Ogni bottiglia di vino è un unico. Ma esistono vini davvero irripetibili. Edizioni limitate. Storie che finiscono. Vini che il produttore decide di non fare più, come ha voluto fare per esempio Josko Gravner rinunciando a vinificare il suo intrigante Pinot Grigio. Aprire una di queste bottiglie del cuore, conservate come un’opera d’arte in cantina, è un’emozione. E lo è stato anche questa volta, davanti a un calice di Profilo brut, Oltrepò Pavese metodo classico nature, vendemmia 1998, sboccatura 2009: un vino nato da una sfida personale e diventato un mito. Andrea Picchioni, all’epoca giovane vignaiolo fra i più appassionati di una nouvelle vague decisa a far valere le potenzialità inespresse di un territorio vocato come pochi per la vitivinicoltura di qualità, aveva voluto cimentarsi con uno spumante che potesse reggere il confronto con i grandi Champagne. La sfida di queste poche bottiglie affinate per dieci anni sui lieviti e lasciate riposare senza preoccupazione per il tempo che passa, fu vinta e rese il Profilo bianco un vino di culto, in cui profumi, struttura e persistenza convivono in armonia conferendo al vino personalità ed eleganza. Appagato dall’aver dimostrato a quali vette possa ambire un blanc de noir dell’Oltrepò, Andrea Picchioni, che rivendica per sé la qualifica di “rossista”, non ha replicato l’esperimento e ha preferito concentrarsi sui vini rossi e fermi, storici del territorio, come Buttafuoco, Bonarda e Pinot Nero, ottenuti dai suoi vigneti. Ha anche deciso, però, di accontentare gli estimatori delle sue bollicine con un altro metodo
Con l’Asta mondiale del Tartufo bianco d’Alba, svoltasi domenica 10 Novembre nel Castello di Grinzane Cavour, è entrata nel vivo la stagione del pregiato Tuber magnatum Pico, che si protrarrà fino al 31 gennaio. Ad Alba è in corso la Fiera internazionale, in programma ogni sabato e domenica fino all’8 dicembre, mentre si è concluso il 10 novembre scorso l’altro importante evento del settore, la Fiera nazionale del Tartufo bianco di Acqualagna, il centro marchigiano cui fa capo una parte considerevole della raccolta del prezioso fungo ipogeo. L’asta di Grinzane ha esibito splendidi esemplari di tartufo trovati nei boschi delle Langhe, del Roero e del Monferrato. Il lotto più prezioso era composto da due trifole gemelle del peso complessivo di 905 grammi rinvenute nei pressi della torre di Santo Stefano Roero ed è stato aggiudicato per la cifra record di 140 mila euro da un acquirente di Hong Kong: secondo solo al tartufo da record del 2022 che fu battuto all’asta a 184.000 euro. Ma hanno spuntato cifre importanti anche altri tre esemplari di tartufo bianco, del peso di 201, 235 e 505 grammi, aggiudicati, rispettivamente, a un imprenditore di Cherasco, a un industriale di Varese e alla chef cinese Zhou Ziling, titolare, tra gli altri ristoranti, dello stellato Silver Pot di Chengdu. Complessivamente l’asta, che si è svolta in collegamento diretto con Hong Kong, Singapore Francoforte e Bangkok, ha fruttato la raccolta di oltre un milione di euro destinati a sostenere opere di beneficienza. A fronte delle quotazioni stratosferiche dell’asta, il mercato oggi propone prezzi ancora piuttosto elevati, con il tartufo bianco che per le pezzature medie (20-50 gr) varia fra 360 e i 400 euro all’etto, con punte di 450 e oltre per pezzature superiori, mentre per il Nero pregiato oscilla fra 80 e 180 euro all’etto.
Cannavacciuolo Group, il gruppo che fa capo alla famiglia di Antonino Cannavacciuolo, ha fatto registrare nel 2023 ricavi per 25 milioni di euro, in crescita sui 23 milioni dell’anno precedente, e con un margine operativo lordo 17,9%, in linea con il 2022. Lo riferisce il sito Pambianco, che in occasione del 4° Wine & Food summit Pambianco PwC, ha intervistato sui progetti del gruppo Cinzia Primatesta, fondatrice e azionista di controllo, nonché moglie di Cannavacciuolo. Riguardo alla chiusura dell’anno in corso, ha dichiarato Primatesta, “abbiamo raggiunto gli obiettivi che ci eravamo prefissati, per cui non possiamo che ritenerci soddisfatti e sicuramente speranzosi per un 2025 ancora più carico di nuove sfide”. Nel settore food il gruppo è presente con il ristorante “tre Stelle Michelin” Villa Crespi di Orta San Marco, che ha appena festeggiato i 25 anni di attività, il Bistrot di Torino, “una stella” Michelin (a cui si aggiungeva anche il Bistrot di Novara, chiuso nel maggio scorso), il Laboratorio Artigianale di alta pasticceria di Suno e i quattro punti vendita di Antonino il Banco di Cannavacciuolo (a Vicolungo The Style Outlet, nel centro storico di Orta, nell’area partenze dell’aeroporto di Milano Malpensa e di Napoli Capodichino). Ed è proprio quest’ultimo format ad essere attualmente al centro delle attenzioni del gruppo. “E’ la formula che tra le nostre attività meglio si presta ad essere scalabile, con una prospettiva di crescita importante”, ha spiegato Cinzia Primatesta, rivelando: “Finora abbiamo operato da soli nello sviluppo di questo format, ma sicuramente stiamo valutando dei partner in vista di una futura ulteriore espansione”. Il gruppo Cannavacciuolo, comunque, non si limita al food. Negli anni, infatti, si è diversificato anche nel settore alberghiero creando una catena di hotel di lusso, Laqua Collection, che nel gennaio scorso ha inaugurato il suo quinto asset, il “cinque stelle lusso” Le Cattedrali Relais by Laqua Collection. Del ramo alberghiero fa parte anche Villa Crespi, che, oltre al celebre ristorante, comprende un hotel 5 stelle lusso. “Oggi puntiamo moltissimo sull’hotellerie – ha affermato Primatesta – perché questo progetto crea il perfetto connubio tra ristorazione e senso di ospitalità che abbiamo nel nostro Dna. Negli anni abbiamo aperto diverse strutture partendo da Villa Crespi 25 anni fa e vogliamo continuare ad espanderci. Possiamo dire che a breve ci sarà qualche novità a riguardo”.
Il governo e la maggioranza si muovono per forzature. Le opposizioni preferiscono gridare allo scandalo piuttosto che fare proposte. Dopodiché tutti si rifugiano sull’Aventino, per evitare di palesare nel segreto dell’urna le loro divisioni interne. Così la Corte Costituzionale resta ancora una volta senza uno dei suoi 15 membri, o meglio uno dei 5 che spetta alle Camere eleggere (gli altri sono 5 ciascuno nominati dal Presidente della Repubblica e dalle magistrature), dopo 31 tentativi in ben 11 mesi. E così il Parlamento è ancora una volta mortificato, ridotto a ring dove va in scena la contrapposizione permanente tra forze che si sforzano di apparire incompatibili ma che in realtà sono accomunate da un uguale (e intollerabile) tasso di incultura istituzionale e di becero populismo. Il tentato, e mancato, blitz parlamentare per eleggere alla Consulta il consigliere giuridico di Giorgia Meloni, Francesco Saverio Marini, scelto perché estensore materiale del testo sul premierato più che per i suoi titoli giuridici, che pure ci sono e legittimerebbero la sua candidatura, ci restituisce un quadro avvilente prima ancora che preoccupante della condizione della nostra democrazia rappresentativa. Non è tollerabile che un organo dell’importanza, pratica e simbolica, come quella che ha la Consulta, resti per un anno senza un suo membro e il Parlamento non trovi il modo, nonostante i richiami del Capo dello Stato, di costruire un’intesa su un nome condiviso, sapendo, peraltro, che quell’uno non potrà spostare più di tanto gli equilibri decisionali dei giudici supremi.
Sia chiaro, è ipocrita chi dice che la Corte deve essere apolitica, perché chi ha l’incarico di sovraintendere alla costituzionalità delle leggi fa parte integrante del sistema politico-istituzionale del Paese. Ma, come ha ottimamente spiegato Stefano Folli, la nostra Consulta non è la Corte Suprema federale degli Stati Uniti, dove i nove giudici (a vita) sono nominati dal Presidente, e poi passati al vaglio del Congresso, e si divide tra giudici conservatori e progressisti come si è visto nel caso del processo a Trump per aver cercato di rovesciare l’esito delle presidenziali del 2020 estendendo a suo favore (6 a 3 il voto) l’immunità penale dei presidenti statunitensi; una decisione che Biden ha definito un “pericoloso precedente”. No, la nostra Corte è stata pensata dai padri costituenti come un organo di equilibrio istituzionale, difficilmente conquistabile e dunque non piegabile al volere partitico. Ed è per questo che per i 5 membri di nomina parlamentare (Camere in seduta congiunta) è richiesta la maggioranza dei due terzi nei primi tre scrutini (dopo il taglio dei parlamentari 403 voti su 605) e dei tre quinti (363 voti) dal quarto scrutinio in poi. Numeri di cui la presidente del Consiglio non dispone. Per questo la sua decisione di fare “prove tecniche di premierato” (copyright Linkiesta) forzando la mano su un candidato così targato come Marini – autore di una pessima legge, sul piano tecnico, al di là di quello che si pensi sul premierato – invece di aprire un dialogo con le opposizioni, o almeno una parte di esse, è stata un errore politico, oltre che un atto di arroganza istituzionale. E non si parli di atto precluso per ragioni ideologiche, perché il padre di Francesco Saverio Marini, Annibale, a suo tempo divenne presidente della Consulta nonostante fosse un giurista di esplicito orientamento missino. Tra l’altro Meloni ha ripetuto lo stesso errore di calcolo politico commesso per la Rai: era convinta di aver messo il piede in mezzo alla porta che collega 5stelle e Pd, visto che i grillini e il duo Verdi-Sinistra avevano votato ed eletto i propri rappresentanti nel cda al contrario del Pd, ma Conte al momento buono si è dimostrato inaffidabile (c’era bisogno della controprova?) e la candidata alla presidenza, Simona Agnes, è rimasta fregata. Una forzatura, quella studiata a palazzo Chigi, che spiega l’irritazione di Meloni quando l’indicazione di scuderia fatta girare nella chat di FdI per mobilitare le truppe al voto è finita sui giornali, dando la stura all’ennesima evocazione di complotti ai danni suoi, della sua famiglia e del suo disegno politico. Confondendo la fisiologia – la politica è fatta di trame e popolata anche di talpe e spie – con la patologia. Il fatto che il governo abbia fatto sapere che andrà avanti ad oltranza con un voto a settimana sulla sua proposta, ci dice che la vicenda non ha insegnato niente. E quanto sia scarsa la consapevolezza dell’opportunità di cambiare registro.
Purtroppo, sulla vicenda della Consulta, non meno riprovevole è stato il comportamento delle opposizioni, che si sono mostrate incapaci di proporre in alternativa un nome autorevole che potesse mettere in imbarazzo almeno una parte (per esempio Forza Italia) della maggioranza. E si sono rifugiate sull’Aventino, unico modo per evitare che qualcuno, specie dalle parti di 5stelle e Azione, si facesse venire la voglia di approfittare del voto segreto, come era stato nel caso dell’elezione di La Russa alla presidenza del Senato. Lo stesso motivo per cui la maggioranza ha optato per la scheda bianca: sottrarsi al voto “cifrato” (nome e cognome, solo cognome, iniziali dei nomi di battesimo, ecc.) e quindi riconoscibile. E questo perché tanto dalle parti della coalizione di governo (vedi la fronda di Salvini, i distinguo di Tajani, i mal di pancia dentro FdI) quanto da quelle delle opposizioni (nelle ultime settimane sono volati ripetuti schiaffi da Conte a Schlein) il livello di scontro è fortissimo, molto di più di quanto non sia tra i due fronti.
Ma non è detto che il peggio sia passato. Per due ordini di motivi. Primo, perché prossimamente la Corte dovrà occuparsi della costituzionalità della legge Calderoli sull’autonomia regionale e sulla ammissibilità del referendum che intende bloccarla. Questione scottante, perché dietro l’apparente unità della maggioranza, si nascondono le diffidenze (a dir poco) di Meloni e Tajani. Per cui nei desiderata di palazzo Chigi c’è lo stop tanto alla consultazione popolare, per tener buona la Lega, quanto alla normativa medesima, rinviabile sine die con la scusa della mancata approvazione dei Lep, i livelli essenziali delle prestazioni e dei servizi che devono essere garantiti in modo uniforme sull’intero territorio nazionale (è dal 2001 che la Costituzione ne prevede la creazione, ma in 23 anni nessun governo ha provveduto). E, ingenuamente, si spera che il giudice subentrante possa fare la differenza. E così altrettanto quando la Consulta si dovrà occupare della separazione delle carriere dei magistrati e del referendum promosso da +Europa sullo ius soli. In attesa che poi giunga il turno del premierato.
Il secondo motivo per temere il peggio è dato dal fatto che a dicembre scadranno altri tre giudici della Corte di nomina parlamentare, tra cui il presidente Augusto Barbera. E c’è chi pensa che si debba attendere quel momento per eleggerne quattro secondo una logica di spartizione, e mentre uno non è spartibile, quattro sì. Ma attenzione: la “spartizione” non ha propriamente lo stesso significato della “condivisione”. E poco importa se nel passato (più prossimo che remoto) si è praticata la prima e non la seconda, perché perseverare è diabolico. E perché, se non ricordo male, la destra ha conquistato il governo asserendo che avrebbe tolto di mezzo tutte le worst practices della sinistra. Mentre lettera e spirito della Costituzione vogliono che i candidati alla Corte vengano scelti con metodo bipartisan, proprio per assicurare loro il massimo di autonomia e autorevolezza. Come capite bene, un conto è spartirsi i posti e ciascuno si sceglie i suoi, assicurandosi reciprocamente il quorum, e un altro è condividere le scelte, evitando attribuzioni e marchiature.
Non c’è bisogno di aver studiato per sapere che, da un lato, la sovranità del Parlamento, l’autonomia di deputati e senatori, non a caso privi di vincolo di mandato, e la terzietà di un organo come la Consulta, siano principi sacri, e dall’altro che il dialogo, la mediazione, persino il compromesso, siano il sale della dinamica democratica. Peccato che proprio a tutto questo sia stata resa violenza. Dall’intero sistema politico. Offrendo uno spettacolo indecoroso, avvilente, deprimente. Ma la spiegazione non sta solo nell’infima qualità della classe politica, dotata di un senso delle istituzioni pari a zero. Alla base c’è soprattutto un sistema politico, il cosiddetto bipolarismo, che non solo non funziona – come è ormai evidente da troppi anni per tollerarne un’ulteriore prosecuzione – ma che, nella versione italica, ha nel dna un maledetto malinteso: l’idea che chi vince prende tutto e a chi perde non rimanga altro che attendere la prossima occasione. Senza che alcuna relazione politica possa mettere in contatto i due poli, visto che la cultura dell’antipolitica ci ha fatto credere che, nel caso, saremmo di fronte a quella mercimoniosa pratica dell’inciucio o, nel migliore dei casi, a quella deplorevole del consociativismo. Si tratta di una concezione malata della democrazia rappresentativa, resa ancora peggiore nei suoi effetti deleteri dal fatto che ormai storicamente le nostre coalizioni si formano solo per vincere le elezioni e non per governare. E, prive come sono di un minimo di omogeneità programmatica, o vivono in una perenne conflittualità che impedisce di prendere decisioni (il centro-destra) o sono destinate a sfaldarsi (il centro-sinistra). Aggravante, questa, che richiederebbe a maggior ragione la creazione di canali di dialogo tra i due fronti, la cui mancanza – certificata dalle ripetute scelte aventiniane – finisce per paralizzare il sistema.
Dunque, non basta deprecare e auspicare. Serve la consapevolezza che a dover essere cambiato, radicalmente, è il sistema politico nel suo insieme. Premessa indispensabile per invertire la tendenza orientata al dilettantismo del personale politico. Chi di questa consapevolezza è dotato alzi la mano e faccia un passo avanti. (Terza Repubblica 12/10/2024) Enrico Cisnetto
La morte di Alexey Navalny, quali ne siano state le cause materiali ma essendoci la certezza che sia avvenuta dopo una carcerazione portata oltre ai limiti della sopportazione umana, e sapendo qual è il destino riservato a chi si oppone alla tirannia di Putin, da Anna Politkovskaja in poi, potrebbe (dovrebbe) tracciare una linea di demarcazione nelle coscienze e nelle politiche occidentali paradossalmente più profonda della guerra scatenata dal Cremlino in Ucraina. Oggi sono passati due anni esatti da quel 24 febbraio del 2022 quando Kiev si svegliò sotto le bombe russe. E noi europei, con la guerra alle porte di casa, fummo costretti a fare finalmente i conti con noi stessi per i rapporti che negli anni avevamo instaurato – per necessità (il gas), per interesse (il business) ma molto spesso anche per ammirazione (l’uomo forte) – con quella figura di dittatore imperialista e sanguinario, che nel migliore dei casi ci eravamo ipocritamente limitati a chiamare “democrate”, rispondente al nome di Vladimir Putin. Ha ragione il professor Manlio Graziano a sostenere, nel suo bel libro “Il disordine mondiale” (Mondadori) e nella mia War Room del 14 febbraio (qui il link), che Putin la guerra l’ha persa subito, già nel giro di poche settimane, perché una grande potenza come la Russia, una volta scelto di invadere la piccola Ucraina, doveva essere in grado di assestare velocemente il colpo del ko. Mentre non poteva permettersi, per ragioni militari, economiche e politiche, di affrontare un conflitto lungo e incerto, come poi si è rivelato essere.
Tuttavia, è altrettanto vero che neppure gli Stati Uniti e l’Europa, una volta reagito con gli aiuti a Zelensky e le sanzioni a Mosca, avrebbero dovuto permettere il protrarsi della guerra. Prima di tutto per ragioni umanitarie: pur non esistendo dati ufficiali, si stima che in questi due anni complessivamente siano morti almeno 100mila soldati e altri 400 mila siano rimasti feriti, mentre le vittime civili ucraine sarebbero 30mila, cui vanno aggiunti i 6 milioni che si sono rifugiati in altri paesi. E poi per ragioni geopolitiche, essendo stato chiaro fin dall’inizio che il vero obiettivo di Putin non era tanto la presa dell’Ucraina quanto la destabilizzazione dell’Occidente, e dell’Europa in particolare, affamandola di gas e minacciandone i confini (vedi la reazione della Polonia e l’immediata adesione di Svezia e Finlandia alla Nato). La guerra energetica l’abbiamo sostanzialmente vinta, ma quella militare per nulla: è fallita la cosiddetta “controffensiva”, eccessivamente strombazzata da Zelensky, e il livello della resistenza ucraina si è andata riducendo via via che si affievoliva il sostegno occidentale, dei governi e delle opinioni pubbliche, cui si è aggiunto il calo di popolarità di Zelensky e i problemi che il presidente ucraino ha avuto nella gestione del governo e dei vertici militari.
Inoltre, aprendo da protagonista o da interessata comparsa altri fronti, geograficamente lontani ma ugualmente coerenti con il suo disegno destabilizzatore, Putin ha dimostrato di saper giocare sullo scacchiere mondiale. Oltre alle già sperimentate attività in Africa con la Wagner e alla guerra cibernetica, che sa fare, in Medioriente si è schierato dalla parte di Hamas, pur senza dimenticare il girarsi dall’altra parte di Israele quando la Russia ha invaso l’Ucraina (uno degli errori di Netanyahu) ma soprattutto sta spalleggiando il suo alleato Iran nel supporto alle milizie Houthi e al loro tentativo di bloccare i commerci internazionali che passano dal Mar Rosso. Una mossa per provocare aumenti dei prezzi di materie prime e beni energetici, gettando benzina sul fuoco dell’inflazione, nella speranza di mettere in difficoltà l’economia occidentale. Ma il fronte di cui c’è da essere più preoccupati è quello Baltico. Nei giorni scorsi Mosca ha detto chiaro e tondo che i Paesi Baltici minacciano la sicurezza della Russia e che sono russofobici. Il che sembra preparare il terreno ad un’offensiva militare, peraltro descritta come probabile da diverse intelligence europee.
Ecco perché, pur non essendolo, almeno non pienamente, negli ultimi tempi Putin è apparso un vincente. Fino alla morte di Navalny, però, che potrebbe rilevarsi un clamoroso boomerang. E non solo per lo Zar, ma anche per gli amici più o meno nascosti che il dittatore russo ha in giro per il mondo, Italia compresa. Perché più il Cremlino sfida l’opinione pubblica russa e internazionale – avendo la faccia tosta di parlare di “sindrome da morte improvvisa” e nascondendo la salma dell’oppositore per una settimana, salvo poi ricattare la madre Lyudmila Navalnaya facendole vedere il figlio per firmare il certificato di morte senza restituirle il corpo per imporle una sepoltura in gran segreto – più il moto di indignazione sale. Anche perché, mentre sui media russi si parla di banane e gamberetti che tornano nei negozi dopo una lunga assenza, in Spagna viene assassinato un russo dissidente e alla vedova di Navalny, Yulia, viene sospeso l’account Twitter, seppur momentaneamente, perché esorta alla ribellione. E dunque in tutta Europa manifestazioni, fiaccolate, prese di posizione. Mentre Ue e Usa varano nuove sanzioni alla Russia.
In questo coro a stonare – e stonare di brutto – c’è Matteo Salvini, che se ne è uscito invitando ad aspettare il giudizio dei medici e dei giudici russi, come se il regime potesse consentire loro di esprimersi in libertà. Viceversa, non una parola è stata spesa per i 400 russi arrestati per aver manifestato, o anche soltanto deposto un fiore. Si dice: quelli del capo della Lega sono giudizi personali, da leader di partito. Ma è lecito che un ministro e vicepresidente del Consiglio si esprima così? Si può far finta di piangere Navalny e poi ammiccare a Putin? Ma qui il problema non è tanto Salvini, cui se non altro va riconosciuta una certa coerenza nel suo “putinismo”, quanto chi nella Lega lo ha accettato e lo continua ad accettare come segretario e chi nel governo evita un chiarimento aperto che avrebbe dovuto esserci già da tempo e su molte questioni. Di fronte alle tante prese di posizione a favore di Putin che lo hanno visto protagonista – dalle felpe inneggianti e gli stretti legami intessuti con Mosca dal suo amico e sodale Savoini, anche con la sponda di gruppi di estrema destra – ma soprattutto visti i patti di solidarietà (anche economica, come nel caso della Le Pen?) della Lega con il partito dello Zar, Russia Unita, si dovevano pretendere delle pubbliche spiegazioni.
Non lo si è fatto con la guerra in corso, coprendosi dietro la foglia di fico dei voti favorevoli dati dai parlamentari leghisti sia alle sanzioni alla Russia che agli aiuti all’Ucraina (dopo aver messo in dubbio quelli di natura militare). Lo si faccia ora di fronte al caso Navalny. Si eviti di credere, o far finta di credere, che la manifestazione “unitaria” che si è svolta a Roma sulla piazza del Campidoglio – ma ci voleva Calenda a convocarla – sia stata sufficiente a darci la patente morale di “indignati”. Intanto perché quella fiaccolata è apparsa di un’insopportabile algida freddezza e carica di una bella dose di ambiguità, visto che la dichiarazione più usata è stata “vogliamo sia fatta chiarezza” come se per un dissidente condannato per reati di opinione e fatto morire in carcere in Siberia ci fosse bisogno di altre spiegazioni. E questo non solo perché non c’era nessun esponente di prima fila del centrodestra o perché mancavano Fratoianni e Conte – un altro che tra gli ammiccamenti a Putin, furbescamente esercitati sventolando la bandiera del pacifismo, e la speranza che Trump torni alla Casa Bianca coltivata insieme ai bei ricordi di quando lo chiamava “Giuseppi”, dovrebbe dare spiegazioni politiche – ma perché di certo si è visto più sdegno nelle marce pro-Palestina (in realtà pro-Hamas) e anti-Israele, o in quelle contro l’Occidente da parte degli odiatori seriali della democrazia liberale, così ostinatamente impegnati nella loro campagna ideologica da perdere di vista, oltre ad Hamas, l’Iran che impicca donne e omosessuali, i militanti terroristi di Hezbollah che lanciano razzi, i “pirati” Houthi del Mar Rosso che attaccano le navi commerciali, la Cina che minaccia Taiwan, il pazzoide coreano che manda armi a Mosca e preannuncia l’uso di testate nucleari un giorno sì e l’altro pure.
Nella War Room di mercoledì 21 febbraio (qui), Paolo Garimberti, Davide Giacalone e Francesco Verderami hanno sottolineato come la simpatia verso il regime di Mosca sia passata in tutta Europa da sinistra a destra, pur nella continuità imperialista che Putin ha dato perseguendo il vecchio sogno sovietico. Lo dimostrano le posizioni del Rassemblement National di Marine Le Pen e dei neo-nazisti tedeschi di Afd, per dire di quelle più esplicite e pesanti. In Italia è avvenuto lo stesso fenomeno, con Salvini (ma non il grosso della Lega, che sono sicuro abbia letto con le lacrime agli occhi l’accorata intervista del vecchio Bossi al Corriere della Sera), con i gruppi di estrema destra e con Conte (che è politicamente indefinibile, in quanto tutto e il suo contrario, ma nel quale per quanto mi sforzi non riesco a vedere alcun tratto di sinistra). Mentre va dato atto a Giorgia Meloni di non essere caduta in questo tranello, facendosi sorreggere nel suo cammino euro-atlantista da un lato da Ursula von der Leyen e dall’altro da Joe Biden. Cosa assai positiva che, però, è compensata dal fatto che nella nostra gauche intellettuale (basti vedere la scaletta e gli ospiti di certi “talk show”) e politica (anche in molti dirigenti del Pd, secondo Verderami) non mancano le simpatie per Putin, magari sottoforma di assordanti silenzi per i dissidenti imprigionati e uccisi o i dimostranti che nelle piazze sono allontanati a suon di manganellate dalla polizia. Che sia per nostalgia del tempo che fu, perché in fondo Urss e Russia pari sono, o che sia per i mai sopiti sentimenti antiamericani e più in generale per il desiderio covato nei lunghi anni della Guerra Fredda e a maggior ragione in questa fase storica di disordine planetario, che prima o poi qualcuno s’incarichi di ridisegnare la cartina geografica del mondo facendo finalmente prevalere l’Est sull’Ovest, sta di fatto che sono in tanti a concedere, nei fatti, l’indulgenza al dittatore russo.
Naturalmente, Putin uscirà trionfatore dalle elezioni presidenziali del 15-17 marzo, visto che i suoi tre avversari, espressione di partiti che non hanno mai fatto opposizione al Cremlino, non possono certo ostacolarlo, e considerato che quel voto di libero ha poco e niente. E sono sicuro che quando entrerà nel quarto di secolo di potere assoluto (come primo ministro e come presidente lo detiene ininterrottamente dal 9 agosto 1999), in Italia saranno in pochi a congratularsi apertamente e in molti a fregarsi le mani in gran segreto. Messi insieme sono comunque una minoranza. Per questo occorre che la maggioranza, cioè tutti gli altri, trovino il coraggio morale e la lucidità politica di reagire facendo proprio l’accorato appello del finanziere americano nemico giurato di Putin, Bill Browder, secondo cui “quello che accade in Russia è una minaccia anche alla nostra sicurezza”. Oggi come non mai. (24 Febbraio 2024)
In politica, come nella vita, la fortuna è un alleato fondamentale, basta saperla riconoscere. E Giorgia Meloni ultimamente è assai fortunata, ma forse poco attrezzata a sfruttare l’occasione. Per esempio, di un vantaggio è pienamente consapevole – avere un’opposizione non solo incapace di proporre alternative, ma ottusamente intignata a considerarla illegittima sul piano democratico – anche se temo ignori l’altra faccia della medaglia di questa opportunità: alla lunga stare al comando senza un’opposizione capace di incalzarti induce più alla gestione del potere che al buongoverno. Di un’altra fortuna, oggi allo stato nascente, la presidente del Consiglio pare invece totalmente inconsapevole, tanto da temerla anziché auspicarla e favorirla. Parlo della (folle) idea di Gianni Alemanno – un talento della politica rimasto vittima del suo passato – di costruire, con un gruppetto di nostalgici ma anche con un comunista à la carte come Marco Rizzo, un soggetto politico alla destra di Fratelli d’Italia. “Indipendenza”, questo il nome, si candiderebbe a raccogliere tutte le pulsioni anti-sistema e negazioniste: filo Putin, nemici degli Stati Uniti, a favore dell’uscita dell’Italia da Ue e euro, anti Israele e antisemita (ma non è lo stesso Alemanno che da sindaco di Roma flirtava con la comunità israelita e in particolare con il presidente Riccardo Pacifici?). Ora, è evidente che il primo degli intendimenti dei fondatori del nuovo partito sia attrarre coloro che considerano un tradimento la posizione saldamente atlantista e moderatamente dialogante con l’Europa di Meloni. Ed è possibile che una parte, forse anche una buona parte dei vecchi missini, specie quelli che non hanno avuto vantaggi dalla presa di palazzo Chigi, guardi con favore a questa iniziativa. Ma per la presidente del Consiglio perdere quei consensi – fosse anche qualche punto percentuale – non sarebbe una iattura, anzi. Perchè quel travaso di voti certificherebbe più di ogni altra cosa il suo traghettamento verso una posizione più centrale nello schieramento politico e le permetterebbe di guadagnare il (prezioso) consenso dei moderati. E le consentirebbe di acquisire la patente che le serve per provare a portare il gruppo dei conservatori europei dentro la rinnovata alleanza tra popolari e socialisti che verrà sancita dalle prossime elezioni per il parlamento di Bruxelles. Naturalmente, sempre che queste siano le (vere) ambizioni della leader di Fratelli d’Italia.
Stesso discorso vale, in modo speculare, per Elly Schlein. Il Pd ha bisogno più che mai di riscoprire la sua vocazione riformista e di governo, ma invece è ancora affetto dalla sindrome del “nessuno alla mia sinistra” e preda dell’idea che il movimento 5stelle sia di sinistra e che i Democrat possiedano il vaccino per neutralizzarne il populismo (come se fosse una malattia e non l’unico codice genetico del dna dei grillini). Così da un lato il vero leader appare Maurizio Landini, portatore di vecchi riflessi condizionati e parole d’ordine d’antan, e dall’altro si lascia largo spazio all’azzeccagarbuglismo di Giuseppe Conte, politicamente vuoto come un invaso in tempi di siccità. Ci sono tanti esempi, specie sulle questioni economiche, di questa quotidiana deriva piddina al populismo landinian-contiano, simboleggiata dal ritorno al ricorso alle manifestazioni di piazza come surrogato di una linea politica che non c’è. Ma tra i tanti esempi, quello più clamoroso è l’atteggiamento assunto sulla proposta del governo di riforma costituzionale, il cosiddetto premierato.
Ora, i lettori di questa newsletter sanno che ho espresso critiche e riserve, di merito e di metodo, a questo progetto che maldestramente è stato lanciato, salvo già dire che può e deve essere modificato. Ma non mi sono mai sognato di attribuirgli un carattere eversivo che non ha. Né tantomeno di alzare il vessillo dell’assoluta intangibilità della Carta costituzionale. Invece da sinistra si sono levate grida di allarme, preconcette e pretestuose, che certo non fanno un buon servizio né al Pd – perché la pura difesa dell’esistente è perdente – né al Paese, che invece ha assolutamente bisogno di rivedere la propria architettura istituzionale e di riscrivere le regole del gioco.
Peccato che l’unico ad accorgersi di questa sgrammaticatura politica, e segnalarla pubblicamente, sia stato Dario Franceschini (che come grande elettore decisivo nella nomina della Schlein, dovrebbe prima di tutto recitare il mea culpa). Peraltro, commettendo un errore, perché il tema non è “non dire solo dei no”, ma disporre di una proposta alternativa, originale e autonoma. Pensate quale impatto avrebbe avuto, e avrebbe, un Pd che smettesse di gridare al ritorno del fascismo e dicesse “sì, di una riforma costituzionale c’è bisogno, e va realizzata non in Parlamento ma all’interno di una nuova Assemblea Costituente”. E poi aggiungesse, facendo proprio il suggerimento della componente riformista che nei giorni scorsi Stefano Ceccanti e altri hanno convocato in un convegno a Orvieto: “siamo per il cancellierato alla tedesca e una legge elettorale proporzionale che assicura la semplificazione con lo sbarramento al 5% e non con il distorsivo premio di maggioranza, e concede alle minoranze il diritto di tribuna. Inoltre, il modello tedesco prevede il superamento del bicameralismo perfetto in direzione di un bicameralismo differenziato. Ha una legge sui partiti degna di questo nome, con disciplina pubblica della loro democrazia interna e il finanziamento pubblico. Infine con la sfiducia costruttiva si assicura la governabilità e la stabilità senza uscire dalla forma di governo parlamentare, come farebbe il criptopresidenzialismo previsto dal premierato”. E ancora: “siamo contro l’autonomia non perché la propone la Lega, ma perché crediamo che l’esperienza del decentramento fin qui sperimentata si sia rivelata un fallimento e vogliamo una semplificazione cancellando le Regioni, e il conseguente ritorno della sanità in capo allo Stato, introducendo le macro-Province e mettendo la soglia minima di 5 mila abitanti per i Comuni, che o si accorpano o vengono soppressi”.
Sono idee di sinistra, queste? Sì, nella misura in cui anestetizzano il populismo e il sovranismo dilaganti. No, se si è convinti che per esserlo occorre continuare a recitare il mantra della Costituzione più bella del mondo partorita dalla Resistenza. Ci vuole coraggio per farle proprie e lanciarle come nuovo programma politico? Sì, se ci si continua ad illudere che l’attuale 19% dei consensi (su una platea sempre più ristretta di votanti) sia sufficiente per riconquistare palazzo Chigi. No, se ci si rende conto che per tornare al governo occorre offrire agli italiani una prospettiva di vero cambiamento, e non le vecchie (e ormai bruciate) narrazioni. Il Paese rifugge dagli avventurismi, ma è stanco di dividersi su logori feticci. E sono sicuro che riserverebbe un grande apprezzamento ad una forza riformista che invece di arroccarsi sui no a prescindere e in una postura di allarmismo costituzionale nella campagna referendaria che seguirà la riforma varata dal parlamento, sfidi sia Meloni-Salvini (magari portando Forza Italia dalla propria parte) sia Conte e la sinistra radicale, sul terreno del cambiamento della Costituzione, proponendo un modello semplice e già sperimentato in Europa da decidersi in un’appropriata sede costituente.
Ma davvero i tanti che formano la classe dirigente del Pd, abituati a governare negli enti locali e negli organismi dello Stato e non solo a fare politica con i tweet e vellicando gli umori della piazza, pensano che si possa affrontare la complessità di una fase storica in cui il vecchio ordine mondiale baricentrato sull’Occidente libero e democratico, è messo in discussione da guerre che stringono l’Europa da nord e dal Mediterraneo in una morsa che può rivelarsi esiziale, e da una ridefinizione degli assetti economico-finanziari a favore di Cina, India e paesi terzi, rispolverando “bella ciao”, le bandiere rosse e gli scioperi generali contro il governo? È davvero con le pulsioni identitarie e l’antico “il complesso dei migliori”, secondo una definizione di Luca Ricolfi di molti anni fa, che si affronta la sfida della modernità ai tempi della rivoluzione digitale e dell’intelligenza artificiale? Che lo credano Schlein e Landini non mi stupisce e poco mi interessa, che ma che i tanti riformisti di cui è sempre stata ricca la sinistra consentano che lo si creda per il loro vile silenzio, questo è davvero inaccettabile.
La politica italiana malata, avviluppata per anni in un bipolarismo malato che è degenerato in bipopulismo, non guarirà certo grazie a quel gioco di specchi in cui alle torsioni decisioniste di Meloni corrisponde la riscoperta “girotondina” della piazza da parte di Schlein. Diverso, invece, sarebbe se la mutazione politica della presidente del Consiglio fosse tale da convincere lei stessa, in primis, e poi Bruxelles e le principali cancellerie continentali, che il suo futuro è definitivamente distinto e distante dal suo passato, fino al punto da entrare in una combinazione di governo della Commissione Ue dopo le europee. E se la segretaria del Pd abbandonasse il “campo largo”, inevitabilmente massimalista e populista, per fare una sinistra modernamente socialdemocratica. Succederà tutto questo nel 2024? 1 2 X. (1 Dicembre 2023) Enrico Cisnetto
La più importante rassegna del vino francese, e non solo, sarà in scena a Paris Expo Porte de Versailles da giovedì 12 a domenica 14. Alla sua quinta edizione, la manifestazione si presenta in forte crescita, con un incremento di circa il 30% degli spazi e un aumento intorno al 70 % degli espositori internazionali, primi fra tutti italiani. Sempre più numerose sono infatti le cantine del Belpaese che accedono alla vetrina di Versailles. A Wine Paris, oltre agli assaggi e alle degustazioni, sono previsti seminari e incontri dedicati ai temi di attualità, alle nuove tendenze e alle sfide che attendono il mercato dei vini. Un’occasione per approfondire la conoscenza dei grandi territori vitivinicoli della Francia, da quelli più consolidati agli emergenti, e anche per esplorare la vasta realtà della viticoltura biologica e biodinamica d’Oltralpe
La stagione 2023 del tartufo bianco si sta rivelando molto buona, sia in qualità che in quantità. Lo afferma il sito WineNews.it, osservando che, dopo la “lunga estate calda” e siccitosa le piogge tanto attese sono arrivate e le temperature si sono abbassate ristabilendo il clima ideale per la cerca. Favorevole anche la tendenza dei prezzi, perché c’è abbondanza di prodotto e le quotazioni si attestano su una media di 3.000-3.500 euro al kg ,con la previsione di rimanere tali fino alla fine della raccolta. Un’ottima occasione per non farsi mancare il prodotto più pregiato della cucina italiana anche nella tavola delle ormai prossime Festività (con il “consiglio per gli acquisti” degli esperti di verificare la provenienza made in Italy basandosi anche sui prezzi). A dirlo, a WineNews, sono i tartufai dai territori più vocati d’Italia al pregiato tubero, dalle Langhe, dove la “Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba” n. 93 sta per chiudersi (il 3 dicembre) e novembre è stato abbastanza buono in qualità e in quantità, alle Crete Senesi, dove si è raccolto un buon prodotto sia per qualità che per quantità, da Acqualagna, che registra un’annata migliore di quelle passate, all’Umbria, dove i tartufi ci sono e sono buoni, e all’Abruzzo, alla vigilia della “Fiera Internazionale dei Tartufi d’Abruzzo” n. 2 a L’Aquila (1-3 dicembre).
Alla Sala Fucine dell’Ogr di Torino lunedì 29 e martedì 30 gennaio 2024 (orario:10-17) si svolgerà Grandi Langhe 2024, la più ampia vetrina dei vini prodotti nelle Langhe e nel Roero. Presenti oltre 300 espositori che attendono visitatori e operatori da tutto il mondo.
“Mi tersi con il vin d’Argiano, il quale è buono tanto…”, scriveva, alla fine del XIX secolo, il poeta Giosuè Carducci, che ben conosceva i tesori enologici della terra toscana. Oggi a celebrare il millesimo 2018 del Brunello di Montalcino di Argiano è l’autorevole rivista americana Wine Spectator che lo incorona con il prestigioso titolo di “Wine of The Year”, miglior vino al mondo 2023, attribuendogli “una qualità stellare”. Frutto, sottolinea nella presentazione la rivista, di una visione coraggiosa che ha comportato un investimento di 10 milioni di dollari da parte della proprietà, il magnate brasiliano André Santos Esteves, e della gestione dell’amministratore delegato Bernardino Sani.
E’ la seconda volta che un Brunello di Montalcino scala tutta la classifica mondiale stilata dalla prestigiosa rivista, come ha ricordato il presidente del Consorzio del Brunello, Fabrizio Bindocci: nel 2001, infatti, l’impresa era riuscita al Brunello di Casanova di Neri. E’ la quinta volta, inoltre, che al top si colloca un vino italiano, dopo il Solaia 1997 di Antinori, l’Ornellaia 1998 dell’omonima tenuta e il Sassicaia 2015 della Tenuta San Guido nel 2018.
Azienda storica, nata nel 1580, Argiano può contare su 57 ettari di vigneto, di cui quasi 22 destinati al Brunello e 10 al Rosso di Montalcino. La villa padronale è opera dell’architetto rinascimentale Baldassarre Peruzzi e custodisce pregevoli arredi e opere d’arte.
E’ stata a lungo proprietà della famiglia Caetani Lovatelli. E’ poi passata alla contessa Noemi Marone Cinzano che una decina di anni fa ha venduto a Estaves. Oggi Argiano è un’azienda agricola con una spiccata vocazione vitivinicola, dove viene offerta un’accoglienza di altissimo livello, con tour fra i vigneti e nelle antiche cantine, degustazioni e possibilità di pranzare e soggiornare nelle dimore sparse per la tenuta.
Un particolare che non mancherà di far piacere a chi ha ben presenti gli artefici del “rinascimento” del vino italiano, sarà incontrare, durante la visita nelle cantine, “la teca”, la nicchia che è stata dedicata al grande enologo Giacomo Tachis, che per Argiano ha creato un supertuscan di razza, il Solengo.