Una risorsa per gli chef

Il carciofo? Una risorsa per gli chef. Se la tradizione tramanda ricette semplici e immortali proponendo i carciofi in molti modi – fritti, in pastella o in semplice frittata, in insalata impreziositi da scaglie di Parmigiano, alla romana e alla giudea, in “imbrogliata” (ovvero strapazzati con uova, in umido con le seppie, o ancora come ingrediente principale della pasqualina, la gustosissima torta salata genovese – questi nobili ortaggi continuano a ispirare la cucina d’autore.

L’abbinamento preferito resta con il pesce. E se un geniale quanto eretico cuoco di cinquant’anni fa, Gustin, alla Trattoria Cabanette di Molassana, quartiere di Genova, cucinava il branzino al forno con i carciofi irrorando alla fine il tutto con burro fuso e cospargendolo di parmigiano, oggi al Pernambucco di Albenga la chef Nicoletta Pellegrinetti serve il pregiatissimo carciofo locale in insalata insieme ai gamberi rossi di Sanremo pescati a una profondità di oltre 500 metri. Davide Cannavino, chef di Etra a Genova, ha espresso nel baccalà scottato con carciofi e liquirizia uno dei suoi piatti più avvincenti, mentre Ivan Maniago, chef stellato di Impronta d’acqua a Cavi di Lavagna, nel golfo del Tigullio, propone oggi un delizioso carciofo ripieno con paté di selvaggina.

La Pasqualina di carciofi

Ingredienti. Per la pasta: farina 500 g, olio ½ bicchiere, acqua, sale; per il ripieno: 12 carciofi ,12 uova, ricotta 300 g (meglio se 200 g di ricotta più 100 g di quagliata), parmigiano grattugiato 100g, olio un bicchiere, prezzemolo, cipolla, limone.

Preparazione: lavorare a lungo la pasta e metterla a riposare in un tovagliolo bagnato e strizzato. Pulire i carciofi privandoli bene delle foglie dure e spinandoli, quindi tagliarli a spicchi sottili e metterli in acqua acidulata con succo di limone. Una volta sbiancati buttarli in acqua bollente salata e lessarli per 2/3 minuti. In una padella preparare un soffitto con olio e cipolla, unire i carciofi scolati e far cuocere per 15 minuti, dopodiché farli raffreddare e, in una ciotola, aggiungere 3 uova frullate, il parmigiano, la ricotta/quagliata, sale e pepe.

Dividere la pasta in piccoli panetti grandi come un grosso uovo e avvolgerli nel tovagliolo. Stendere col mattarello un pezzo di pasta alla volta, allargandolo con le mani così che diventi sottilissimo. In una teglia oleata di circa 30 cm. di diametro mettere la prima sfoglia e con una piuma oleare la superficie: ripetere l’operazione con le altre. Riempire la teglia con il ripieno, fare 9 piccole fossette e in ognuna romperci un uovo. Coprire con le restanti sfoglie, ungendole ogni volta con olio caldo. Tagliare la pasta eccedente a un’altezza di due dita dal bordo della teglia, quindi raccoglie la pasta arrotolandola in modo da formare un cordone lungo il bordo. Spennellare il bordo con chiara d’uovo. Mettere in forno per circa un’ora a 180°. Toglierla quando avrà un colore dorato.

Un Sangrantino per i carciofi

Il carciofo è un ortaggio dalla spiccata personalità. Difficile scegliere un vino che si abbini con successo a un piatto in cui il carciofo è protagonista. Soprattutto se la varietà è una castraura o uno spinoso ligure o sardo. E ancor più se l’ortaggio è crudo e sfodera al massimo la sua carica minerale. Occorre allora un rosso di temperamento, che abbia la struttura e i tannini per domarlo. 

Ho provato con un Sagrantino di Montefalco 25 anni 2007 di Arnaldo Caprai: esperimento riuscito. Occasione per un matrimonio perfetto e per verificare, ancora una volta, come questo vino sia votato come pochi a un lungo invecchiamento. Degustato giovane risulta chiuso al naso e al palato lascia capire che serve ancora tempo. Ci vuole pazienza, ma dopo dieci, venti e anche più anni, i profumi esplodono, i tannini si ammorbidiscono, i sentori di frutta rossa si mescolano agli afrori delle spezie in una sorprendente sequenza di emozioni. Un grande vino.

Le correnti ovvero il sistema di potere che governa le toghe

Se si vuole comprendere perché la riforma Nordio si proponeva di scardinare il sistema delle correnti che condiziona, come un’erba infestante, il Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), è utile leggere almeno uno dei tre libri, una sorta di trilogia, che il giornalista Alessandro Sallusti, già direttore di Libero e poi de’ Il Giornale, ha scritto nella forma di un’intervista all’ex magistrato Luca Palamara, già presidente, dal 2008 al 2012, dell’Associazione Nazionale Magistrati (Amn), il sindacato delle toghe, e successivamente, dal 2014 al 2018, membro togato del Csm. 

Palamara, dopo essere stato al centro del “sistema”, nell’ottobre 2020 fu radiato dall’ordine giudiziario in seguito a un’indagine sul suo ruolo di mediatore fra le correnti, decisione contro cui ha fatto ricorso. Nelle interviste rilasciate a Sallusti, l’ex presidente dell’Amn ha fatto una serie impressionante di rivelazioni sconvolgenti che gettano ombre sulle carriere di importanti magistrati, evidenziano il potere di alcune procure, descrivono i legami privilegiati con ambienti politici e giornalistici, tratteggiano, in un paio di casi almeno, scenari inquietanti per chi ha a cuore il rispetto dell’ordine democratico.

E.P.

Referendum, le illusioni ingannevoli del sì e del no e il rischio che deflagri la guerra magistratura-politica

Tra una settimana c’è il referendum sulla riforma dell’ordinamento della magistratura, e molti lettori di TerzaRepubblica mi sollecitano a dire la mia. Avrei dovuto e voluto farlo già da tempo, ma confesso di essere stato colto da una nausea fortissima. Trattasi di reazione allergica a quel fenomeno che Alessandro De Angelis con mirabile sintesi sulla Stampa ha definito “gafferendum”, cioè una campagna referendaria in cui tanto il fronte del Sì quanto quello del No non solo hanno dato fondo alle riserve di stupidità umana di cui dispongono – e, come si è visto, ne dispongono in grande quantità – ma si sono persino scambiati i ruoli, visto che le argomentazioni a conforto delle due tesi hanno tratto spunto quasi esclusivamente dalle corbellerie altrui. I casi Nordio-Bartolozzi, da una parte, e Gratteri, dall’altra, sono i più eclatanti, ma l’elenco sarebbe lungo. Si è così dato vita, more solito, ad un confronto (si fa per dire) basato solo sulle reciproche accuse.

D’altra parte, era inevitabile, considerato che la separazione delle carriere, che è il frutto della migliore cultura giuridica della sinistra democratica, l’ha realizzata la destra panpenalista senza crederci e con altri scopi – non penso ad un disegno sovversivo, ma più semplicemente alla possibilità di attribuire ai magistrati la colpa dei limiti del governo (“ci impediscono di governare”, dice Meloni, reinterpretando il Berlusconi del “non mi fanno lavorare”) – mentre la sinistra la avversa in obbedienza (cieca) alla logica della contrapposizione, l’unica che i due fronti del bipolarismo muscolare conoscano. Infatti, una cosa deve esservi chiara: la gran parte delle forze di governo hanno votato una riforma che separando le carriere dei magistrati inquirenti da quelle dei magistrati giudicanti opta per il sistema processuale di tipo accusatorio, ma sono culturalmente legate al sistema opposto, quello inquisitorio (che prevede le carriere unite). Al pari delle forze di opposizione non liberali che previlegiano l’interesse dello Stato (sistema inquisitorio) a quello dell’individuo (sistema accusatorio).

Una confusione accentuata dalla clamorosa usurpazione del garantismo da parte degli eredi dei cappi e delle monetine di Tangentopoli, dallo spettacolo di giustizialisti incalliti che vestono candidamente panni garantisti (il caso Di Pietro è il più eclatante). E viceversaIl quadro si aggrava se poi si ragiona sul fatto che non siamo di fronte alla tanto sbandierata – e agognata, almeno per quanto mi riguarda – riforma della giustizia, ma un pezzo di essa, non irrilevante certo, ma pur sempre una sola tessera di un mosaico molto più ampio. Si dirà che la cosa non è nuova, perché è dai tempi della discesa in campo di Berlusconi – parliamo di oltre trent’anni fa – che si evoca una riforma complessiva e strutturale della giustizia, suscitando nella politica e nel paese una tensione infinita, per poi non farne mai nulla. Una guerra intorno alle intenzioni, ma zero fatti. Con le elezioni del 2022 l’arrivo al governo di un magistrato della storia e del profilo culturale di Carlo Nordio aveva fatto sperare che fosse la volta buona. E invece la montagna ha partorito il topolino. Con l’aggravante che per sparare questo “colpetto” ci sono voluti tre anni di legislatura, più modifiche della Costituzione e ora un referendum. Intorno al quale è partito un conflitto che avrebbe meritato un oggetto del contendere di ben altra consistenza. Voglio dire che era perfettamente prevedibile che si sarebbero alzate le barricate e che il paese sarebbe stato trascinato in una battaglia senza esclusione di colpi, tanto valeva allora apparecchiare la riforma vera, almeno il gioco sarebbe valso la candela. E invece abbiamo riportato gli orologi indietro, e siamo ricascati nella guerra politica-magistratura, facendola riesplodere con la stessa forza deflagrante dei tempi di Tangentopoli. Un sanguinario regolamento di conti da cui non può venire niente di buono.

Detto questo, ora siamo chiamati a decidere se confermare o meno la separazione delle carriere dei magistrati e di conseguenza se confermare o meno lo sdoppiamento del Csm, uno per i magistrati requirenti (i pm) e uno per quelli giudicanti (i giudici). E ci sono due modi per fare le proprie valutazioni: uno di merito, l’altro politico. Dico subito che entrambi hanno piena dignità e diritto di cittadinanza, perché se è vero che il quesito referendario è specifico, e dunque meriterebbe di essere vagliato nel merito, è altrettanto vero e normale che abbia anche un sostanziale valore politico. E che tanto chi ha proposto la riforma quanto chi l’ha avversata possano essere giudicati sul piano politico, sia per come si sono comportati nello specifico sia per un giudizio più generale e di prospettiva. Anzi, direi che la scelta più lungimirante la farà il cittadino capace di tenere insieme i due piani, soppesando i pro e i contro di ciascuno dei due punti di vista, e facendo la somma algebrica di entrambi. Può sembrare un’astrazione metodologica, ma non è così. Non fosse altro perché sulla dicotomia “giudizio di merito-giudizio politico” si è costruita una parte rilevante della guerra referendaria in corso, sulla base della reciproca delegittimazione: “lasciamo perdere i tecnicismi, qui la questione è solo politica”, dicono gli uni, “la buttate sempre e solo in politica, invece siamo chiamati a dire Sì o No ad una riforma nel merito”, ribattono gli altri. Pessima maniera di affrontare la questione.

Dunque, per prima cosa vediamo il merito della riforma. Io non ho dubbi che le carriere dei magistrati vadano separate, e separatamente regolamentate. È così in larga parte d’Europa e del mondo occidentale. E la cosa risponde alla differenza genetica delle due funzioni: il giudice deve essere strutturalmente distinto e distante rispetto al pubblico ministero, in modo da poter valutare in una condizione di piena ed assoluta terzietà le tesi accusatorie di quest’ultimo. Specie nella fase delle indagini e delle udienze preliminari, perché è soprattutto in queste che si annidano forzature e abusi e si misura l’appiattimento del gip nei confronti delle procure per un malinteso “spirito di colleganza”. In coerenza con il modello accusatorio a suo tempo accolto nel nostro codice di procedura penale, e dando piena esecuzione all’articolo 111 della Costituzione. Un meccanismo che offre il massimo delle garanzie al cittadino, non alla politica. Anzi, se c’è un argomento che mi preoccupa, è quello esposto in qualche intervista dal mio vecchio amico Cirino Pomicino: voterà No perché teme che la riforma dia ai pm più potere di quanto già non abbiano, visto che le garanzie di autonomia e indipendenza dei pubblici ministeri vengono elevate a livello costituzionale (art. 104) e si teme che si formi una sorta di “casta di superpoliziotti”. Una preoccupazione che è l’esatto opposto della tesi più gettonata dal fronte del No, e in particolare dall’Anm, e cioè che la riforma consentirà di sottomettere i magistrati inquirenti al potere esecutivo, mettendoli in una condizione di minorità e subordinazione. Naturalmente in entrambi i casi non si tratterebbe di un effetto diretto della riforma, ma indiretto, cioè la riforma come premessa per.

Comunque, delle due l’una, e vi dirò che ove mai ci fosse una motivazione fondata per votare No ragionando nel merito, questa è la prima (tesi Pomicino) e non la seconda (tesi Anm).Quanto ai due Csm e al sorteggio come meccanismo di selezione dei magistrati chiamati a farne parte, mi pare evidente che il legislatore abbia voluto reprimere il fenomeno corporativo – assolutamente degenerativo, come dimostra il caso Palamara – delle “correnti”. Probabilmente sarebbe stato meglio optare per una forma di “sorteggio temperato”, peraltro sempre attuabile in caso di vittoria del Sì in sede di decreti attuativi, ma l’obiettivo è giusto e fa premio sulle obiezioni. Nell’interesse dei tanti magistrati non politicizzati (i più).Detto questo, è corretto coltivare la speranza che con la riforma si faccia un passo nella direzione del “giusto processo”? Cioè che i pm siano indotti a impegnarsi maggiormente nella costruzione di ipotesi accusatorie solide perché basate su inoppugnabili riscontri indiziari – si consideri che nel 2024 il 59,1% dei giudizi ordinari di primo grado si è chiuso con un’assoluzione – e che i giudici si attengano più convintamente alla regola aurea per cui si condanna solo se si raggiunge la prova dei fatti e delle responsabilità “al di là di ogni ragionevole dubbio”? Teoricamente sì, ma è ragionevole pensare che ci vorrà tempo e che le leve azionate non siano sufficienti.

Ci vuole altro, ed è più che fondato il timore che nel nostro sistema politico non circoli a sufficienza il sangue del garantismo – quello vero, mentre abbonda quello auto-tutelante, che è tarocco – sia per usare nel modo giusto questa riforma sia per andare oltre.E qui veniamo al contesto politico. Dal quale resta davvero difficile tenere separato il merito giuridico quando si vedono interventi a gamba tesa in vicende di cronaca, con tanto di critiche a sentenze (che si possono appellare ma non rendere oggetto di dibattito, tantomeno di propaganda). O quando si è al cospetto di un doppio madornale errore politico, di merito e di metodo, come aver fatto coincidere la campagna referendaria con la presentazione da parte delle forze di governo di una (pessima) legge elettorale che prevede un super-premio di maggioranza tale da alimentare il sospetto che si voglia puntare ai “pieni poteri”. Anche perché viene da chi ha in testa il premierato.Vedete, se le parti in campo fossero quelle giuste, legittimate dalla loro storia a sostenere il Sì e il No, e se la campagna referendaria avesse avuto un minimo di decenza, avrebbero ragione coloro che considerano un farsi strumentalizzare dalla politica votare (o astenersi) per ragioni diverse da quelle di merito. Ma così non è, e allora diventa legittimo usare il No come voto contro la Meloni e il centro-destra – per punirne gli eccessi passati e presenti e per prevenirne quelli futuri – e il Sì come voto contro il campo largo di Schlein, Conte e compagni, sapendo che con loro al governo avremmo, specularmente, gli stessi errori ed orrori di chi c’è ora a Palazzo Chigi. Così come diventa legittimo astenersi – si sta formando un gruppo ben frequentato di “garantisti per l’astensione consapevole” – avendo chiaro in mente che meno voti espressi ci saranno più saranno alte le possibilità del No di prevalere.

Nessuna di queste tre ipotesi è una prospettiva consolante, ma sarebbe anche stupido farsi illusioni per poi piombare nell’ennesima devastante disillusione. Anche perché ribadisco una previsione di cui vi ho già parlato la settimana scorsa: non solo questa riforma affronta soltanto uno dei tanti nodi da sciogliere della giustizia italiana, ma essa e il referendum che la deve o meno legittimare indurranno la componente più corporativa e autoreferenziale della magistratura a combattere fino in fondo la guerra con la politica, sia che vinca il Sì (per ritorsione) sia che vinca il No (per investitura popolare). E a perderci sarà, ancora una volta, l’Italia. Proprio nel momento in cui ci incombono sulla testa nientemeno che la rottura della solidarietà euroatlantica per mano di Trump, la guerra ibrida di Putin e le conseguenze non o mal calcolate della guerra israelo-americana in Iran. E il nostro bipolarismo ci offre l’inverecondo spettacolo di non sapersi neppure sedere a un tavolo per ragionare sul da farsi.(14 Marzo 2026)

Enrico Cisnetto

Terra Madre Salone del Gusto 2026 dal 24 al 28 settembre a Torino

Terra Madre Salone del Gusto 2026 si terrà nel centro di Torino dal 24 al 28 settembre, con un’edizione che celebrerà il 40esimo compleanno di Slow Food Italia e farà il punto sulla principale missione dell’associazione:  difendere la biodiversità in tutto il mondo. Biodiversità dei cibi, dei saperi e delle culture.

Organizzata da Città di Torino, Regione Piemonte e Slow Food, la manifestazione, dedicata alle politiche del cibo e alla valorizzazione dei prodotti buoni, puliti e giusti, svela i primi dettagli: centinaia di eventi che coinvolgeranno vie, piazze e quartieri della città, tra cui conferenze, laboratori del gusto e appuntamenti a tavola con cuochi e produttori, giochi sensoriali, nuovi format pensati in collaborazione con le principali realtà culturali cittadine, incontri con i mestieri legati al cibo nelle scuole e con i bambini in visita, negli orti scolastici e di comunità cittadini. Immancabile il grande Mercato di Terra Madre Salone del Gusto con centinaia di produttori, dall’Italia e da tutto il mondo, che hanno fatto della tutela della biodiversità e della promozione del territorio la cifra del loro lavoro. 

Il fiore dell’orto

E’ il principe degli ortaggi invernali. “Sua maestà” il carciofo non è soltanto una fonte ricchissima di vitamine, sali minerali e principi preziosi per la salute e l’equilibrio dell’organismo umano. E’ un prodotto gustosissimo sia cotto che crudo, elemento prezioso in cucina dove è protagonista di innumerevoli piatti della tradizione, così come di suggestivi accostamenti creativi. Da una fragrante frittata a un pesce “San Pietro al forno con patate e carciofi,” da un “baccalà scottato con carciofi e liquerizia” a un “carciofo fritto farcito di paté di fegatini”, da una “pasqualina” di carciofi a un piatto di bresaola con carciofi crudi condito con olio aromatizzato allo scalogno, il successo in tavola è assicurato. Il problema è semmai il vino da abbinare. Nei casi più disperati la mia esperienza suggerisce un Sagrantino di Montefalco, meglio se invecchiato, che con la sua esuberanza tannica è in grado di domare anche i sapori più aggressivi.

Le coltivazioni più estese si trovano in Liguria, Toscana, Lazio, Puglia, Sardegna e Sicilia. Due varietà di carciofi “il Tondo di Paestum” e la “Mammola romanesca” hanno ottenuto l’indicazione Geografica Protetta (Igp) mentre al carciofo “Spinoso di Sardegna” è stata riconosciuta la Denominazione di Origine Protetta (Dop). Slow Food, inoltre, protegge con i Presidi Slow Food  varietà locali di carciofo: il Carciofo Astigiano del sorì, il Carciofo di Pietrelcina, il Bianco di Pertosa e il Violetto di Castellamare in Campania, il Carciofo di Perinaldo in Liguria, il Carciofo  spinoso di Melfi in Sicilia, il Violetto di Sant’Erasmo in Veneto.

Le varietà che si coltivano in Italia possono essere classificate in due grandi gruppi: le varietà autunnali e quelle primaverili. Le autunnali sono prodotte a partire da ottobre-novembre e, dopo un periodo di stasi in inverno, riprendono in primavera fino a maggio. Queste varietà presentano un capolino medio-piccolo e quella che appare dopo l’inverno viene destinata all’industria conserviera per la surgelazione e l’inscatolamento. Le varietà primaverili, da febbraio-marzo fino a maggio-giugno, sono coltivate nelle aree costiere dell’Italia centro-settentrionale con la produzione più pregiata, caratterizzata da capolini più sviluppati.
Un’ulteriore distinzione è fra  varietà spinose e varietà inermi (senza spine). Fra gli spinosi, quello sardo Dop, il ligure di Albenga, lo spinoso di Palermo, carciofi che hanno una forma ovoidale.  Fra gli inermi, di cui si conoscono più varietà, la mammola romanesca dai grossi capolini sferici, il violetto di Toscana primaverile, il precoce di Chioggia, il violetto di Catania e il violetto di Provenza. Ecco comunque le varietà più caratteristiche:

Carciofo spinoso sardo. Si riconosce per la forma vagamente conica, le foglie (brattee) sono serrate e gli aculei molto aguzzi. Il suo periodo va da ottobre a maggio. Molto versatile in cucina, è ottimo se consumato crudo in carpaccio con olio, sale e limone.

Carciofo violetto di Toscana. Caratterizzato da dimensioni piuttosto piccole, ha una forma a tronco di cono. Le brattee sono poco spinose e risultano ondulate verso l’esterno. Lo si trova in primavera. Si consiglia di  cuocerlo dorato e fritto o, in alternativa, brasato. Perfetto sott’olio.


Carciofo spinoso di Palermo. Si presenta con un capolino dalla forma ovale e oblunga e un rivestimento di brattee esterne molto fibrose che avvolgono quelle spinose, più tenere e carnose, che crescono nella parte interna. Si trova in inverno, fino a primavera. Si presta a tutte le ricette ed è ottimo in agrodolce.

Carciofo romanesco. Detto anche mammola. È la varietà di carciofo di dimensioni maggiori ed è caratterizzato dall’assenza di spine. E’un prodotto tipicamente estivo. Quelli che crescono al centro della pianta, detti cimaroli, sono considerati i migliori da cuocere alla giudìa ovvero prima stufati nell’olio e poi fritti oppure alla romana.

Carciofo precoce di Chioggia. Varietà di carciofo che presenta un cupolino bombato e dal colore particolare. Tipico della primavera, È ottimo fritto, lesso o saltato in padella.


Castraure della laguna veneta. Di piccola dimensione, tenerissime, si ottengono dai getti laterali. “Castraure”, infatti, significa letteralmente “potatura” e in effetti sono i carciofini di prima fioritura prelevati dalla parte che ne ha prodotti troppi. Tipici nel periodo primaverile. Ottimi sott’olio e sott’aceto.



Carciofo catanese. Caratterizzato delle sfumature violette delle sue brattee, senza spine, hanno una forma vagamente cilindrica. E’ la varietà più coltivata nel sud Italia ed è reperibile nel periodo autunno-inverno. Ottimi lessati, fritti in pastella o stufati. Anche se conservati sott’olio. 

Biancone di Castelvetrano. Varietà molto particolare, caratterizzata dal colore più chiaro rispetto agli altri. Si presta molto bene per essere gustato crudo.
 

Carciofo di Perinaldo. E’ coltivato solo in questo borgo della Liguria di Ponente e in Provenza, tra i 400 e i 600 metri sul livello del mare. E’ un violetto senza spine, tenero, che non ha barbe all’interno. Necessita di un buon drenaggio e non a caso lo si trova spesso ai bordi dei muri a secco. Si consuma crudo, in insalata oppure cotto in accompagnamento a carni o selvaggina. Le ricette tradizionali lo vedono protagonista di frittatine o di semplici frittelle con aglio e prezzemolo. I Carciofi di Perinaldo si raccolgono tra maggio e giugno, ma conservati sott’olio possono essere consumati durante tutto l’anno.

L’Opa di MPS su Mediobanca, il rischio di mani improprie sul risparmio degli italiani e il ruolo di una Meloni inebriata 

Premessa di carattere strettamente personale. Da sempre ho tenuto lo sguardo di TerzaRepubblica rivolto alla politica e alla macro economia, evitando di occuparmi delle singole vicende della finanza e del nostro capitalismo, non fosse altro perché in molte di esse ero coinvolto professionalmente. Per questa edizione mi ero dunque mentalmente predisposto a scrivere del muscoloso ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca, della sua contrapposizione all’Europa e dell’azzardato tentativo di Giorgia Meloni di mettere Roma in mezzo tra Washington e Bruxelles con il rischio di rimanere stritolata nella morsa che segnerà la fine della solidarietà atlantica. Ma poi è sopraggiunta la notizia dell’opa lanciata dal Monte dei Paschi su Mediobanca, e il vecchio giornalista finanziario che alberga in me ha cominciato a scalpitare. Era capitato altre volte, ma avevo sempre tenuto a bada le mie pulsioni. Questa volta no. E ho deciso di capitolare perché, a ben pensarci, non c’è nulla di più politico della “guerra del risparmio” che è in corso. E ha persino a che fare con Trump, seppure in modo indiretto. Per cui sulle grandi e decisive dinamiche geopolitiche che l’America neo-imperiale sta mettendo in moto, sulle faticose ma indispensabili risposte europee e sulle ambizioni italiane di lucrare un ruolo da mezzano tra Usa e Ue, vi rimando alla newsletter dell’11 gennaio (qui il link) e alla bella puntata di War Room di martedì 21 gennaio con Garimberti, Fabbrini e Mastrolilli (qui il link). E qui cerchiamo di capire genesi e conseguenze del terremoto che scuote il nostro mondo finanziario. 

Partiamo da una premessa. Nel corso della sua quasi ottantennale storia, Mediobanca ha sempre avuto e tuttora ha una forma di controllo societario di tipo autoreferenziale facente capo al management, sia quando gli azionisti erano istituzionali (le “tre bin”, le banche d’interesse nazionale che ora non esistono più) sia quando sono subentrati i soci privati. Lo stesso dicasi per Generali, da sempre sotto stretto controllo di Mediobanca (per un periodo insieme con Lazard, poi da sola) pur con il solo 13% del capitale. Così è stato nella lunga stagione del mitologico Enrico Cuccia, così ha continuato pervicacemente ad essere con i suoi successori, Vincenzo Maranghi e ora Alberto Nagel, due che dal maestro hanno preteso di ereditare il potere assoluto senza saperne eguagliare l’autorevolezza. Anche a Trieste, di conseguenza, è valsa la regola di Cuccia per cui “le azioni si pesano e non si contano”, favorita dal fatto che al vertice della compagnia assicurativa si sono succeduti uomini di grande valore, da Cesare Merzagora ad Antoine Bernheim passando per Enrico Randone, Alfonso Desiata e Sergio Balbinot. Nel frattempo, però, sono accadute due cose fondamentali: il mondo finanziario è strutturalmente cambiato, condizionato nel bene e nel male da regole stringenti che hanno reso anacronistiche le vecchie prassi, e dall’avvento di capitali immensi che hanno cancellato i perimetri degli interessi nazionali; le nuove generazioni di capitalisti e manager che via via si sono succedute hanno segnato un progressivo scadimento delle qualità professionali e umane, facendo rimpiangere persino i difetti dei vecchi protagonisti e rendendo ancor più stridenti di quanto già non fosse l’arroganza della pretesa autoreferenzialità. Sia chiaro, questi fenomeni hanno riguardato l’intero sistema, ma in Mediobanca e in Generali sono apparsi più evidenti che altrove proprio perché in quei mondi così intrecciati fino a esserne di fatto uno solo, la contendibilità non aveva mai varcato la soglia d’ingresso. E perché il “peso” degli uomini di prima rendeva impari il confronto con i successori.  
Va inoltre premesso che la fine del “sistema Mediobanca” ha reso l’istituto fondato nel 1946 da Raffele Mattioli una banca d’affari come tante altre, anzi meno delle altre vista la potenza di fuoco di quelle di size globale e dei grandi fondi internazionali, salvo quel pacchetto di azioni Generali in portafoglio, così strategico perché tale ha continuato ad essere il gruppo assicurativo triestino, unico attore della striminzita finanza italiana capace di avere (ancora, nonostante l’impegno di qualcuno a ridimensionarlo) un ruolo continentale e mondiale. Di conseguenza strategico anche dal punto di vista sistemico, non fosse altro perché ha in gestione qualcosa come 850 miliardi di risorse e custodisce nei propri portafogli l’1,25% del totale del debito pubblico tricolore, 37 miliardi su 3mila.  

Tutto questo spiega il grande interesse che da tempo c’è intorno a Generali, e a Mediobanca quale veicolo per arrivare a mettere le mani sul Leone alato. In particolare, già anni fa ci avevano messo gli occhi sopra due gruppi italiani, quelli facenti capo a Francesco Gaetano Caltagirone e a Leonardo Del Vecchio (ora, dopo la sua morte avvenuta nel giugno del 2022, agli eredi e a due manager, Francesco Milleri che è al vertice di EssilorLuxottica, e Romolo Bardin che gestisce la holding Delfin), tanto diversi tra loro quanto accomunati dal medesimo obiettivo. La loro scalata a Mediobanca e a Generali era però stata stoppata in sede di vigilanza europea, con la motivazione di un dna troppo diversificato e lontano dall’attività bancario-assicurativa per poter ambire ad avere un ruolo di dominio. Con il risultato che anche i tentativi di giocarsi la partita in sede di assemblea di Generali, sperando di conquistare il consenso del capitale diffuso e degli investitori internazionali, sono stati vanificati. E come succede in questi casi, errori di strategia e di comunicazione degli attaccanti che hanno finito con oscurare le loro buone ragioni, si sono aggiunti alle spericolate forzature difensive dei detentori del potere, producendo un gioco a somma negativa sia per gli oggetti del contendere sia per la credibilità del sistema finanziario italiano nel suo insieme.   

E arriviamo alle ultime battute di questa fiction finanziaria. A novembre Banco Bpm insieme alla sua consociata Anima (che nel risparmio gestito amministra un patrimonio di circa 190 miliardi) e al duo Caltagirone-Del Vecchio mette insieme un pacchetto del 15% di Mps, che il Tesoro controlla ma ha interesse a dismettere almeno in parte (per far cassa) e che ora fa gola dopo che la gestione Lovaglio ne ha completato il salvataggio a suo tempo realizzato da quella Profumo-Viola. Ma che bisogno hanno i due gruppi impegnati sul fronte Mediobanca-Generali di aiutare la Popolare di Milano a conquistare Siena? L’unica risposta plausibile è di avere a fianco, nell’unica partita che a loro interessa, un soggetto bancario che costringa la Bce a far cadere i veti posti in precedenza. Immediatamente dopo arriva l’opa di Unicredit su Bpm, che interrompe questo disegno. Non perché l’offerta riesca – è palesemente bassa – ma perché impone per legge la passivity rule, la regola che vieta a chi è oggetto di un’offerta pubblica di mercato di fare qualsiasi operazione di natura straordinaria. Ergo Bpm non può aiutare Caltagirone-Del Vecchio. Era solo o anche questa l’intenzione dell’amministratore delegato di Unicredit, Andrea Orcel? Ovviamente non è dato sapere, e solo vedendo prossimamente se l’offerta su Bpm verrà o meno reiterata si capirà. Ma l’effetto bloccante su Mediobanca-Generali intanto c’è.  

Naturalmente a Trieste più ancora che dalle parti di piazzetta Cuccia a Milano (mi fa strano questa versione della toponomastica, sono rimasto affezionato a quando quello slargo dietro la Scala che ospita la sede di Mediobanca era via Filodrammatici 1) è forte la preoccupazione per le mosse di quei soci che vengono apertamente considerati “nemici”. Così nei giorni scorsi l’amministratore delegato di Generali, il francese (non solo per nascita) Philippe Donnet imbastisce in fretta e furia un’operazione che ha insieme il sapore della sfida e della via di fuga protetta in caso le cose si mettano male per lui: la creazione di una nuova società comune con il gruppo francese (toh, guarda) Natixis che avrà 1.900 miliardi di risparmio da gestire, le cui regole d’ingaggio appaiono penalizzanti per Generali anche agli occhi di chi non abbia alcuna preclusione verso chi la realizza: dalla differenza degli asset apportati (Generali ne conferisce meno ma sono redditizi, Natixis molti di più ma di scarso valore) ai gap nella governance a favore dei francesi. Nel cda della compagnia il piano passa a maggioranza, la forzatura è evidente e sospetta, e induce gli oppositori alla contromossa: far lanciare dalla banca di Siena, d’intesa con il Tesoro (che con l’11,7% è ancora il primo azionista di Mps) e palazzo Chigi, l’opa su Mediobanca che ieri mattina ha svegliato l’Italia che conta facendola cadere dal letto. Se l’adesione all’offerta di scambio fosse integrale, gli scalatori (Mef compreso) si troverebbero ad avere poco meno del 30% di Mps-Mediobanca, e quindi metterebbero le mani sul 13,13% di Generali, che sommato al 9,77% posseduto dal gruppo Del Vecchio e al 6,23% dal gruppo Caltagirone, darebbero loro il controllo del Leone alato, anche in questo caso con una quota complessiva all’intorno del 30%. 

È lo strumento giusto per fermare l’operazione “franco-francese” di Donnet e mettere fine a quella satrapia? In teoria sì. Ma l’offerta il mercato l’ha subito giudicata troppo bassa (tanto che in Borsa i titoli Mediobanca sono saliti e quelli Mps scesi), la comunicazione che ha sorretto il lancio dell’opa e le sue vere finalità è parsa debole e opaca e, soprattutto, è la marchiatura politica ad essere fin troppo evidente e generare imbarazzi. Anche perché s’inquadra in un clima politico non solo già deteriorato di suo per la contrapposizione permanente che caratterizza il nostro sistema politico – è paradossale, più l’opposizione è evanescente e più la maggioranza si divide e il governo lamenta di essere oggetto di ostilità – ma anche avvelenato, in questi ultimi tempi, dagli effetti del dilagante decisionismo trumpista e dal patetico desiderio di imitarlo che sta contagiando molti. Ho osservato per troppo tempo e da vicino il potere per non conoscere quel senso di inebriante onnipotenza che pervade chi lo conquista, o gli sembra di averlo conquistato, specie se ne è stato sempre digiuno. Ora le circostanze hanno messo l’underdog Meloni, in un colpo solo, al cospetto del duo formato dall’uomo più potente e da quello più ricco del mondo, e per di più entrambi dotati di una dose massiccia di tracotanza e spregiudicatezza. È probabile – ma è solo una speculazione deduttiva – che l’aver respirato quest’aria, abbia indotto la presidente del Consiglio a dare il via libera all’operazione su Mediobanca-Generali.  

Sia chiaro, di certo non mancano i motivi per cui un governo, quale che esso sia, debba seguire con grande attenzione ciò che riguarda la più grande e strategica materia prima di cui il Paese dispone, il risparmio. Ci sono 2.500 miliardi degli italiani nei portafogli delle società di gestione del risparmio. Una cifra monstre, peraltro destinata ad aumentare, che consentirebbe di azzerare o quasi l’intero ammontare del debito pubblico. E che se messa al servizio degli investimenti produttivi e quindi della crescita, rappresenterebbe uno strumento decisivo per ribaltare le sorti del Paese. Dunque, cercare di evitare che scoppi la “guerra del risparmio”, di cui proprio non si sente l’esigenza, e preoccuparsi di sapere di quale nazionalità e qualità siano le mani che gestiscono questa straordinaria risorsa, non solo è lecito, è assolutamente doveroso. E siccome le cose camminano sulle gambe degli uomini, per evitare di evocare le buone intenzioni e poi lasciare le cose come stanno, nello specifico guardare dentro Generali – e non da ora – è altrettanto lecito e doveroso, per chi ha una responsabilità istituzionale e quindi sistemica. Ma siamo sicuri che questa operazione, con questi protagonisti, sia il modo giusto per svolgere questo compito? È stato preparato il terreno? Sono state predisposte le necessarie alleanze? E nel caso che chi è (legittimamente) avverso all’operazione, a cominciare dai soci di Mediobanca, sia in grado di sbarrare la strada, è stato predisposto un “piano B”?  

In attesa di avere risposte a queste pragmatiche domande, personalmente comincio a credere di dover dare ascolto alle tante amichevoli sollecitazioni che in queste ore mi stanno giungendo, suggerendomi di tornare a scrivere un nuovo “Gioco dell’opa” dopo quello che nel 2000 (mamma mia, è passato un quarto di secolo!) spiegò, con grande successo, il contraddittorio passaggio dal vecchio capitalismo relazionale di cui Cuccia era il vate, con tutti i suoi limiti, a quello più moderno ma non meno difettoso dei “capitani coraggiosi” inaugurato con la scalata alla Telecom lanciata da Roberto Colaninno e soci con la benedizione dell’underdog della politica di allora, Massimo D’Alema. La storia si ripete? (25 Gennaio 2024)

Enrico Cisnetto

Consiglio (ardito) non richiesto: von der Leyen cancelliera dopo le elezioni tedesche e Draghi alla guida dell’Europa che deve affrontare Trump

Non tutto il male vien per nuocere. La crisi di governo in Germania, che porterà ad elezioni anticipate il prossimo 23 febbraio, e l’impasse nel varo della Commissione Europea, che potrebbe persino far saltare l’accordo tra le forze di maggioranza e quindi la stessa presidente Ursula von der Leyen, sono due passaggi politici tra loro interconnessi estremamente delicati e altamente pericolosi per l’intero Vecchio Continente, ma un vecchio proverbio ci può aiutare a scorgerne anche le potenzialità positive. Cerchiamo di capire il perché.

Quella tedesca è una crisi strutturale. Come è emerso nella War Room di martedì 12 novembre (qui il link), si tratta di un mix tra forte deficit di leadership che comporta instabilità politica, inusuale per un paese tradizionalmente solido, la consunzione del vecchio modello di sviluppo, che prevedeva acquisto di energia a basso costo dalla Russia ed esportazione di beni in Cina, la debolezza del sistema finanziario (vedi le difficoltà di Commerzbank e la paura di aprirsi persino a capitale europeo, come quello di Unicredit). Da qui lo choc provocato dalla crisi dell’automotive, con Volkswagen per la prima volta nella sua storia chiude stabilimenti in patria facendo venir meno una storica certezza, punta dell’iceberg di un più vasto processo di declino industriale. E da qui lo sfaldarsi della coalizione cosiddetta “semaforo”, andata in frantumi sull’invio di nuovi aiuti all’Ucraina, con i Liberali che, in contrasto con Socialisti e Verdi, hanno votato no, predisponendosi a fare i trumpiani tedeschi. Così il cancelliere Olaf Scholz affronterà il voto di fiducia al Bundestag il 16 dicembre, sapendo già che cadrà, tanto che tra i partiti c’è già l’accordo sulla data delle elezioni. Ma i tedeschi non sono abituati come noi italiani alla turbolenza politica, e questo passaggio accentuerà le loro crescenti inquietudini – il 47% teme di non poter mantenere il proprio tenore di vita – ripercuotendosi inevitabilmente nelle urne. Con quasi un tedesco su tre che ha già votato per l’ultradestra – si veda la impetuosa avanzata di Afd in Sassonia, Turingia e Brandeburgo – quale assetto politico si potrà formare dopo le elezioni? I liberali ma soprattutto i cristianodemocratici arriveranno al punto di allearsi con i neonazisti?

La mia impressione coincide con quella di un germanista doc come Angelo Bolaffi: l’unico sbocco dopo il voto sarà una riedizione della Große Koalitionbasata sull’asse tra Cdu-Csu e Spd, con i Verdi e i liberali se non faranno follie. È stato un grave errore aver abbandonato questo schema di gioco, tanto più che lo si è fatto solo due mesi e mezzo prima dell’invasione russa in Ucraina (il governo Scholz entra in carica l’8 dicembre 2021, Putin muove contro Kiev il 24 febbraio 2022), ma lo sarebbe decuplicato se socialdemocratici e cristianodemocratici lo ripetessero in una contingenza così difficile come questa. Ora, il candidato cancelliere è, inevitabilmente, Friedrich Merz, diventato leader della Cdu dopo l’uscita di scena di Angela Merkel, sua storica nemica dentro il partito. Ma sarebbe, appunto, un cancelliere inevitabile, non ideale nella situazione data. Intanto perché ha sempre tenuto una linea di destra, temperata solo di recente da una timida apertura verso la possibilità che l’Europa faccia debito comune. Poi perché l’anno prossimo compirà 70 anni, un’età in cui non è bene affrontare per la prima volta la consumante esperienza di guidare un governo. Ma soprattutto, perché Merz ha un profilo che pare inadeguato rispetto alla immane dimensione dei problemi che la Germania deve affrontare. E con essa tutta l’Europa, visto che quello tedesco è un rischio che scuote le fondamenta stesse della Ue, tanto più in una fase di revisione della storica alleanza euro-atlantica.

Ma qui la “questione tedesca” s’interseca con quella che si deve affrontare a Bruxelles (sulla quale vi invito a vedere la War Room di mercoledì 13 novembre, qui il link). Intanto, il punto di contatto tra le due vicende è la comune origine: il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Così come solo 48 ore dopo, la scossa americana ha fatto cadere il governo Scholz, così ha messo in discussione i patti di luglio che, dopo le elezioni europee, avevano portato alla riedizione della “maggioranza Ursula”. Il nostro provincialismo e la deformazione mentale che ci costringe a ragionare esclusivamente in termini di “amici-nemici”, ci induce a credere che il nocciolo della questione si chiami Raffaele Fitto, che i socialisti europei si rifiutano di votare come uno dei sei vicepresidenti esecutivi della riconfermata presidente. Ma non è così. Prima di tutto perché il vero nodo è la commissaria spagnola Teresa Ribera, come Fitto candidata ad una vicepresidenza esecutiva. Socialista, Ribera è accusata dai Popolari iberici di essere la principale responsabile delle tragiche conseguenze dell’alluvione di Valencia, in quanto ministro della Transizione ecologica. All’interno del Ppe, la componente spagnola vuol far saltare la nomina di Ribera, mentre il capogruppo Manfred Weber si mostra tollerante verso Fitto. Ecco perché, per tutta risposta, il gruppo socialista europeo difende Ribera e attacca Fitto. Ma non è solo un batti e ribatti, peraltro giocato non su contenuti europei ma su questioni di posizionamento politico e per di più nazionali. Dietro tutto questo si staglia la questione Trump, e cioè l’idea che le ragioni che avevano portato a riconfermare von der Leyen e la sua vecchia maggioranza siano venute meno, cioè che siano cambiati i parametri politici continentali. Così la virata di Giorgia Meloni, che dopo aver negato per ben due volte il voto favorevole della sua componente (Ecr) alla presidente della Commissione ora con il solo obiettivo di favorire la nomina di Fitto preannuncia di voler fare il contrario, diventa un casus belli, l’occasione per accusare von der Leyen di voler “virare a destra” e rimettere tutto in discussione: per ora con un rinvio del voto sulla Commissione, ma domani fino al punto di far saltare l’accordo di luglio. Come fa pensare la scelta del Ppe di votare con le destre il rinvio della norma sulla deforestazione, voluta da verdi e socialisti, che ha fatto dire a questi ultimi che la maggioranza tra Ppe, Pse e Renew, cui a luglio si erano aggiunti i Verdi, “non esiste più”.

Ma qui casca due volte l’asino. Primo, perché l’unica alternativa alla alleanza Ursula è sommare tutte le destre con il Ppe, e considerando che sarebbe una maggioranza risicata, anche almeno una parte dei liberaldemocratici di Renew Europe. Operazione politica che, ammesso che passi dentro il Ppe e c’è da ritenere che una componente consistente (per esempio Forza Italia) la rifiuterebbe, consegnerebbe l’Europa a Trump, con tutto quel che ne conseguirebbe. Ma c’è una seconda ragione per credere che non sia praticabile un rovesciamento delle alleanze, ed è proprio la situazione della Germania. Perché il Ppe è prima di tutto a trazione tedesca, e questo significherebbe che quel che stiamo immaginando (temendo) per Bruxelles valga anche per Berlino, e viceversa. Insomma, i popolari europei non possono stare con le destre se i loro colleghi tedeschi vanno verso la grande alleanza con i socialisti in Germania. E se invece scegliessero di allearsi con Afd – cosa altamente improbabile e comunque al prezzo di una sanguinosa spaccatura – sarebbe impossibile mantenere l’asse popolari-socialisti in Europa.

Come si vede, siamo ben oltre Fitto e il camaleontismo meloniano. Se fosse solo questo, l’arte del compromesso ben conosciuta a Bruxelles avrebbe già sistemato tutto. Non è detto che non riesca comunque, ma è bene sapere che se anche si riuscisse a metterci una pezza, la solidità degli assetti comunitari sarebbe davvero precaria. Per questo occorrerebbe un deciso colpo di reni, uno scatto di fantasia. In questo senso, mi permetto di fornire un consiglio non richiesto. Partiamo dalla Germania. È evidente che Merz non è la Merkel, e non solo perché la pensavano molto diversamente e si detestavano cordialmente. E non c’è dubbio che la personalità tedesca di maggior spessore politico e di maggiore esperienza istituzionale, in assoluto e a maggior ragione dentro il perimetro Cdu-Csu, sia Ursula von der Leyen. Dunque, premesso che ciò che è bene per la Germania è bene per l’intera Europa, non sarebbe più utile che si mettesse al servizio del suo paese candidandosi alle elezioni di febbraio indicata dal sua partito come la futura cancelliera alla guida di un esecutivo sorretto dalla stessa maggioranza che ha costruito a Bruxelles? E se così facesse – con uno slancio di generosità ma anche di furbizia politica, perché non conviene avere le redini dell’Unione europea sapendo che quelle della principale cancelleria continentale non sono nelle mani giuste – non sarebbe logico e opportuno che alla testa di una rinnovata Commissione Ue vada la personalità che in questo frangente ha messo in campo l’unico progetto per l’Europa del futuro, e cioè Mario Draghi?

Se ciò che aspetta all’Europa è un duro confronto con la nuova amministrazione americana – la cui composizione, tra l’altro, si sta prospettando di rottura più di quanto già non sia il rieletto presidente – e la capacità di far fronte ad un radicale cambiamento di scenario che ci vedrà costretti, per evitare di soccombere miseramente, a renderci indipendenti nella capacità di difesa militare, ad arginare l’impatto dei dazi e a non finire schiacciati nella morsa della competizione commerciale Usa-Cina, a realizzare una società e un’economia digitalizzata cercando di recuperare il gap tecnologico che abbiamo accumulato, a perseguire il più alto tasso possibile di autonomia nell’approvvigionamento energetico e di decarbonizzazione. Tutte sfide epocali, per far fronte alle quali l’ex presidente della Bce stima ci vogliano qualcosa come 800 miliardi l’anno di investimenti aggiuntivi, il doppio del Piano Marshall. Cosa che richiede, propedeuticamente, l’eliminazione del diritto di veto, e quindi una governance europea non più basata sull’unanimità. “Vaste programme”, direbbe il Generale de Gaulle. Ma ineludibile, perché si tratta, come ha chiarito Draghi, di “una sfida esistenziale”. “Se l’Europa non può diventare più produttiva saremo costretti a scegliere. Non saremo in grado di diventare, allo stesso tempo, un leader nelle nuove tecnologie, un faro di responsabilità climatica e un attore indipendente sulla scena mondiale. Non saremo in grado di finanziare il nostro modello sociale. Dovremo ridimensionare alcune, se non tutte, le nostre ambizioni”, è stata la sua dura ma assai realistica profezia.

Certo, Draghi è italiano, è stato presidente del Consiglio, e sarebbe bello se a proporre il suo nome fosse l’Italia, con un’espressione corale capace di superare le barriere, peraltro fasulle, che dividono destra e sinistra, maggioranza e opposizioni. Difficile? In effetti, con la classe politica che in un momento topico come questo è impegnata a riesumare gli opposti estremismi degli anni Settanta, a insultarsi a suon di “zecche rosse” e “camicie nere”, a discettare se la gauche sia caviar o una bersaniana pasta al ragù, a inseguire o a demonizzare l’uomo più ricco del mondo, che in un anno e mezzo non è stata capace di nominare con il vasto consenso che è necessario (e opportuno) un membro della Corte Costituzionale, ci vuole una gigantesca dose di ottimismo per credere che possa essere capace di un simile gesto. Eppure, non sarebbe così difficile. Persino Berlusconi, padre del nostro miserabile bipolarismo, fu capace di mandare in Europa figure come Emma Bonino e Mario Monti… (16 Novembre 2024)

Enrico Cisnetto

Se Grillo perde le stelle…

È molto probabile che Giuseppe Conte, che ha eccellenti doti di arrampicatore, raggiunga l’obiettivo di conquistare il potere assoluto al vertice dei Cinque Stelle estromettendo il fondatore, Beppe Grillo, dal ruolo di garante e privandolo dei benefici, anche economici, che tale incarico comporta. 
Ma l’uomo che, cavalcando i malumori e le pulsioni qualunquiste di una parte del Paese, ha rivoluzionato con la violenza di un terremoto la società politica in Italia, avrà almeno un motivo, e non di poco conto, per consolarsi.  Non di Giuseppe Conte infatti, ma di Grillo, attore comico sul viale del tramonto rinato grazie al web, e di Gianroberto Casaleggio, imprenditore intelligente e visionario, cofondatore del movimento,  parleranno i libri di storia e di sociologia politica. Perché, piaccia o no, che si consideri l’avvento dei Cinque Stelle sulla scena politica italiana come uno scossone salutare o lo si ritenga una iattura di cui gli italiani pagheranno a lungo il conto, Grillo e Casaleggio hanno conquistato un primato assoluto: sono stati i primi a capire che Internet poteva diventare uno straordinario strumento di manipolazione di massa, intuizione che hanno saputo trasformare in realtà in tempi velocissimi, impensabili, anche se oggi ci appaiono normali di fronte all’accelerazione con cui evolvono le tecnologie del web.
Fra il settembre 2009, quando dal palco del Teatro Smeraldo di Milano Grillo e Casaleggio annunciarono la costituzione del Movimento Cinque Stelle con ambizioni politiche di portata nazionale, e il febbraio 2013, quando alle elezioni politiche il nuovo partito ha sorpreso tutti assicurandosi il 25% dei voti, sono passati meno di quattro anni. E da quel momento ne sono bastati cinque ai Cinque Stelle per  conquistare il 32% dei consensi alle politiche del 2018: una maggioranza relativa ma pesante, che ha consentito a Giuseppe Conte, avvocato e docente universitario la cui notorietà non andava al di là di un ristretto giro di addetti ai lavori, di essere reclutato in extremis e diventare presidente del Consiglio dei Ministri.
La rottura nei rapporti fra il fondatore-garante e l’ambizioso leader del partito diventa ora il momento cruciale nella parabola ormai discente di questa sorprendente avventura politica. E rischia di segnare una sorta di nemesi storica per Beppe Grillo: quella formula di democrazia diretta, concentrata nello slogan “uno vale uno“ e coltivata con le frequenti consultazioni via Internet della base, è lo strumento, in un certo senso la trappola, che consente oggi a Conte di silurare il padre-fondatore grazie al voto degli iscritti. (19 Novembre 2024)

E. P.

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