’A22 del Brennero al casello di Ala Avio, possono raggiungere la tenuta dei marchesi Guerrieri Gonzaga e scoprire dove nasce il San Leonardo, per molti critici il miglior “taglio bordolese” prodotto in Italia. E all’estremo opposto della penisola, in Sicilia, hanno l’opportunità di raggiungere Regaleali, la vasta e affascinante tenuta dei conti Tasca d’Almerita, dove, con il Rosso del Conte, prese slancio quell’ondata di rinnovamento che ha rivoluzionato l’enologia siciliana. 

Tornando al nord, in Veneto, fra la Valpolicella e le colline moreniche del lago di Garda, gli spettacolari giardini delle dimore della famiglia Guerrieri Rizzardi rappresentano l’occasione per esplorare diverse denominazioni, dal Bardolino al Chiaretto, dal Lugana al Valpolicella, dall’Amarone al Recioto. Un’esplorazione, quella dei giardini del Triveneto, che porta poi più a est verso Vicenza, alla Villa di Montruglio Pigafetta Camerini, la cui azienda agricola vanta il Tai rosso (già Tocai rosso, una Granaccia) e il Tai bianco, oltre agli internazionali, e ancora a est, in Friuli, a Vistorta, nella zona delle Grave, dove la famiglia Brandolini d’Adda produce numerose tipologie di vino, fra cui il Friulano (già Tocai), un bianco di successo.

Una panoramica dei vini del Basso Piemonte si accompagnerà invece alla visita dei giardini del millenario Castello di Malingri a Bagnolo e del complesso di Villa Ottolenghi Wedekind, nell’Acquese, dove il paesaggista Piero Porcinai nel 1955 volle collocare accanto al parco futurista un vigneto di 8 ettari pensato in armonia con il giardino. Sulla collina di Bologna, infine, la cantina del Palazzo di Varignana propone le denominazioni tipiche della zona, da varietà come Sangiovese, Albana, Pignoletto, mentre più a sud, in Toscana, a Montepulciano, Villa Trecci produce il Nobile, ottenuto dai tradizionali vitigni toscani: opportunità, la visita di queste due cantine, per vedere come il Sangiovese in Emilia abbia caratteristiche differenti rispetto al Sangiovese coltivato nelle terre di Siena.

di magistratura e referendum

Conosco la Costituzione. Sono orgogliosa del 30 in Diritto Costituzionale conseguito all’università e conservo ancora il libro del professor Carlo Cereti con cui ho preparato l’esame. Ma, per carità, lasciamo da parte gli slogan retorici del tipo “la Costituzione non si tocca” oppure “abbiamo la più bella Costituzione del mondo”! Definiamola semmai un’opera di alta ingegneria giuridica, fatta di pesi e contrappesi accuratamente studiati per assicurare all’impalcatura dell’ordinamento giuridico solidità ed equilibrio. Un monumento, la nostra Carta fondamentale, che, come tutte le opere dell’uomo, come gli edifici in cemento armato o i tanti “ponte Morandi” che dopo cinquant’anni hanno bisogno di restauri, necessita anch’essa di aggiustamenti che riparino le falle e la rendano adeguata ai tempi.

Gli stessi padri costituenti, del resto, avevano immaginato che col tempo si sarebbero resi opportuni cambiamenti e all’articolo 138 avevano previsto un iter, ponderato e prudente, per la revisione costituzionale.

Entrando nel merito della riforma Nordio, come giustamente rilevano i fautori del “no” al referendum, non si può certo affermare che essa risolva, con un colpo di bacchetta magica, tutti i problemi di malfunzionamento della giustizia e di inefficienza dell’apparato giudiziario. Il cambiamento proposto dal Governo con tutta probabilità non è condizione sufficiente per avere una giustizia che funzioni perfettamente, ma ne è comunque condizione necessaria.

 La separazione fra le carriere dei magistrati inquirenti (i procuratori che esercitano l’accusa) e quelle dei magistrati giudicanti (a cui è affidato il giudizio), per cominciare, allineerebbe l’ordinamento italiano a quello dei paesi più evoluti, allontanando la prospettiva di commistioni e influenze inopportune o scorrette. Non solo, ma l’introduzione di un organismo terzo che accerti la responsabilità dei magistrati nel caso di errori e violazioni dei diritti del cittadino, dovrebbe avere l’effetto di disincentivare abusi e negligenze e, indirettamente di migliorare l’efficienza.

Fondamentali ai fini della separazione delle carriere sono poi lo sdoppiamento del Consiglio superiore della Magistratura in due consigli distinti, uno per i procuratori e uno per i giudici, e soprattutto il sorteggio dei rispettivi componenti. È questo uno dei punti cruciali della riforma, nella misura in cui si propone di smantellare il “mercato” degli incarichi e delle promozioni e di far venir meno lo strapotere delle correnti. 

Alcune di queste, caratterizzate da una forte carica ideologica, su temi delicati si arrogano il potere di disapplicare nei tribunali leggi che pure sono state approvate dal Parlamento, contravvenendo così a uno dei principi fondamentali sanciti dalla Costituzione, quello della separazione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario), dal momento che in democrazia spetta al Parlamento fare le leggi. Il motto latino dura lex, sed lex , piaccia o non piaccia, dovrebbe valere anche per il giudice, non solo per il cittadino.

Non voglio credere che in una parte, molto minoritaria ma “militante”, della magistratura si stia delineando un disegno eversivo, ma certamente un magistrato che si rifiuta di applicare la legge e pretende di riscriverla, si colloca in una prospettiva a dir poco inquietante. 

E.P.

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