Al via la Fiera del Tartufo d’Alba

Con l’inaugurazione della Fiera internazionale del Tartufo di Alba, il 7 ottobre scorso, si è aperta ufficialmente la stagione del tartufo bianco, la varietà più pregiata e profumata del prezioso fungo ipogeo. La raccolta in realtà era già iniziata a fine settembre, con buone premesse, consentite dalle piogge estive e da un inizio di temperature più fresche nelle ore notturne: ottima qualità e prezzi più contenuti rispetto a quelli, molto elevati, dello scorso anno. Il successivo rialzo delle temperature ha contribuito però a rallentare la produzione e le quotazioni, anche in vista della fiera, si sono attestate su livelli un po’ più alti.

In questi giorni il tartufo bianco di piccola pezzatura (sotto i 10 grammi) oscilla intorno a un prezzo di 120/150 euro all’etto, quello di dimensioni medie (fra i 20 e i 50 grammi) intorno ai 230 euro, mentre quello di pezzatura più grande si attesta intorno ai 300/320 euro l’etto. Decisamente inferiori, come di consueto, i prezzi del tartufo nero estivo, lo scorzone, che oscillano fra 45 e 65 euro l’etto.

La 93ma edizione della Fiera del Tartufo d’Alba, in programma fino al 9 dicembre, non è soltanto una straordinaria vetrina del fungo più desiderato al mondo. A richiamare nelle Langhe migliaia di turisti da tutta Europa saranno anche iniziative culturali, eventi gastronomici, manifestazioni legate al folklore locale, come il Palio degli Asini ad esempio. E soprattutto la possibilità di acquistare direttamente in loco i vini e i prodotti ortofrutticoli del territorio: gli ultimi peperoni, i primi cardi, le mele, le noci e le nocciole. In questo periodo le Langhe sono percorse da van che portano i turisti dagli alberghi ai ristoranti e da una cantina all’altra, consentendo ai visitatori di degustare in libertà senza preoccuparsi della guida.

La fiera diventa così l’occasione per visitare le zone limitrofe, non meno interessanti, del Roero e dell’Alta Langa, oltre ovviamente al Monferrato, terra ricca di grandi vini ed eccellenti prodotti gastronomici che propone anche fiere locali del tartufo bianco.

La fiera del Tartufo si svolge nel centro di Alba, nel Cortile della Maddalena. E’ visitabile in tutti i fine-settimana (sabato e domenica) fino al 3 dicembre. Apertura straordinaria mercoledì 1° novembre. Il biglietto d’ingresso costa 6 euro. Bambini e ragazzi gratis.

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Una giornata in Oltrepò

Una giornata nell’Oltrepò Pavese. Fra ricordi, scoperte e anche qualche sorpresa: emozioni che sa regalare una grande terra da vino, che, quanto a suggestione del paesaggio e a vocazione per la viticoltura, ben poco ha da invidiare ai distretti enologici più celebrati, quali Chianti, Langhe o Valpolicella. Un territorio, l’Oltrepò, che tuttavia sconta ancora gli effetti di una visione e di una politica poco lungimiranti nel passato, rivolte più alla crescita dei volumi, che alla valorizzazione dei terroir.
La tendenza, peraltro, si è invertita da alcuni anni, e come spesso accade in questi casi l’impulso è partito da quei vignaioli appassionati e innamorati della loro terra e dei loro vigneti che difendono le identità storiche valorizzandole con le conoscenze e le tecniche moderne. Oggi in Oltrepò c’è un gruppo di produttori decisi a vincere questa sfida, produttori che fanno rete, convinti che il vicino che lavora bene non sia un competitore ma un alleato che contribuisce a far crescere il territorio.
Per me una giornata in Oltrepò è stata prima di tutto un ritorno al passato, in particolare alla famiglia di mio marito e a mio suocero era che un “uomo del vino”, al quale devo in parte l’attenzione per questo dono della natura e della fatica dell’uomo. Sulla tavola della famiglia Faravelli, nella casa di Stradella, erano presenti sempre, in successione, questi vini: due bianchi, un Riesling Italico, o un Pinot della cantina Giorgi di Vistarino, in bottiglie senza etichetta. Seguiva un rosato, questo sì con un’etichetta, molto semplice, della cantina Scuropasso. Poi si passava al rosso, un Buttafuoco oppure a un Barbacarlo. Quest’ultimo poteva essere opera di Lino Maga, oppure provenire dalla cantina Francesco Montagna di Broni, successivamente rilevata dalle famiglie Bertè e Cordini. Oggi il Barbacarlo è uno solo, perché al termine di un annoso e duro contenzioso giudiziario Lino Maga aveva ottenuto il riconoscimento dell’unicità del nome Barbacarlo, riferito a un determinato vigneto di sua proprietà.
E pensando a Maga, grande interprete dell’Oltrepò scomparso due anni fa, non posso non andare a trovare a Canneto, al limitare della Val Versa, Andrea Picchioni, vignaiolo di talento che dalla filosofia di Lino ha tratto ispirazione per creare grandi vini rossi che esaltano l’identità del territorio. Andrea, dalle vigne dell’impervio Bricco Riva Bianca dove la pendenza arriva a superare l’80%, produce un Buttafuoco, il Riva Bianca, premiato dalla critica, e autentica espressione del territorio. Ma il vino più affascinante, a mio giudizio, è il Rosso d’Asia, da vecchi vigneti recuperati in Val Solinga, un vino che valorizza al massimo il vitigno Croatina, varietà che nell’Oltrepò, ma anche sui Colli Tortonesi, genera vini di grande piacevolezza: quei vini che non ti stancano mai e che con l’invecchiamento, nelle annate giuste, si rivelano grandi.

Picchioni si definisce un “rossista”, e dal momento che l’Oltrepò è uno dei distretti del metodo classico italiano, produce “da par suo” anche un Profilo rosé pas dosé.

Ma non tutti forse sanno che fra fine anni ‘90 e inizio 2000, Andrea si è cimentato con una sfida personale creando un metodo classico brut nature bianco, la cui sboccatura avveniva dopo una permanenza di almeno dieci anni sui lieviti. Si chiamava Profilo: uno di quei vini di cui ci si ricorda per la vita quando dove e con chi lo si è assaggiato per la prima volta. Un vino di terroir, lo definirei un benchmark, un punto di riferimento per la spumantistica dell’Oltrepò. Ma per Andrea quello del Profilo bianco è un capitolo chiuso. <<Io – ribadisce – sono un produttore di vini rossi perché quella è la vocazione del mio vigneto>>. 

Così, parlando di metodo classico, la prossima meta è la Valle Scuropasso, nella zona collinare che lasciata Broni alle spalle, sale verso l’Appennino. E subito, a Scorzoletta, frazione di Pietra de’ Giorgi, ecco la cantina Scuropasso, quella del vino rosato… Fabio Marazzi, terza generazione della famiglia che oggi può contare anche sull’impegno delle figlie, ha vivo il ricordo di quando, lui ancora ragazzino, <<il signor Rino veniva a parlare con lo zio Primo>>. All’epoca la cantina produceva soprattutto basi-spumante per grandi aziende del Piemonte e poi della Franciacorta. Con l’avvento di Fabio, alla fine degli anni ‘80 la filosofia aziendale è cambiata: la cantina ha iniziato a imbottigliare i vini fermi ottenuti da vigneti in zone vocate della Val Versa e a valorizzare con proprie etichette le basi-spumante da Pinot Nero coltivato a 600 metri a Ruino. I tre “metodo classico” della linea Roccapietra, rappresentano i best seller aziendali, ma meritano attenzione anche i vini fermi, a cominciare dal Buttafuoco nelle sue diverse etichette, fra le quali spicca un Buttafuoco storico, il Pianlong, rosso di grande potenza, intensità di aromi e possibilità di lungo invecchiamento. E poi c’è quel bianco, il Riesling Italico, che tanto mi aveva affascinata e che oggi anche Flavia, la figlia di Fabio ed Emanuela, laureata in Enologia, considera <<sottovalutato, ma che – aggiunge – se ben valorizzato, può rivelarsi molto interessante>>.

Lasciata Scorzoletta, la strada sale verso Pietra de’ Giorgi inoltrandosi in una zona boscosa fino a raggiungere la tenuta dei conti Vistarino. Qui l’impatto è sorprendente e richiama la scenografia di uno dei grandi chateaux di Bordeaux. Sul lato destro della strada l’enoteca introduce nell’edificio della nuova cantina, mentre a sinistra, dietro la cancellata, si intravvede la villa padronale immersa nel parco. La tenuta ha un’estensione di 830 ettari di cui circa 200 coltivati a vigneto con una forte prevalenza (140 ettari circa) di Pinot Nero, vitigno introdotto nella Valle Scuropasso nella seconda metà dell’800 dal conte Carlo. Non a caso un best seller della produzione è il Pinot Nero Brut Metodo classico 1865 perché in quell’anno vide la luce il primo metodo classico italiano a base di Pinot Noir, a opera di Carlo Gancia e Augusto Giorgi di Vistarino.

Oggi la responsabilità dell’azienda, una delle più vaste imprese agricole italiane, è di una giovane donna, appassionata e instancabile, la contessa Ottavia Giorgi di Vistarino, impegnata nell’immane opera di riorganizzazione di un complesso che annovera attività agricole diverse, ripartite su un’ampia estensione di terreni inframmezzati da boschi e casali.

E’ già una realtà la nuova, tecnologica cantina a cui fa da contraltare il museo, in via di allestimento, dove viene raccolto l’archivio storico della famiglia e dell’azienda, con i documenti che ne segnano la storia economica e le fotografie degli illustri personaggi ospitati nella tenuta così come delle maestranze che vi hanno lavorato nel tempo. È ormai una realtà anche l’impianto di 70 ettari di cloni di Pinot Nero destinati alla produzione di rosso fermo, una tipologia di vino in cui la cantina ha mostrato di poter raggiungere performances di eccellenza (come nel caso dell’OP Pinot Nero Pernice 2013, a mio giudizio il miglior Pinot Nero italiano di quel millesimo).

Fra i progetti c’è anche quello di valorizzare il Riesling italico, al quale finora è stato preferito il Riesling Renano.

Dopo una sosta a Stradella, per acquistare i salumi, in particolare salame, pancetta, coppa e cotechino, della Salumeria Virginio e dopo un piatto di ravioli della tradizione al Ristorante Colombi di Montù Beccaria, il viaggio si conclude a Rovescala, nella parte di Oltrepò più vicina al confine con la provincia di Piacenza. La cantina è quella dei Fratelli Agnes e il focus è sulla Bonarda, altro grande protagonista del territorio. La sala di degustazione, con le vetrate che si aprono sulla valle, il calore degli arredi, la presenza dei libri, anticipa la passione culturale e la disponibilità di Sergio e Cristiano Agnes a soddisfare la curiosità del visitatore, a raccontare il territorio e la sua storia, a spiegare la filosofia di una cantina che ne privilegia la risorsa più preziosa, quel vitigno Croatina che qui chiamano Bonarda, così come un antico e raro clone autoctono di Rovescala, la Bonarda Pignolo.

Da Agnes la Bonarda regna sovrana: ferma o frizzante, affinata in botte grande o in barrique, da vigne vecchie, anche molto vecchie, oppure più giovani. Sempre nel rispetto dei terreni e della vocazione che esprimono, e dell’ambiente. Con lavorazioni naturali in cantina e fermentazioni spontanee.

Alle spalle di queste bottiglie c’è una cultura millenaria. Sergio e Cristiano citano reperti di epoca romana che testimoniano la produzione enoica e, soprattutto, un documento notarile del 1192 che attesta come tre feudatari lombardi, creditori del conte Anselmo di Rovescala, avessero convertito il loro credito  in una fornitura di 20 ettolitri di vino proveniente da una certa vigna del paese di cui ero noto l’indiscusso pregio. Testimonianza importante di come già allora, nella giungla delle labrusche, il borgo potesse vantare un vigneto di qualità. E non è un caso che dal catasto vinicolo di Rovescala, risalente al 1546, risulti che già allora si preferiva coltivare la vite in collina.

La Croatina è ricca di tannino di qualità e di polifenoli e nel disciplinare della Bonarda figura da un minimo dell’85% (in questo caso si possono aggiungere Barbera, Ughetta e Uva Rara) fino al 100%. Ma nelle Bonarde dei fratelli Agnes la Croatina è totalitaria, al 100% dal momento che l’eventuale unica variante è la Bonarda Pignolo, cioè un suo antico clone.

Croatina, dunque, declinata in tutte le sue accezioni. Accade così che la Bonarda Frizzante “Cresta dei Ghiffi” sia stato il primo vino frizzante a conquistare gli ambiti “tre bicchieri” e che, all’estremo opposto, il Loghetto Ammandorlato da vigne del 1906 (75% Croatina, il resto varietà antiche) e dalle mille sfumature sensoriali, sia considerato ormai un vino di culto.

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Il Pinot Noir secondo l’Oltrepò

L’Oltrepò Pavese, con circa 3 mila ettari, è il terzo distretto mondiale per ettari vitati a Pinot nero e il primo in Italia, con il 75% della produzione nazionale. E – riferisce WineNews.it – lo rivendica con i suoi vini e con “Oltrepò Terra di Pinot nero”, la kermesse svoltasi a Casteggio (Pavia), nella cornice dell’Antica Tenuta Pegazzera, una delle costruzioni storiche che punteggiano un territorio bellissimo, fatto di dolci poggi dove la vite disegna il paesaggio insieme alle zone boschive che, negli ultimi anni, è stato capace di attirare investimenti importanti di alcune delle griffe di riferimento della viticoltura del Nord Italia, da Cordero di Montezemolo a Tommasi, da Berlucchi a Masi, investimenti che daranno nuovo impulso alla notorietà del territorio.
La manifestazione, che ha messo insieme 34 aziende, è stata riservata solo ai vini da Pinot nero a denominazione – Oltrepò Metodo Classico e Pinot nero Oltrepò Pavese – che stanno vivendo un importante trend di crescita. Un punto di svolta significativo per affermare il valore del marchio collettivo, adottato da un numero crescente di aziende negli ultimi anni.
Quella dell’Oltrepò Pavese, osserva WineNews, è una situazione emblematica delle difficoltà vissute da molte denominazioni che si stenta a risolvere. Uve pagate poco, prezzi dei vini e valore dei terreni bassi a cui in questo territorio si aggiunge una scarsa rivendicazione della Docg Oltrepò Metodo Classico, vista l’enorme richiesta di uve e vini base spumante da spedire nel resto d’Italia. E contribuisce anche lo scarso appeal del marchio collettivo per gli stessi produttori, che o preferiscono starne fuori o, se lo rivendicano, spesso lo relegano alla retroetichetta.
A commentare lo stato dell’arte dei vini da Pinot nero dell’Oltrepò, Carlo Veronese, direttore del Consorzio: “la denominazione Oltrepò Pavese è molto ampia, riconosce tutta la tradizione enologica territoriale, che contempla diversi vitigni e vini, per un totale di 26 milioni di bottiglie prodotte. Negli anni – spiega Veronese – i produttori hanno chiesto al Consorzio di perseguire denominazioni autonome, come la Bonarda, il Sangue di Giuda, il Pinot Grigio, il Pinot Nero vinificato in rosso, anche con la menzione riserva, e il Metodo Classico (bianco e rosato) a cui dalla vendemmia 2007 è stata riconosciuta la Docg. Stiamo procedendo verso una maggior caratterizzazione del territorio nel segno del Pinot Nero. Per la Docg Oltrepò, senza l’aggettivo “Pavese”, è in corso una modifica del disciplinare per mettere in evidenza in bottiglia e in etichetta il vitigno. Sparirà la tipologia che prevede il 70% di Pinot nero e rimarrà soltanto quella con l’85% che già oggi consente l’utilizzo del nome del vitigno in etichetta”.
Attualmente la produzione di Metodo Classico ammonta a sole 560.000 bottiglie su un totale potenziale di 2,5 milioni, valutato in base agli ettari e ai vini dichiarati atti a divenire, mentre non è possibile risalire al numero di bottiglie di vino spumante di qualità (Vsq). L’incidenza dei rosati sul totale dell’Oltrepò Metodo Classico è del 20%, poco più di 100.000 bottiglie, di cui un 60% utilizza il marchio consortile “Cruasé”, concepito una quindicina di anni fa dall’allora direttore del Consorzio, Carlo Alberto Panont, che aveva visto nel rosé una opportunità di distinzione per le bollicine dell’Oltrepò e preconizzato il successo dei vini rosa. Una intuizione, giocata anche su un nome molto azzeccato e molto in anticipo, che oggi, dopo una flessione, incontra di nuovo il favore dei produttori.
“La crescita in termini quantitativi del Pinot nero in rosso (400.000 bottiglie) e soprattutto qualitativi è recente perché l’indirizzo è stato storicamente quello spumantistico – conclude Veronese – a partire dai primi impianti nel 1865 a Rocca de’ Giorgi per opera del Conte Carlo Giorgi di Vistarino. Ora anche nei nuovi impianti si contemplano cloni adatti ai rossi. Stiamo riflettendo su un possibile nuovo assetto per riservare il nome Oltrepò ai vini da Pinot nero, e denominare gli altri in altro modo. Una ipotesi potrebbe essere “Colline Pavesi”. Ma è tutto da verificare”.

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L’allarme spread a 200 punti non va sottovalutato e il 2011 (che non fu un golpe) ce lo dovrebbe insegnare

Talvolta, la storia, quando si ripete, è perché non ha insegnato niente. Gli stessi che nel 2011 – e per molti anni dopo – gridarono allo scandalo perché, secondo loro, la caduta del governo Berlusconi sotti i colpi dello spread fu un golpe premeditato ad opera del Quirinale che aveva fatto da sponda ai “poteri forti europei” (Merkel, Sarkozy, la Bce) e a quelli finanziari internazionali, sono gli stessi che oggi evocano l’esistenza di un complotto contro Giorgia Meloni e il suo governo. Cui si aggiunge addirittura qualche buontempone che sostiene che sorte analoga la si stia riservando anche a Elly Schlein nell’intento di spianare la strada ad un nuovo governo tecnico (come se il Pd in mano a lei rappresenti davvero un’alternativa all’attuale esecutivo). Già, perché di fronte alle enormi dissonanze dentro la maggioranza (anche su temi cruciali come il posizionamento internazionale e le alleanze in Europa) e alle evidenti difficoltà nell’azione del governo, anziché discuterne e affrontarle, si pensa bene di attribuire la colpa a chi queste impasse le critica (autorevoli giornali internazionali) o le osserva con preoccupazione (i mercati finanziari). Così lo spread a 200 punti diventa non il segno dell’inquietudine dei mercati verso la tenuta del nostro debito, ma la certificazione che “poteri oscuri” e “speculazione finanziaria” stiano tramando contro gli assetti politici italiani. Errore a cui si aggiunge anche quello di ragionare sulle soglie di pericolosità dello stesso differenziale con i Bund tedeschi come se fossimo a 12 anni fa – ho letto dichiarazioni di autorevoli esponenti della maggioranza secondo cui sotto i 350 punti si può stare sereni – quando invece la cosa grave è che più nessun paese europeo, Grecia compresa, è oltre lo spread dei nostri Btp.

Siamo insomma ultimi in classifica, e la griglia è molto diversa da quella del passato (nel 2011 quando Berlusconi diede le dimissioni, lo spread era arrivato a 575 punti). Eppure, proprio in questi giorni c’è stata una formidabile occasione, per quanto mesta, per rileggere la storia e riflettere sull’oggi con ben altro spirito. Mi riferisco alla morte di Giorgio Napolitano e il rito funebre che si è svolto alla Camera, carico di solennità politica. Basterebbe aver ascoltato l’orazione di Gianni Letta, e magari rileggere oggi quelle parole con attenzione, per sapere che, al contrario della sua corte, Berlusconi non si considerò defenestrato dall’allora presidente della Repubblica e vittima di una cospirazione, anzi si sentì sollevato (parola di Pierferdinando Casini) e fu sinceramente favorevole alla “grande coalizione” con il Pd per eleggere Monti e sostenere il suo governo tecnico, da tanto che era preoccupato per la situazione del Paese. Si può giudicare come si vuole, per il metodo e nel merito, la lettera della Bce, a firma del presidente uscente Jean Claude Trichet e da quello entrante Mario Draghi, inviata al Governo italiano nell’agosto 2011, in cui si dettava l’agenda delle cose che l’Italia avrebbe dovuto fare per evitare il default, ma non fu certo quella a sgambettare il governo di centro-destra di allora, quanto piuttosto le riforme non realizzate e le scelte fatte che avevano messo a repentaglio la finanza pubblica, cui quella lettera chiedevano urgentemente di rimediare.

Ecco, allora si gridò al complotto anti-berlusconiano, pensato a Bruxelles e a Francoforte, così come oggi si parla di manovra anti-Meloni. Alla Bce c’è Lagarde, che con il rialzo dei tassi punisce l’Italia, mentre a Parigi e Berlino ci sono Macron e Scholz, che non ridono platealmente di Meloni come Sarkozy e Merkel fecero di Berlusconi, ma il copione, secondo i complottardi, non sarebbe cambiato. È bastato un articolo del Financial Times, del 18 settembre, intitolato “La luna di miele è finita”, e uno graffiante dell’Economist, ed ecco che ad essere al centro della questione non sono i ritardi del Pnrr, la mancata approvazione del Mes, l’infelice scelta di tassare i cosiddetti extra-profitti delle banche (da cui si sta tornando indietro) o l’inappropriata lettera al governo tedesco sui migranti, bensì le critiche “pretestuose” rivolte al governo, segno che non meglio identificati “poteri forti” vogliono defenestrare chi è stato democraticamente eletto dal popolo a favore di un qualche tecnico fantoccio di quei poteri occulti. E pazienza se a Wall Street o tra i banker europei siano invece la tassa sulle banche e il tentativo di attribuire per legge poteri mai visti alle minoranze in società quotate in Borsa, a destare malumore, visto che sono due cose che vanno contro i principi fondamentali che regolano le economie di mercato.

E, come nel 2011, anziché provare a rimettere il Paese sulla via della crescita strutturale – non quella dopata dei bonus – facendo con coraggio le riforme e le scelte necessarie, si evocano machiavelliche congiure. A questo proposito, faccio sommessamente notare che allora la scelta di questa narrazione non portò bene all’inquilino di palazzo Chigi. E temo che sarà così anche questa volta, se non si ascolta neppure chi (Giulio Tremonti) pur essendo stato un convinto assertore della strategia dello sgambetto a Berlusconi (e a lui) oggi dice papale papale che “non c’è nessuna regia occulta dei mercati contro l’Italia”.

Per evitare che la storia si ripeta, Meloni ha tre modi. Il primo è evitare non solo di dire, come ha detto, ma di pensare, che “lo spread preoccupa solo chi vuole che cadiamo, chi come sempre immagina che un governo democraticamente eletto, che fa il suo lavoro, che ha una maggioranza forte e stabile, debba andare a casa”. Tra pochi giorni le maggiori agenzie di rating daranno il loro giudizio sull’affidabilità economica dell’Italia e lì vedremo chi si dovrà preoccupare dello spread. Il secondo modo è dare al Paese una manovra coraggiosa, e non solo prudente come lei stessa ha definito quella che s’intravede dalla Nadef appena approvata. Perché nel giudizio dei mercati, da cui dipendono le sorti del nostro debito pubblico, specie ora che la Bce ha chiuso l’ombrello protettivo che per anni ci aveva tenuto sopra la testa, conta relativamente che la presidente del Consiglio voglia evitare che la lista della spesa presentatale dai partiti di maggioranza, pari a 80 miliardi (parole sue) si tramuti in spesa pubblica aggiuntiva. Conta di più il fatto che nella legge di Bilancio 2024 non è previsto alcun intervento sulla spesa corrente strutturale (solo lo stop a superbonus e reddito di cittadinanza) e che per trovare i fondi per la conferma del taglio del cuneo fiscale, per un minimo di riduzione delle imposte per i redditi più bassi, per le misure per le famiglie e per i rinnovi dei contratti del pubblico impiego, per un totale di 14 miliardi, bisognerà incrementare il deficit da un tendenziale del 3,6% ad un programmatico del 4,3 %. Così come conta che il moloch del debito in rapporto al pil non viene intaccato (solo un decimo di punto l’anno prossimo e mezzo punto entro il 2026). Tanto più che la crescita torna ad essere quel “zero virgola” che ci ha accompagnato negli ultimi tre decenni (a questo proposito vedi la War Room di mercoledì 27 settembre con Carlo Bastasin, Gregorio De Felice e Dario Di Vico, qui il link), e che se nel 2024 non si farà, come è assai probabile, il previsto +1,2% del pil, allora il debito, in rapporto al prodotto lordo, finirà addirittura per aumentare.

Infine, il terzo modo che Meloni ha per evitare i guai del 2011 è, come dicevo all’inizio, rileggere con serietà e senza pregiudizi, quella storia (che peraltro ha vissuto, anche se non da protagonista), evitando di piegarla alle esigenze dell’oggi. Si legga la bella analisi scritta da una sua ex collega di partito, Flavia Perina, che ricordando come la destra che rivendica il diritto ad una rilettura del passato remoto dell’Italia abbia il dovere di esercitare un onesto revisionismo anche sul passato prossimo. E ci convinca che ha capito e imparato la lezione della storia.

Insomma, guai a fare spallucce ai problemi e pensare che ci siano trame oscure in atto. La verità, che la nostra classe politica ignora o fa finta di non vedere, è molto semplice: gli operatori finanziari sanno bene che la stagione dei tassi bassi è finita per sempre e che il costo del debito è molto maggiore di un tempo. E questo spiega la fiammata oltre 200 punti dello spread di giovedì, poi leggermente rientrata. Gli allarmi non stanno ancora suonando, ma i sensori stanno vibrando. Il resto è fuffa.

Enrico Cisnetto

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I due volti del Pinot Nero

“Oltrepò – Terra di Pinot Nero, un territorio, un vitigno, due eccellenze è il titolo dell’evento in programma lunedì 25 settembre all’Antica Tenuta Pegazzera di Casteggio (PV).

L’appuntamento, organizzato dal Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese, vede coinvolte 34 aziende che portano in degustazione agli operatori del settore le loro espressioni di Pinot nero, declinato in Oltrepò Pavese Metodo Classico DOCG e Pinot nero dell’Oltrepò Pavese DOC. Spiega il direttore del Consorzio Carlo Veronese:<<Nell’Oltrepò si produce il 75% del Pinot Nero italiano ed è una tra le aree più importanti a livello mondiale. Questo appuntamento è diventato un momento fondamentale per fare insieme il punto su due denominazioni cardine, in forte crescita sia qualitativa che numerica>>.

Le cantine partecipanti alla terza edizione di Oltrepò Terra di Pinot Nero, fra cui non figurano però alcuni nomi di spicco, sono: Alessio Brandolini, Berté & Cordini, Bosco Longhino, Bruno Verdi, Cà del Gè, Cà di Frara, Calatroni, Castello di Cigognola, Castello di Luzzano, Cavallotti, Conte Vistarino, Cordero San Giorgio, Riccagioia – ERSAF Regione Lombardia, Fiamberti Giulio, Finigeto, Frecciarossa, Giorgi, La Genisia, La Piotta,  La Travaglina, Lefiole, Manuelina, Marchese Adorno, Montelio, Oltrenero, Pietro Torti, Prime Alture, Quaquarini, Tenuta Mazzolino, Terre Bentivoglio, Terre d’Oltrepò – La Versa, Torre degli Alberi, Torti l’Eleganza del Vino, Travaglino.

Cantine Aperte in tutte le regioni il 27 e 28 maggio 

Il 27 e 28 maggio tornerà in tutte le regioni italiane Cantine Aperte, l’evento, organizzato dal Movimento Turismo del Vino, che porta ogni anno un numero crescente di appassionati a raggiungere i territori più vocati alla viticoltura, per visitare aziende e vigneti  e conoscere dal vivo i segreti delle etichette preferite. Cantine Aperte avrà quest’anno un calendario particolarmente ricco (consultare il sito www.movimentodelvino.it). Verranno festeggiati infatti trent’anni della manifestazione  e della costituzione del Movimento.

Fra le regioni più attive nel promuovere l’evento c’è la Toscana, fra le prime ad afferrare l’importanza del turismo enogastronomico. Era infatti il 1993 quando Donatella Cinelli Colombini, discendente da una storica famiglia del Brunello di Montalcino, ebbe l’intuizione di aprire le porte delle cantine agli appassionati del vino. E’ stata proprio lei, infatti, a fondare e a presiedere per molti anni il Movimento Turismo del Vino, divenuto ormai un riferimento per il turismo enologico in Italia e non solo. Donatella ha creduto convintamente nel potenziale turistico dei territori del vino e nel valore dell’ospitalità in cantina.

Cantine Aperte, trent’anni fa, è nato proprio come un appuntamento unico nel panorama dell’enologia italiana – sottolineano nel Movimento – partendo nel 1993 con sole 25 cantine accessibili ai visitatori, fino a raggiungere oggi oltre 25mila aziende vinicole che offrono accoglienza e valorizzano il turismo nei distretti vitivinicoli per un business che vale oltre 2,5 miliardi di euro.

<<Cantine Aperte è un evento che negli anni è stato anche uno stimolo di continua crescita per le nostre cantine e per un modello di accoglienza che si può dire unico al mondo – afferma Violante Gardini Cinelli Colombini, presidente del Movimento Turismo del Vino Toscana – in occasione dei trent’anni di questa iniziativa, nata proprio in Toscana, ripercorreremo in maniera ancor più particolare l’evoluzione dell’offerta in cantina con attività originali proposte dalle aziende che prenderanno parte all’iniziativa in tutta la Toscana>>.

Sarà un’edizione speciale questa dei 30 anni,  assicurano gli organizzatori, con una “due giorni” nella quale gli appassionati dell’enologia vivranno collaborazioni con le aziende del territorio, vini delle denominazioni toscane, degustazioni in luoghi suggestivi, riscoperta degli angoli architettonici più belli delle cantine, ma anche musica, mostre d’arte e molto altro. Si va da Bolgheri alla Maremma, dalle terre di Arezzo a quelle di Pisa, passando per le Docg storiche come San Gimignano, Montepulciano, Montalcino e il Chianti Classico, fino a Carmignano. L’offerta spazia dal trekking alle merende in vigna, fino alle degustazioni in luoghi storici.

E poi pranzi in vigna con i prodotti del territorio, degustazioni di vecchie annate, visita ai vigneti storici. Dalla passeggiata nelle fondamenta del tempio di Ercole, alla riscoperta dei vitigni autoctoni con degustazioni al tramonto, passando per il vino raccontato da stornellatori di un tempo, o il metodo classico fatto in una terra di rossi. E ancora, visite a cantine storiche, all’apiario aziendale, oppure mostre d’arte, senza dimenticare i paesaggi dove sorgono le cantine e i vigneti più belli del mondo. I programmi di tutte le iniziative sono disponibili on line sul portale www.mtvtoscana.com

Dalla vite al tappo a vite

Il millesimo 2016 è stato un’ottima annata per i vini dei Colli Tortonesi. Le migliori etichette mostrano un’evoluzione molto buona, che dovrebbe risultare soddisfacente anche nei prossimi anni. Sempre che…i tappi si comportino a dovere, perché il cedimento di un tappo può sempre compromettere la vita di una grande bottiglia.

Ed è proprio per verificare quanto una tipologia di tappo possa influire sull’evoluzione di una bottiglia, che Walter Massa, il vignaiolo che con la sua ricerca ha fatto nascere un grande bianco italiano, il Derthona Timorasso, ha tappato un certo numero di bottiglie di Derthona 2016 e di Barbera Monleale 2016 della stessa botte usando, oltre al classico sughero, anche altre tipologie di tappo.

La degustazione comparata di queste bottiglie, organizzata recentemente dall’ONAV di Genova e guidata da Walter Massa, ha riservato risultati interessanti e, in qualche caso sorprendenti. In particolare nel caso del bianco, il Derthona. Quattro le tipologie di tappo usate. Il sughero tradizionale <<che quando funziona è perfetto, commenta Massa – ma non è sempre così>>, perché c’è il rischio che in qualche caso rilasci il temuto Tca  (tricloroanisolo), una molecola prodotta da un fungo parassita della quercia da sughero che ha l’effetto di produrre il cosiddetto odore di tappo e di rovinare il vino. Altra tipologia il tappo a vite, che ha il difetto di non consentire il rito della stappatura, ma non riserva brutte sorprese e consente di avere nel vino meno solforosa. Quindi tappo diam, il conglomerato di sughero, che è simile al sughero, ha il vantaggio di non rilasciare Tca, ma ha pur sempre dei collanti anche se naturali e non garantisce comunque l’elasticità del monopezzo. Infine il tappo nomacorc, fatto con materiali plastici, che ha basso costo, consente la stappatura tradizionale ma è meno performante per i vini da invecchiamento.

Tornando alla degustazione, i quattro Derthona hanno tutti ben figurato. Ma nell’assegnare la palma del migliore con riguardo all’evoluzione la platea si è divisa fra tappo di sughero e tappo a vite, con un margine a favore di quest’ultimo.

Massa, che ha dato vita, con Franz Haas, Mario Pojer, Graziano Prà e Silvio Jermann, al gruppo de’ “gli Svitati” non fa mistero di preferire il tappo a vite, e, dopo anni di sperimentazioni, ha deciso di usarlo per tutti i suoi vini bianchi. Il tappo a vite è una capsula di alluminio filettata che ha al suo interno una membrana di materiale leggermente poroso che consente il perfetto mantenimento delle qualità organolettiche del vino. <<Grazie alle sue caratteristiche – aggiunge Massa – questa tipologia di tappo permette infatti una micro ossigenazione costante, preservando il vino, consentendo un minor uso di solforosa e permettendo un’omogeneità qualitativa anche nel caso di vecchie annate, oltre a una corretta evoluzione>>.

La successiva degustazione di Monleale ha messo a confronto una Barbera con tappo di sughero con tre Barbere tutte con tappo a vite, ma membrane dalle differenti caratteristiche tecniche in funzione di una maggiore o minore ossigenazione. A fronte di un Monleale tappato con sughero perfetto, si è avvertita una maggiore maturità del vino tappato con guarnizione coral, rispetto alle tipologie ivory e soprattutto onyx, quella che in effetti consente il minor scambio di ossigeno.

Cantine Aperte in tutte le regioni il 27 e 28 maggio 

Nel fine-settimana del 27 e 28 maggio tornerà in tutte le regioni italiane Cantine Aperte, l’evento, organizzato dal Movimento Turismo del Vino, che porta ogni anno un numero crescente di appassionati a raggiungere i territori più vocati alla viticoltura e a  visitare aziende e vigneti  per conoscere dal vivo i segreti delle etichette preferite. Cantine Aperte avrà quest’anno un calendario particolarmente ricco (consultare il sito www.movimentodelvino.it). Verranno festeggiati infatti trent’anni della manifestazione e della costituzione del Movimento Turismo del Vino.

Crema di fagioli con spuma di prosciutto e salvia

Ingredienti. Per la crema: 400 g di fagioli secchi, 60 g di pancetta, 200 g di pomodoro passato, 50 g di olio extravergine d’oliva, 40 g di cipolla, 2 spicchi d’aglio, 1 rametto di rosmarino, ½ litro di brodo

Per la spuma:200 g di prosciutto cotto, 5 foglie di salvia, 50 g di robiola

Preparazione: far rinvenire i fagioli per un giorno in acqua fredda, cuocerli poi in abbondante acqua, passarli quindi al passaverdura conservando a parte l’acqua di cottura. In una casseruola far soffriggere per circa 5 minuti un fondo composto da olio d’oliva, cipolla, aglio e pancetta, dopodiché aggiungere il pomodoro, il passato di fagioli e il rosmarino. Coprire con metà di acqua di cottura e metà del brodo. Far cuocere per circa 40 minuti avendo cura di aggiungere brodo quando sarà necessario, aggiustare di sale. Terminare la cottura, frullare la crema nel mixer, quindi filtrala con un colino.

Preparazione della spuma di prosciutto e salvia: passare al mixer il prosciutto fino a ottenere un composto omogeneo, aggiungere la salvia precedentemente tritata, e la robiola.

Presentazione del piatto: versare la crema calda nei piatti, sistemarvi al centro la spuma al prosciutto aiutandosi con un sacchetto per pasticceria. Guarnire con cima di salvia e poco olio extravergine versato crudo a filo.

Quei ragazzi di “Saperi e Sapori”…

Immaginate un simposio, nel senso classico del termine, dove sono giovani talenti della cucina a confrontarsi e a sfidarsi ai fornelli, ansiosi di scambiarsi esperienze, pronti a stupire, a suggerire, a discutere. E anche a vivere tutti insieme il piacere del convivio.

Questo era “Saperi e Sapori”. Ogni anno dal 1991 al 1997 i giovani cuochi che stavano rivoluzionando l’alta ristorazione italiana, e non solo, si ritrovavano nel Delta del Po, al  ristorante “Il Trigabolo” di Argenta, e successivamente alla “Locanda della Tamerice” a Ostellato, per dar vita a un evento inedito, e unico per l’importanza che avrebbe avuto nella storia della gastronomia. 

Se fondatore della nuova cucina italiana è considerato Gualtiero Marchesi con il suo ristorante aperto alla fine degli anni ‘70 a Milano, in via Bonvesin de la Riva, e se a lui deve molto una generazione di chef di successo formatisi alla sua scuola, da Carlo Cracco a Enrico Crippa, da Ernst Knam a Davide Oldani, è anche vero che grazie a quei ragazzi che avevano fatto del “Trigabolo” l’epicentro di un’avventura rivoluzionaria, la nuova cucina d’autore ha potuto affermarsi e consolidarsi. Non a caso, quando il locale creato da un geniale ex fornaio, Giacinto Rossetti, cessò l’attività nel 1995, la Guida Michelin, all’epoca molto selettiva, gli attribuì, caso unico, la terza “stella” ad honorem visto che il ristorante aveva ormai chiuso i battenti.

In seguito lo chef, Igles Corelli, che era l’anima e il regista di “Saperi e Sapori” e che aveva avuto come collaboratore un giovanissimo Bruno Barbieri, oggi molto conosciuto come star televisiva, aprì un proprio ristorante a Ostellato, dove continuò per alcuni anni a organizzare la manifestazione.

Di quella stagione straordinaria Salvatore Marchese, scrittore e critico gastronomico (collabora da molti anni alla Guida dell’Espresso e alla rivista Barolo&Co), ha raccolto i ricordi personali e le testimonianze in un volume, Andavamo a cena a “Saperi e Sapori” nel Delta del Po ovvero “cuochi e ricette che hanno cambiato la cucina italiana” (Tarka editore), che rappresenta un documento prezioso per la storia della gastronomia italiana. Nel libro Marchese ha puntigliosamente ricostruito i menu con cui grandi chef italiani, e anche francesi, spagnoli e americani, deliziarono i partecipanti alle cene. E ha riprodotto buona parte delle ricette elaborate dai cuochi per l’occasione. Ma ha anche tratteggiato con rapidi flash il lato umano degli artisti all’opera, personaggi che avrebbero collezionato “stelle” ovunque, da Alfonso Iaccarino a Gianfranco Vissani, da Fulvio Pierangelini a Valentino Mercattillii (San Domenico), da Italo Bassi (Pinchiorri) a Raffaele e Massimiliano Alajmo (Le Calandre), da Enrico Cerea (Da Vittorio) a Iginio Massari, da Lydia Alciati (Da Guido) a Mary Barale (Il Rododendro), dal romagnolo Paolo Teverini ai liguri Paolo Masieri e e Melly  Bianco (Ca’Peo), da Alain Senderens (Lucas Carton) a Toni May e a un giovanissimo Ferran Adrià (El Bulli). Ma anche Gualtiero Marchesi e Roger Vergé (Le Moulin de Mougins) e Georges Cogny, un grande chef parigino emigrato in Val Nure (PC) per amore. E altri ancora. Portatori e interpreti di tendenze diverse, dalla tradizione alla creatività esasperata, dal culto della materia prima alla priorità dell’estetica. Ma, soprattutto, Marchese è riuscito a far immergere il lettore in quell’atmosfera di creatività, di entusiasmo e di amicizia che di quell’evento fece un terreno straordinariamente fertile per un cambiamento epocale. Un cambiamento che alla fine, pur innovando, ha saldamente ancorato la nuova cucina d’autore italiana al patrimonio gastronomico e culturale delle diverse regioni del nostro Paese.

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